Il testo contiene una riflessione sulla condizione dell’esistenza vesuviana in chiave filosofica. Si parte da un tentativo di ridefinire sinteticamente la nozione di caducità umana in riferimento all’origine negata, e non dunque alla morte come per lo più è stata intesa. In seguito, si cerca di collegare la stessa figura dell’origine al Vulcano sotto il quale l’esistenza vesuviana si svolge, evidenziando la potenza di ciò che così vi incombe ma, allo stesso tempo, ad essa si sottrae, consentendole di essere nella più radicale precarietà. In tal modo, si profila una differente idea di destino, che si mostra proprio nella capacità prospettica di abitare in un luogo che è paradossalmente errante. L’ombra (la presenza sullo sfondo del Monte), il destino come precaria ma vitale apertura al tempo che viene, l’erranza come condizione di ogni vita non garantita, rappresentano i passaggi obbligati per un pensiero non scontato della vesuvianità.
“Mai nessuno ha taciuto, tutti quanti parlano ancora insieme a noi, genitori, antenati, soldati, contadini,mendicanti, preti,puttane, indovini”
Cees Nooteboom, 533. Il libro dei giorni, Iperborea, Milano, 2019, pag.212
I.
Recentemente Maria Pace Ottieri, la figlia del grande Ottiero, saggista e scrittrice raffinata, ha ribadito in una intervista di trovarsi a casa sua nel mondo vesuviano, mondo al quale aveva dedicato un libro di non facile classificazione, affermando che tra le altre cose in esso si percepisce la presenza di una precarietà diversa da quella naturale, da quella che caratterizza la condizione umana. Una sorta di precarietà più intaccante, un taglio più profondo nei luoghi e nei corpi che li abitano. La condizione umana comune, proviamo a sviluppare la notevole suggestione della Ottieri, è finita e mortale. E’ finita in quanto mortale. Almeno così sembra essere. Se si pensa che quello che per molti è stato il più grande autore speculativo del ‘900, Martin Heidegger, ha definito la morte la “possibilità più propria dell’esserci”, ossia dell’uomo, allora il nesso che già il senso comune individua tra finito e mortale acquisisce una drammatica conferma filosofica.
Tuttavia, essere finito e morte forse non sono così immediatamente sovrapponibili. Per capire meglio le parole della Ottieri, e quindi tornare fra un istante sulla esistenza come esistenza propriamente vesuviana, possiamo avanzare l’ipotesi che la finitezza sia soprattutto una condizione che si fonda su un mancato contatto con la propria origine. Se per origine intendiamo qui non l’origine della specie, neppure quella di ciascuno di noi, la nascita dal ventre materno insomma. Bensì quella che sta più a monte, per così dire, più “arcaica”, quella che per esempio il credente identifica con Dio. Ma, a prescindere dalla fede, tutti noi in qualche modo avvertiamo che c’è una provenienza più inafferrabile delle origini biologiche, pur scientificamente certificabili e per molti del tutto esaustive. Potremmo certo ingannarci. Ma mettiamo qui che questo rimando a un’origine abbia un minimo di attendibilità. Se lo ha, allora potrebbe essere interessante considerare il nostro essere finiti, e il sentimento di angoscia che vi si sposa, come la negazione effettiva dell’origine. Essere qui, nel mondo, vivere, significherebbe dunque non essere più la nostra origine. Non poterla esibire, non poterla conoscere, non potendo esserla. Allora, ciò equivale a dire che noi siamo esseri finiti perché segnati da questa negazione continua. Con termine più difficile, ma forse più efficace, si direbbe:da questa negazione costituente. Siamo finiti perché non siamo. Ma questo non essere (la propria origine) significa necessariamente la morte? E’ la stessa cosa? Evidentemente no, perché è vivendo, essendo qui e ora, che facciamo l’ esperienza di non essere l’originario. Ciò forse vuol dire che la morte, al contrario di noi che non siamo, è sempre. Radicalmente identica a se stessa, pienamente origine di se stessa, essa è.
