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‘O scarfalietto da attrezzo a “titolo” poco piacevole di  persona incapace. La commedia di Edoardo Scarpetta, la cui immagine nei panni di Felice Sciosciammocca correda l’articolo. La lunga storia dei significati di “’nciarmatore” e la scheda etimologica di Ferdinando Galiani. “’O mastuggiorgio” viene dal nome di un medico del’600, “un medico dei pazzi”, o da una parola greca.

 

Quando non c’erano ancora le stufe e i termosifoni, il freddo si combatteva con il braciere, ‘a vresera, e con ‘o scarfalietto, un vaso di metallo, solitamente di rame, che aveva la forma di una padella, con manico di legno e coperchio traforato, che veniva riempito di brace accesa e infilato tra le lenzuola. Così il letto si riscaldava e poteva conciliare il sonno, anche nelle notti più fredde. L’uso di questo attrezzo imponeva agli inquilini cura e attenzione, per evitare danni causati dalla brace, e per tirar fuori dalle lenzuola ‘o scarfalietto al momento opportuno. L’attrezzo diede il nome a una splendida commedia che Edoardo Scarpetta compose nel 1881, ispirandosi liberamente a un’opera teatrale francese: le relazioni tra Felice Sciosciammocca e la moglie, protagonisti dell’opera scarpettiana, si sono ormai usurate, e tra i motivi delle liti quotidiane c’è anche l’uso dello scarfalietto. Nel Vesuviano“ ‘o scarfalietto” indicò anche l’uomo buono a nulla, il marito incapace – in tutti i sensi -, che la moglie considerava utile, ormai, solo a scaldare il letto. Qualche marito era apostrofato con un appellativo oltraggioso, “’ o scarfalietto ‘e GiesuCristo”, e dunque un uomo stupido come l’asino e cornuto come il bue, una sintesi dei due animali che scaldarono nella greppia il neonato Salvatore del mondo. L’oltraggio dal marito si estendeva alla moglie traditrice. ‘O ‘nciarmatore faceva parte di quella schiera di personaggi a cui i napoletani attribuivano poteri prossimi alla magia: la “virtù” prima dello ‘nciarmatore era quella di bloccare l’azione del veleno dei serpenti invocando San Paolo e San Domenico da Cucullo.In genere egli veniva ritenuto capace di fermare ogni tipo di dolore: “Ohimmé, chiammammo priesto/ mammana o nciarmatore/ che leva sto dolore.”. Così scriveva Giulio Cesare Cortese nei primi anni del ‘600: e non a caso egli nomina insieme “’nciarmatore” e “mammana”, perché frequentemente i due personaggi si incontravano al letto delle donne che avevano partorito o stavano per partorire. Le “armi” dello ‘nciarmatore erano formule misteriose e canti antichi, come spiegò Ferdinando Galiani, che faceva derivare il nome dal latino “carmen”, attraverso il francese “charme”: “la prima delle lingue moderne che dalla voce “carmen” dei Romani traesse parola per dinotare “incantesimo” è stata la Francese, che ne formò la voce “charme”, nata per significare appunto l’incantesimo magico, ma poi passata ad esprimere quel vero, grande e terribile incantesimo che fanno le donne agli uomini con loro vezzi ed allettamenti…La lunga dominazione dei Francesi dette ai Napoletani questa voce: onde essi ne fecero il verbo “inciarmare” e il sostantivo “inciarmo”, che denotarono primitivamente l’incantesimo delle serpi, ma poi vennero trasferite a significare ogni altro incantesimo.”. Ferdinando Galiani non escludeva che i termini napoletani derivassero direttamente dal latino medioevale “incarminare” in ogni caso, la sapienza storica e linguistica del famoso illuminista non giustifica affatto l’asprezza delle note che egli dedica alle donne. Con l’avanzata del progresso, ‘o nciarmatore incominciò a perdere la fama di mago, e dovette accontentarsi di essere l’organizzatore di più banali “’nciarmi”, e cioè di imbrogli e di truffe di poco conto.

O mastuggiorgio è all’origine l’infermiere dei manicomi. Secondo gli storici, Giorgio Cattaneo, psichiatra napoletano del ‘600, noto come “Maestro Giorgio” ( Mastu Giorgio) curava i malati di mente costringendoli a girare la “rota” che portava su l’acqua dal pozzo dell’ospedale: questo lavoro, che di solito veniva svolto da un asino, fiaccava a tal punto il malato che alla fine della giornata egli non era più capace né di muoversi, né di gridare. Se poi riusciva ancora, nonostante tutto, “ a fare il pazzo”, allora gli infermieri, “’e mastuggiorgio” , lo calmavano definitivamente con una scarica di legnate. Che al nome e al ruolo fosse collegata l’idea della brutale violenza venne confermato da Salvatore Di Giacomo nella poesia “Si è Rosa ca mme vo..”: abbandonato dalla donna che ama, il protagonista vuole essere chiuso in manicomio, e affidato alla cura del “mastuggiorgio” che dovrà calmarlo, in ogni modo: “ nchiuditeme pe’ sempe ‘int’ ‘a sti mmura / e ‘o mastuggiorgio mettiteme allato”.Secondo Francesco D’ Ascoli, alcuni versi di Titta Valentino, poeta napoletano del’600, confermano che il dottor Giorgio Cattaneo è personaggio storico: “Deh, masto Giorgio mio, dotto e saputo / che tanta capo tuoste aie addomate, / si nun te muove a dare quarch’aiuto / nuie simmo tutti quanti arrovenate”.  Ma non si può escludere che abbia ragione anche Antonio Altamura, che ritiene la parola una derivazione popolare del greco “mastigophoros”, guardia armata di frusta.