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Novembre 1894: ‘Emile Zola tra i Napoletani che “sopportano con allegria anche la miseria”…..

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La visita dello scrittore francese alla sede del giornale “Roma” che aveva pubblicato in appendice alcuni suoi romanzi. Il banchetto in suo onore allo “Scoglio di Frisio”. C’erano tutti gli intellettuali napoletani, ma non il figlio di Francesco Mastriani. Brevi appunti di Zola sul “ventre” di Napoli e sugli abitanti di quel “ventre”. Il disegno di C. W. Allers.

Avendo deciso di dedicare una trilogia a Roma, a Lourdes e a Parigi, nel 1894 ‘Emile Zola si recò a Roma, per alimentare la sua ispirazione. Egli era già noto per i romanzi del ciclo dei “Rougon- Macquart”, per il “Ventre di Parigi” e per gli articoli scritti a difesa dei pittori impressionisti. Il 23 novembre del  1894 lo scrittore venne a Napoli, per conoscere Matilde Serao, che aveva dichiarato di aver scritto “Il ventre di Napoli” ispirandosi alle sue opere: tra l’altro Emmanuele Rocco aveva tradotto l’“Assommoir” e il giornale “Roma” aveva pubblicato in appendice qualche romanzo di Zola, e tra questi “Germinal”. Lo scrittore visitò la sede del “Roma” e Gino Doria racconta che il giurista e giornalista Diodato Lioy, che era stato tra i fondatori del giornale e che era noto per la sua avarizia, “costretto ad un’insueta munificenza dalla qualità del visitatore”, fece venire dal “ Café De Angelis” una tazza di caffè, “che arrivò gelato” e “una muffita pastarella”. La sera del 26 novembre ‘Emile Zola ricevette l’omaggio degli intellettuali napoletani allo “Scoglio di Frisio” con un banchetto a cui parteciparono circa 200 persone: la “tessera d’ingresso” costava 20 lire, il presidente del comitato organizzatore era il poeta Francesco Cimmino, e il critico d’arte Vittorio Pica faceva da segretario (vedi immagine in appendice). Tra i convitati c’erano Matilde Serao, Benedetto Croce e Enrico Pessina, ma non rispose all’invito il figlio di Francesco Mastriani, amareggiato dal silenzio degli intellettuali napoletani sulle opere di suo padre, morto tre anni prima, e persuaso che il padre, con il romanzo “ I vermi”, avesse già detto tutto sul “ventre” delle città prima ancora di Zola. Nel diario “Il mio viaggio a Roma “lo scrittore francese scrisse sintetiche annotazioni sui cinque giorni trascorsi a Napoli. Il 24 novembre visitò Pompei, il giorno dopo dedicò qualche ora al Museo e a una passeggiata per Posillipo, e la sera fu ospite del duca Carafa d’Andria. Ma lo sguardo dello scrittore naturalista registrava scene e personaggi del “ventre” di Napoli: “Donne in piedi e sedute, uomini accovacciati lungo i marciapiedi, bambini che giocano, greggi di capre che passano, che vengono munte. E cibo ovunque, su carretti illuminati la sera da grosse lucerne quadrate, melograni, frutta, frittura, pesce, molluschi e piatti pronti in mezzo alla calca, da mangiare lì sul marciapiede”. Pare che Zola, nel descrivere i Napoletani, abbia usato la stessa tecnica dei suoi amici impressionisti: tratti di ombra e improvvisi colpi di luce. “Una ragazzina rideva, cantava, gesticolava, prendeva pietre e le lanciava come un ragazzo, e poi improvvisi scoppi di risa, volti scuri, volti color giallo, volti segnati sempre da una viva espressione”. Lo sorprese la capacità dei Napoletani di non farsi vincere dalla miseria, di abbandonarsi sempre a una allegria rumorosa: “sembra di stare all’Estaque”, il  quartiere portuale di Marsiglia che ispirò i pittori impressionisti. In un primo momento giudicò male questo atteggiamento dei Napoletani.” Certamente questa è la democrazia meno consapevole di sé stessa”.  Ma un attimo dopo, riflettendo sui danni che il così detto progresso stava arrecando alla vita sociale delle città europee più “moderne” di Napoli, Zola si domandò se per caso quella capacità di sopportare la miseria con allegria non fosse una lezione di filosofia: “E’ il caso di preoccuparsi per costoro, di desiderare per loro una cultura maggiore, un maggiore benessere?”. Come Melville, anche Zola notò che nei quartieri degli “umili” i balconi e la strada erano palcoscenici di azioni teatrali ininterrotte: “Tutto avviene all’esterno. Ogni finestra ha un suo balcone sospeso, come leggero, e sui balconi ci sono donne e bambini, quando non stanno in strada. Sui balconi le donne sono impegnate a cucire ogni tipo di panno, e si pettinano; per strada si fa ogni cosa, ci si lava, ci si spulcia, ci si veste, si mangia, si trascorrono intere giornate…un paniere discende attaccato al capo di una corda, per fare le provviste: la donna si sporge, grida al venditore le cose di cui ha bisogno, mette i soldi nel cestino, e lo manda giù.”. Proprio in quegli anni l’artista tedesco C.W. Allers  ritraeva in splendidi disegni scene di vita napoletana, e anche il paniere che scende dal balcone (l’immagine del disegno che apre l’articolo).