La morte è tremendamente positiva. Per questo si potrebbe anche dire che, se la vita è finita in quanto segnata dalla negazione, la morte è positiva e piena almeno quanto lo è l’immortalità, che di solito si presume rappresenti l’opposto. Non lo è, perché immortale è la condizione di un eventuale, certo per noi difficilmente ammissibile, oltrepassamento della morte, non la sua negazione. Esse calcano la stessa zolla, stanno dalla stessa parte del mondo, per così dire, solo che l’una sopravanza l’altra, si allontana da essa. Ma tenendola in vista.
Il cristianesimo paolino ha compreso con rara profondità questa sorta di continuità paradossale tra morte e immortalità, provando per questo a forgiare una idea totalmente nuova di vita non finita, di vita come si dice eterna. E, per farlo, ha genialmente riabilitato il corpo, la cosa cioè più caduca di tutte, affermando che la sua realtà fisico-psichica non è che l’antefatto terreno della sua realtà spirituale (pneumatica, dal greco “pneuma”, spirito appunto) che solo con la resurrezione si presenterà pienamente. Mentre insomma il concetto di immortalità è basato sul disprezzo del corpo e punta sulla positiva conservazione del nucleo (l’anima, il sé incorporeo) che residua dalla positiva cancellazione del corpo che è la morte, quello di resurrezione salva il corpo prima di tutto, contestando la morte proprio nella sua assertiva prestazione. Negandone la definitività. Definitività che invece l’immortalità conferma, e forse legittima.
II.
Questo non significa che qui si facciano delle classifiche o si propenda per una o l’altra delle opzioni religiose e metafisiche, essendo la nostra una semplice riflessione sul problema dell’essere finito. Anzi, sull’essere finito vesuviano. Ritorniamo infatti al tema iniziale. Maria Pace Ottieri scrive nel suo libro : “I vesuviani amano i loro luoghi, il primo sguardo al risveglio è al Vesuvio, su cui di solito, nelle loro case volte al mare, si affacciano le finestre della cucina o del bagno. Vogliono saperlo vivo, quando ne sono lontani li divora la nostalgia”. Questa è una delle osservazioni che possono anche irritare i soggetti in questione. Vi serpeggia quel gusto generalizzante, quel non so che di nordico(anche se si è, mettiamo, di Caltanisetta), che assume inevitabilmente a tratti anche il viaggiatore più empatico. Io per esempio non vedo il Vesuvio solo dalla finestra della cucina, ma anche da molte altre. In compenso, non ho la casa volta al mare. Inoltre, quando sono lontano non mi divora la nostalgia, almeno se la si intende come desiderio di casa, di patria. Tuttavia, in queste righe non certo entusiasmanti è presente, forse senza che l’autrice lo abbia veramente sospettato, una profonda verità. La verità di un legame, di un richiamo, di una intimità con il Vulcano, e tramite esso che la simboleggia, con questa terra, che neppure la maggioranza dei vesuviani, forse, vorrebbe avere. Esistono anche nostalgie strane, che attraggono verso un presupposto, un fondamento, che non si ama. O che quantomeno non si ama soltanto, o si ama con dispetto, quasi contro la propria volontà. Il Vesuvio è anche un passato, una condensazione vulcanica di temporalità. Non solo un passato storico, tuttavia. Ma un passato che stranamente sembra evocare per ciascuno una dimensione personale ma sconosciuta, il passato che è tuo anche se precede quello che effettivamente hai vissuto e di cui hai ricordi. Questo passato paradossale, allo stesso tempo mio e non mio, personale e impersonale, che il Monte accoglie e forse produce, lo scrittore bulgaro Georgi Gospodinov, in un recente romanzo, riferendosi ad altro, lo definisce poeticamente “il passato assoluto – il pomeriggio del mondo, un riparo all’ombra di un albero”. Il passato tagliato fuori, reciso, appunto assoluto. Eppure, drammaticamente visibile, una evidenza che ogni sguardo anche distratto cattura e rilascia, in un simultaneo gesto di appropriazione e di distacco. Vogliono saperlo vivo, dice Ottieri. In realtà, è la vita racchiusa in esso, che comprende quel che siamo e non siamo stati come individui oltre che come popolo, a imporsi a ciascuno, a chiedere di essere ancora riconosciuta, ammirata, allontanata.
III.
