Il dramma dei morti, della paura, della solitudine, della miseria rovescia il senso delle parole, blocca la Storia alta e quella individuale, scuote il nostro rapporto con la realtà e con noi stessi. La tecnica che i giapponesi chiamano “ kintsugi”. Si modifica la percezione delle immagini, e delle opere d’arte. Il quadro “Viandante su un mare di nebbia” oggi non mi dice le stesse cose che mi ha detto fino a ieri.
La storia si è fermata, e non sa ancora che strada prendere.La storia è la nostra anima, e la nostra anima, ha scritto Aldo Masullo (la Repubblica, 29 marzo), è come l’acqua in un fosso: se non si muove, non si rinnova, e se non si rinnova, “imputridisce”. La storia minaccia di tornare indietro: Gabriele Romagnoli (la Repubblica, 6 marzo)cita un romanzo di Martin Amis, “La freccia del tempo”, in cui la vita di un medico nazista, Tod Friendly, viene raccontata al contrario, dal letto di morte al momento della nascita. La solitudine, il silenzio, lo spazio, la paura non hanno oggi lo stesso significato di tre mesi fa: non solo il tempo esterno prosegue la sua marcia senza una trama e senza una prospettiva, ma anche il tempo interiore si aggroviglia tra incertezze e confusioni, e ci capita di essere aggrediti, nel vuoto in cui viviamo, da ricordi vivissimi che però non riusciamo a incastrare nella storia del nostro passato, in quella che crediamo sia stata la storia del nostro passato. Sono ricordi reali o fantasie? Le parole cambiano suono e significato: e non solo quelle che la battaglia contro il virus ha reso note a tutti, “positivo”, “picco”, “pronato” ( Antonio Polito ne ha fatto un elenco, CdS, 31 marzo), ma anche quelle del lessico quotidiano, “attesa”, “abbraccio”, “febbre”, “progetto”, “amico”, “passeggiare”.Cambiano le parole e cambia il senso delle immagini, che sono lo spazio dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti: le strade del nostro paese hanno perso la loro identità, il vino nel bicchiere, il pane, la mela non hanno sapore, e non importa che ce l’abbiano, perché mentre mangi, ti chiedi come stanno i tuoi figli, i tuoi genitori, i tuoi parenti, anche se li hai sentiti a telefono un’ora prima, oppure pensi che, finito il dramma del virus, vedremo in modo più chiaro quanti altri drammi sono andati già in scena: la miseria, il massacro degli umili, il trionfo dei delinquenti e degli sciacalli. E la guerra sociale.
Barbara Stefanelli (settecorriere.it, 3 aprile) ricorda la tecnica “kintsugi” con cui i giapponesi riparano gli oggetti di ceramica che si sono rotti mettendo insieme i cocci con un collante e con polvere d’oro: “niente sarà più come prima, il vaso non sembrerà come nuovo. Al contrario: le nervature mostreranno il trauma, saranno la mappa rivelatrice di una storia unica e irripetibile. Ogni pezzo rammendato esce dalla produzione in serie e diventa soltanto sé stesso, impreziosito dal metallo e dalla cura.”. Sfoglio ogni sera i libri dell’arte, e ogni sera mi accorgo che quadri, sculture, disegni il cui significato credevo solido e definitivo ora mi dicono qualcosa di nuovo, e di diverso. “Il viandante sul mare di nebbia”, che correda l’articolo, Caspar David Friedrich lo dipinge nel 1818, e subito il quadro diventa l’immagine simbolica del Romanticismo. Il viandante, “assorto”, “nella solenne solitudine sull’ abisso nebbioso”, “nella contemplazione di qualcosa che è al di sopra della comprensione umana”, “ha una grandezza tragica” (Eva di Stefano). Egli è giunto al mare di nebbia, alla non-conoscenza del mondo e di sé, ma in fondo, oltre le rupi, oltre la nebbia, c’è una luce, che secondo gli studiosi (Geismeier, Jensen, Koerner, De Paz), il pittore mette in particolare risalto perché solo in quel punto i colori vengono stesi a dense pennellate. Quella luce è una speranza ed è una sfida.L’uomo con il bastone è il vero centro dell’opera, perché verso di lui convergono tutte le diagonali, e la sua figura si staglia nitida e ritta sull’indistinto mare di nebbia: ciò significa, dicono gli studiosi, che il viandante ha accettato la sfida, non si fermerà, andrà avanti, verso quella luce, alla scoperta del mondo e del futuro, e alla scoperta di sé. La forza che lo spinge, scrive Geismeier, è quella del sublime, che è vertigine di meraviglia e di paura, di desiderio di conoscenza e di ricerca della mistica Bellezza: il viandante, pronto a diventare viaggiatore, copre con il corredo dei suoi valori simbolici tutta la “strada” che va da Kant a Nietzche, attraverso Kierkegaaard. Fino a pochi mesi fa avrei condiviso questa interpretazione del quadro, che – lo confesso – non mi ha mai incantato, e per l’eccessivo carico di simboli – era un vezzo del pittore – e per alcune soluzioni formali: non mi è chiara, per esempio, la funzione degli alberi disegnati sulle rocce che emergono dal mare di nebbia. Ma oggi non riesco più a vedere nell’opera il trionfo dei valori della conoscenza, la vittoria dell’uomo “romantico” diventato uomo “globale”. Mi pare che la nebbia sia impenetrabile, che l’abisso sia invalicabile, e che il viandante si tenga saldo sul bastone e sulle gambe per non cadere nel vuoto, per resistere all’urto della paura e dello smarrimento: “sente” che è arrivato alla fine del viaggio. Quel viandante sta per voltarsi verso di noi, a mostrarci come il vento, che gli scompagina i capelli, muove il suo sguardo, e per in iniziare il viaggio a ritroso, nel tentativo di capire quali sono stati gli errori degli uomini, e in che misura il Caso si è divertito a indurli all’errore.
Erano le domande che si ponevano già molti secoli fa il cieco Tiresia e Edipo Re.

