Botta e risposta a distanza tra il prelato e Natascia Lipari
Ieri sera la messa strappacuore e la fiaccolata cittadina per ricordare Simone Frascogna a un anno dal suo assassinio consumato su un marciapiede di Casalnuovo. Una messa nel corso della quale il vescovo di Acerra, don Antonio Di Donna, ha invocato di nuovo giustizia per il ragazzo di 19 anni ucciso con nove coltellate al petto da un gruppo di giovani violentissimi. C’è stato però un botta e risposta a distanza tra Di Donna e la mamma di Simone, Natascia Lipari. A un certo punto della sua omelia il prelato ha detto che bisogna “purificare il nostro cuore da ogni desiderio di vendetta o di odio per fare spazio alla giustizia, alla misericordia e al perdono”. “Ma io non perdono perché Dio ha detto non uccidere – ha replicato Natascia – il vescovo fa bene a fare il vescovo e a dire quello che dice ma io sono la mamma di Simone”. Brevi ma sostanziali puntualizzazioni derivanti da ruoli ben distinti. Da un lato c’è un vescovo cattolico nonché pastore di una comunità enorme, un sacerdote che scende ogni volta in piazza al fianco di chi chiede giustizia ma anche un rigoroso esponente della Chiesa. Dall’altro c’è una madre distrutta dal dolore più grande per un genitore. “La morte di Simone è brutale perché crea un vuoto, il vuoto di chi non tornerà più a casa – ha puntualizzato Di Donna dall’altare della chiesa della Santissima Annunziata – e io dal primo momento mi sono fatto interprete dell’indignazione popolare. Però – ha sottolineato il prelato – non possiamo non invocare giustizia ma non possiamo nemmeno non ascoltare la parola di Gesù, che davanti ai suoi aguzzini disse “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Certo, la legge umana, anche se precaria, va invocata così come va invocata la certezza della pena. Penso in questo senso anche ai genitori di Giuseppe Travaglino, il giovane di Acerra ucciso a Pomigliano per il quale parenti e amici stanno chiedendo giustizia. Ma chiedo a tutti i genitori delle vittime se esigere pene esemplari sia sufficiente”. Il vescovo della diocesi di Acerra ha sostanzialmente ribadito che Simone è stato vittima di una violenza figlia della mentalità camorristica. “Comunque – ha eccepito Di Donna – potremo mettere in galera tutti i camorristi ma resterà sempre il grave problema di fondo: la povertà educativa nelle famiglie, nella scuola, nella società”. Mondi che restano divisi. Natascia Lipari ieri sera ha tirato dritto come un fuso. “Presto ragazzi dobbiamo fare presto, prima che piova”, ha esortato gli amici di Simone mentre si accingevano, fiaccole e striscioni tra le mani, a chiedere giustizia per le strade della città. “E’ giusto che si chiedano pene esemplari – ha tenuto a dire il sindaco di Casalnuovo, Massimo Pelliccia – io ho visto il filmato della nostra videosorveglianza, che ha catturato i momenti dell’uccisione di Simone: una cosa terribile”. Quel filmato sarà il cuore della requisitoria che il pubblico ministero presenterà alla Corte d’Assise di Napoli, il prossimo 11 novembre. Alla sbarra c’è Giuseppe Iossa, il 18enne di Pomigliano cresciuto in un ambiente di camorra che inflisse nove colpi letali di coltello nel torace di Simone. Iossa la sera del 2 novembre 2020 fu spalleggiato da due complici minorenni, entrambi di Casalnuovo, che nel frattempo, a settembre, sono stati condannati col rito abbreviato rispettivamente a 10 e a 7 anni di reclusione.