Ma in che senso esso racchiude la vita, simboleggia la terra, si appropria e ancora poi dispensa quel passato di tutti e di nessuno, di ognuno nella sua differenza – che senso possiamo dare a queste cose, alle parole che utilizziamo per dirle? Non è certo facile dare una risposta che non trovi nella riflessione il suo supporto più verosimile. La Ottieri stessa ha affermato che da queste parti si sente a casa sua. Come se ritrovasse qualcosa che non sapeva di aver perso. E se ne accorgesse soltanto nel momento del ritrovamento. In effetti la condizione finita che è di Maria Pace così come di tutti noi è, almeno secondo le poche idee che abbiamo riassunto, un’assenza vissuta dell’originario. Finitezza equivale a caducità, non a mortalità. La morte si avventa dal di fuori, essa che è pura positività, qualcosa di totalmente altro dunque dalla condizione negativa dell’essere finito, su ciascuno di noi. Rubandoci definitivamente la caducità, trasformandoci in corpi morti, come sottolinea Sant’Agostino con forza,essa in qualche modo ci eterna.
Ma la caducità , all’ombra del Vesuvio, sembra essere più vibrante. I popoli, e gli individui che li compongono, destinati a vivere in luoghi come i nostri, o destinati a con-vivere col rischio, con l’alea, o a patire incessanti sradicamenti, espongono forse in modo più efficace di altri la condizione umana. Non sorprenda ora l’apparentamento del vesuviano coi popoli sradicati. Il Vesuvio infatti non è affatto la nostra radice, come una visione di tipo identitario tende a volte a credere e a divulgare. Esso è al contrario l’immagine forse più precisa dello sradicamento. La sua esistenza, la sua vita, la sua potenza rammemorante, sono il fondamento paradossale della nostra estrema instabilità, della nostra accresciuta precarietà, della nostra virtuale erranza. Già, erranza. Come quella dei popoli che non hanno terra, o che perdono la terra, o che sono costretti ad abbandonarla, o che decidono spontaneamente di abbandonarla per non subirne più il ricatto mortale. Il nostro possesso della terra, dei luoghi, delle case in cui viviamo è a ben considerare una continua, forse non a tutti chiara ed evidente, esperienza del distacco. Come se in essa si ripetesse, in modi che ai più neppure appaiono possibili, la nostra perdita dell’origine, perdita che segna la condizione finita. E, ripetendola, incidesse di più nella nostra carne questo sigillo di caducità. Se il Vesuvio non è radice, ciò non esclude affatto che possa essere immagine, figura, dell’origine. Una origine negata, la cui esistenza reale e attiva ci trasformerebbe in cose morte, ci ucciderebbe. Mentre il suo ritrarsi, la mancanza in cui si ritira, pure dominando ogni scena vesuviana, accoglie, mantiene in una prossimità fatta di distacco, lascia vivere senza abbandonare il timore e il tremore. Apre lo spazio, nello stare stesso, nella condizione abitativa stanziale, per l’esercizio dell’erranza.
IV.
Insomma, noi vesuviani siamo forse, senza esserne pienamente consapevoli, più emblematicamente umani (esseri finiti, esseri caduchi) di altri non perché esibiamo un privilegio antropologico, ma per l’esperienza dello stacco da un’origine che è per noi incessantemente riprodotta nella sequenza dei giorni under the Volcano. Come altri raggruppamenti umani, come altri popoli che vivono sotto la stella dell’insidia, noi sappiamo che l’originario (sia come origine in sé sia come figura dell’origine, per noi appunto il Monte) è il nostro più familiare presupposto e, al contempo, il nostro più inquietante punto d’attracco. Del quale è impossibile liberarsi. Pur vivendone la mancanza, pur vivendo della sua mancanza. Certo, si è apparentemente liberi di andare a vivere altrove, quanti lo fanno. Di mettersi in zone di sicurezza. Ma questo allontanamento non annulla lo sradicamento, non mette fine all’erranza che è condizione strutturale dell’esistenza vesuviana. Come lo è di altre affini e solidali, dovunque esse si trovino. La stanzialità, anche se trasferita altrove, resa definitiva all’apparenza altrove, è ancora e sempre la condizione in cui è solo temporaneamente sospesa l’erranza.
Malcom Lowryper esempio è stato un maestro tragico dell’esistenza braccata. Sotto il Vulcano è l’opera che celebra la sua magnifica catastrofe, la deliberata scelta dell’autodistruzione diventa in essa esposizione precisa di un destino irripetibile, si fa arte. Geoffrey Firmin, il console inglese protagonista di questo romanzo, uno dei capolavori riconosciuti della letteratura novecentesca, è certamente marcato dalle stesse ferite e dalla stessa dolorosa inadeguatezza alla vita che devastarono Lowry, e lo costrinsero nel tempo breve della sua esistenza a una lotta coi demoni dell’alcool e delle droghe dalla quale non poteva uscire che sconfitto. Le grandi opere, tuttavia, pur se rivelano elementi strutturali di matrice autobiografica, additano sempre oltre, verso quella dimensione di verità che è incompatibile con la sostanza illusoria del reale. Il destino di Firmin, alcolista sopraffatto da un bisogno di amare (un tormentato rapporto con la moglie Yvonne, che prima lo lascia, forse lo tradisce, poi torna e cerca inutilmente di salvarlo dalla deriva ultima) che paradossalmente si estenua nella rinuncia, nella accettazione quasi ebbra dello scacco, è precisa esposizione esistenziale di tale verità. Sullo sfondo un Messico mesmerico, aggricciante. Sullo sfondo dello sfondo, i Vulcani. Solo sotto la presenza esigente e imperiosa di queste figure dell’origine si fa pensabile infatti una relazione differente, non allineata alla consueta idea che di esso si possiede, col destino.
Perché in effetti è un differente modo di portare il destino (come in pittura è dell’ ombra portata dall’oggetto rappresentato che bisogna tener conto) quello che si percepisce nell’esistenza del console, di Lowry, dell’uomo vesuviano, dei pariah, dei migranti….Si diceva infatti sopra: basterebbe a tutti costoro, uno per uno, ottenere altre terre, abitare altri luoghi, usufruire di nuove cittadinanze, per sottrarsi all’insidia, e dunque per esorcizzare la propria ombra. Ma è noto che l’ingiustizia che governa le umane vicende non consente che rare eccezioni alla regola dell’assoggettamento alle circostanze storiche e politiche, il che vale a dire per i singoli, ma per gli stessi popoli, patimento senza fine. L’uomo vesuviano è certo meno immediatamente esposto ai flagelli che si rovesciano en largesse sui diseredati e sugli abbandonati che cercano un difficile scampo. All’apparenza, e nella stessa varietà delle storie e delle situazioni personali, ciascun abitante vive la propria vita senza dover confrontarsi quotidianamente con la traumaticità inflessibile e perforante degli eventi. Ma cerchiamo di guardare con più attenzione. Il problema non è tanto la minaccia latente ma naturale di un risveglio del Vulcano, che equivarrebbe a certa catastrofe,e che rappresenta l’aspetto concreto e quasi drammaticamente scontato della questione. Piuttosto, a porre in evidenza, a enfatizzare l’ombra destinale, è un’altra e dai più non percepita minaccia. E cioè : la trasformazione dell’origine figurale che il Vulcano rappresenta, ossia in termini filosofici della mancanza che ci fa esistere, dell’assenza che ci lascia ancora essere, in orrida radice che tutto chiama a sé, omologandolo nella distruzione. E’ infatti potere delle radici quello di inchiodare, di rivendicare appartenenze, di porre vincoli. Le radici sono tessiture di positività. Da questo punto di vista, esse hanno a che fare profondamente con la morte. Anche per questo motivo, l’uomo vesuviano che si allontana dalle sue zone natali tenta forse, senza saperlo, di scongiurare per quel che lo concerne questa sciagurata possibilità di patire una modificazione esiziale (l’origine negantesi che diviene radice affermativa e reclamante : le si dia quanto le è dovuto). Ma portando sempre con sé l’ombra, conservando nel fondo di se stesso il contatto mancante con l’origine, accarezzando il profilo inestinguibile di un destino che da essa proviene.
Il destino non è infatti una destinazione fatale. Bisogna marcare le differenze. Esso è la memoria che giace in ogni essere umano, e in alcuni più che in altri, dell’origine che non siamo: e non essendola, ci è consentito vivere all’ombra di questa negazione. Portandola in modo strutturale. Spesso tuttavia si scambia questa condizione con quella che invece ha a che fare con le vicende concrete, con i fatti che accadono nel tempo delle vite singole o collettive, concludendole. Lutti, incidenti, catastrofi non prevedibili che irrompono nella più quieta ordinarietà e ne distruggono la trama sembrano poter rientrare nella categoria di destino, riguardante poi coloro che ne sono stati colpiti. “Era destino che ……”, si usa poi dire, per aggirare l’imbarazzo e l’angoscia causati dalla permanenza nel medesimo tempo che per altri si è concluso. In realtà, questa non è che la destinazione di quelle vite, un compimento quale che sia, tragico nella maggior parte dei casi, ma non è mai il destino, che invece è il trovarsi nell’apertura determinata dalla negazione, che come tale è resistenza al compimento, dilazione indefinita del momento ultimante. Pur sempre sotto il controllo dell’ombra. Il Destino dell’essere finito è lo stare in una costitutiva relazione negativa con la propria origine, e dunque non può mai essere confuso con la destinazione,il fato, che è sempre un positivo compimento, una chiusura dei percorsi. Esso è inseparabile dall’erranza come condizione spirituale portata anche da coloro che stanno indefinitamente nel medesimo luogo. Non è un caso che, come ci ricorda F.Hoelderlin, in terra greca solo gli dei sono privi di destino. Non certo perché essi hanno una destinazione, ma al contrario in quanti sono coincidenti in pieno con l’origine, ne esprimono l’altro lato, quello della vigenza, a differenza di quello a cui siamo esposti noi esseri finiti, il lato della mancanza. Per noi vesuviani: della latenza. Nella quale si fa esperibile l’attesa, che per certi versi non è altro che l’aspetto propositivo della memoria, il trasferimento della forma della memoria nella sostanza del tempo che viene, che ancora non è stato. Il destino sarebbe in effetti e in ultimo da intendere dunque come memoria di un passato irrecuperabile e incombente, da una parte, e attesa dell’imprevedibile, dall’altra. Nelle vite di alcuni popoli e individui esso si rende forse più visibile, come se mostrasse il suo schema di fondo. Nel quale ha un maggior peso che in altri l’attenzione. In qualche modo, stiamo usando qui categorie agostiniane, ma per dire cose diverse da quelle cui mirava il grande padre della Chiesa. L’attenzione infatti è esattamente ciò che scaturisce dalla trasfigurazione della memoria in attesa. Il popolo vesuviano è profondamente incline all’ attenzione. Per intendere meglio questo passaggio, possiamo scomodare un altro santo, fondatore effettivo secondo molti del cristianesimo, che ci presta parole di altissimo profilo per tentare di comprendere il senso di quest’attitudine dello spirito. Scrive san Paolo a proposito della venuta imminente del Signore e della fine di tutte le cose: “Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva. Infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà pace e sicurezza allora li colpirà d’improvviso la rovina, come le doglie una donna incinta, e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre,…….noi non siamo della notte e delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri”. Se mettiamo tra parentesi i contenuti di fede, in questo testo appare forse la più bella immagine delle cose che possono nel bene o nel male accadere, quella del ladro notturno. Che naturalmente per Paolo è Cristo. Per noi, in questa esegesi azzardata e a sua volta predatoria, è l’imprevedibile, il tempo che porta con sé il nuovo, l’evento. Catastrofico o salvifico, meraviglioso o temibile esso sia. La cosa tremenda è che Paolo consegna alla rovina tutti quelli che non attendono con rigore, i non credenti, gli svogliati alla fede. Mentre i credenti in Cristo non sono nelle tenebre, e sono ben presenti e vigili. E dunque forse già salvi, già in zona di sicurezza eterna.
Per noi invece quelli che si distraggono e quelli che sono attenti sono nella stessa temperie destinale. Per tutti loro, l’evento che viene potrebbe essere rovinoso o felice, senza distinzioni, senza esclusioni. Tuttavia, una differenza nella postura di alcuni popoli e individui è data proprio dalla acutezza della attenzione. Nonostante i secoli di assoggettamento e la correlativa propensione a volte incontrollata al ribellismo senza progetto politico, la gente vesuviana in più circostanze ha mostrato di saper resistere al sonno, di saper combattere l’appannamento, e di scrutare con vigilanza il tempo che viene. L’attesa vesuviana non è affatto una sorta di fatalistica quiete dell’animo rassegnato o dimentico delle possibilità cupe riguardanti il risveglio del Vulcano. Piuttosto, essa è uno scrutare paolino nella notte, ma non certo rassicurato dalla certezza della salvezza, come è per il credente al quale si riferisce san Paolo, bensì teso nell’attenzione perenne, un’attenzione che diventa quasi, per usare una espressione cara a Michel Foucault, forma-di-vita. Attendere l’inattendibile – con una sorta di metodo nascosto nelle profondità dell’animo, con dedizione e una non banale dose di coraggio. L’inattendibile che viene o può venire “sicut fur in nocte”, come un ladro di notte. Ma anche come un ladro che decide di desistere, che si riallontana nell’oscurità senza aver più nessuna voglia di colpire. Come messo in guardia e scoraggiato dalla vigilanza dei molti.
V.
Negli stadi e sui social è spesso nominato il Vesuvio come il vendicatore dei buoni, quello che sterminando i vesuviani cancellerebbe per sempre dal mondo la traccia di popoli e individui indegni di esistere. Facile assimilare queste esternazioni ai deliri di qualche isolato, e forse neppure la generica catalogazione di razzismo ha la minima possibilità di cogliere nel segno. Almeno se non le si aggiungono chiose fondamentali. La presunzione di superiorità è sempre legata a una debolezza della memoria, non certo quella determinata dalla storia, non certo quella che appartiene in proprio a ciascun individuo. Qui si tratta della memoria del non vissuto, della memoria del passato assoluto, quello che funge da limite e da raccordo tra le vite personali e l’immenso passato delle cose, dei luoghi, della natura. Quelli che inneggiano alla crudeltà oggettiva e impersonale dello sterminator Vesevo lo considerano come un oggetto naturale, una brutale realtà a cui appellarsi per regolare i conti con un presunto nemico a cui addebitano in sovrappiù la loro incapacità di vedere, la loro impotenza visionaria. Forse il razzismo lo si intenderebbe meglio se si considerasse con attenzione il suo sostrato positivistico, la cieca aderenza alla datità e alla cosalità che lo contraddistingue. Una datità certo stravolta, un culto più che una osservazione precisa delle cose. Ma in quella direzione univoca che alimenta altre tendenze dominanti nel mondo attuale, vedi la riapparizione, causa pandemia, del vecchio schema scientista che pone la scienza, quale che sia e come che sia, al di sopra di ogni altra forma di sapere e come unico modello omologante delle condotte soggettive. Mentre la scienza vera è invito alla prudenza osservativa e alla valutazione delle molteplici varianti che possono connettersi al medesimo fenomeno naturale. Come dice san Paolo, ci sono quelli che sanno attendere, che cercano di non dormire perlomeno nel tempo che chiede attenzione, e gli altri che disconoscono l’attesa, che rifuggono la vigilanza critica: allo stesso modo in cui deridono le memorie dell’impossibile, per definire in questo modo il ritorno visionario, e tipicamente vesuviano,a un passato prepersonale, a un passato assoluto . Tale ritorno è del resto credibile solo per chi è nell’apertura del destino e dell’origine, non per chi coltiva il giardino illusorio e fatato delle chiusure e delle radici. La radice secerne una sola e monolitica sostanza memoriale in cui non c’è traccia dello spettro vitale delle alterità più distanti e disparate.
Coloro che non abitano il rischio, che ignorano la dimensione dell’origine , lo spettro dell’origine, detestano i popoli che ne hanno cura, che se ne lasciano impregnare. Per usare una espressione molto bella d Mark Fischer, “il rifiuto di rinunciare allo spettro” è per questi popoli e questi individui correlativo “al rifiuto dello spettro di rinunciare” a loro. L’appartenenza reciproca qui evidenziata non ha nulla di identitario, non esprime il bisogno della radice e delle sue ancelle scioviniste, l’esclusione dell’altro e il terrore della differenza. Al contrario l’origine, questo fantasma principiale, accudisce popoli e individui espellendoli,ponendo le distanze: li marca stretti nella negazione (di appropriarsene, di vincolarli) verso cui orienta le loro vite. Tenendo nascosto nelle sue viscere (il Vulcano, figura dell’origine) quel passato,e l’ impossibilità di riafferrarlo, che determinano una differente nostalgia, un destino fatto di memoria e attesa.
Autore: Michele Ranieri

