Le ricette di Biagio: spaghetti alla San Gennaro. Il “piatto” che piaceva a Totò

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 Il tema del rapporto tra Totò e la cucina è stato trattato in un libro dalla figlia Liliana.  Il tema della fame sul palcoscenico della comicità: Totò, che conosceva realmente la fame, la “rappresenta” da vari punti di vista, anche se la scena più celebre è quella in cui Totò – Felice Sciosciammocca si riempie di spaghetti non solo la bocca, ma anche le tasche: sarebbe interessante parlare dell’ “incontro” tra due “mostri” del teatro comico: Scarpetta e Totò.

 

Ingredienti: gr. 400 spaghetti; gr. 250 pomodorini; 5 acciughe sott’olio; 2 fette di pane raffermo; 2 spicchi d’aglio; 2 cucchiai di origano; sale, olio d’oliva, basilico, peperoncino.  Pulire gli spicchi di aglio e strofinarli sulle fette di pane raffermo. Tagliare il pane a tocchetti. In una padella versare l’olio e farlo scaldare. Aggiungere gli spicchi di aglio e, quando saranno ben dorati, anche i tocchetti di pane per farli tostare e diventare croccanti. In un’altra padella versare  olio e aggiungere uno spicchio d’aglio e le acciughe diliscate. “Sciolte” le acciughe, aggiungere l’origano, i pomodorini tagliati a spicchi, e quando gli spicchi si sono appassiti, aggiustare di sale. Scolati gli spaghetti al dente,  farli saltare nel sugo di pomodorini e di acciughe e servire con il pane tostato, e con la fresca nota del basilico (le immagini sono tratte da internet).

Dicono che questo “piatto” piacesse a Totò quasi quanto “pasta e fagioli”. Gli piaceva, forse, perché gli ingredienti, tutti “poveri” e semplici coniugandosi armoniosamente formano un “piatto” che nell’apparenza e nella sostanza del sapore risulta “nobile”: “signori si nasce”, ma bisogna sempre sperare che la sorte e le circostanze svelino a tutti questa naturale signorilità. Forse proprio questa nobile semplicità spinse qualcuno a dedicare questo “piatto”, chiara variante degli “spaghetti alla carrettiera”, al Patrono di Napoli. Totò, come Eduardo, capì che il cibo era un aspetto essenziale della napoletanità: lo spiega bene la figlia Liliana che nel 2000 pubblicò, con Matilde Amorosi, un libro sul rapporto complicato tra la “cucina e il padre”, e scelse come titolo “Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà”, dalla filastrocca che Totò intonava nel film “Totò contro Maciste”. Ha ragione Cristina Bragaglia, importante studiosa della storia del cinema, quando scrive che fu Charlot il primo a fare della “fame” un tema fondamentale della comicità. Ma Totò, che era nato e cresciuto in una città in cui la “fame” era un cardine della storia sociale, interpretò questa tema da molti punti di vista.

In “Miseria e nobiltà” si parte dalla fame assoluta: “qui si mangia pane e veleno” esclama Pasquale- Enzo Turco, e Felice Sciosciammocca – Totò lo corregge: “Pasquale, qua si mangia solo veleno”. Poi arrivano i rifornimenti offerti dal “signorino”: e Totò interpreta da Maestro una scena che resta ai vertici del “teatro comico”: esulta sulla tavola mangiando spaghetti, e riempiendo di spaghetti le tasche, perché anche nell’ora fortunata chi è nato povero non deve dimenticare che la povertà e la fame sono sempre in agguato: e dunque, quando può, faccia il pieno di spaghetti e, come nel “Turco napoletano”, di babà. Poi c’è la “fame” di chi è mantenuto da una moglie avarissima: nel film “Totò, Peppino e i fuorilegge”,  Teresa – Titina De Filippo risparmia perfino sulla stoffa delle camicie e sullo zucchero nel caffè, e fa la faccia brutta con il barbiere – Peppino De Filippo, che, invitato a pranzo, ha portato solo gli spaghetti e le salsicce che mangerà lui, sebbene Totò l’avesse avvertito: devi portare anche le porzioni per noi, padroni di casa, che per preparare il pranzo già consumiamo olio, acqua, tempo e lavoro ai fornelli. C’è poi la fame a cui si condanna l’avaro: nel film “47 morto che parla”, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia, il barone Antonio Peletti – Totò è protagonista di un memorabile “duetto” con un macellaio che egli cerca di ingannare sia nel pagamento che sul peso delle fette di carne, manovrando con il bastone sotto il piatto della bilancia (vedi immagine in appendice). Ricordiamo che il film è la versione cinematografica della commedia omonima di Ettore Petrolini, e che “il morto che parla” a Napoli “fa” 48, mentre a Roma “fa” 47. Mi piace ricordare che tra gli sceneggiatori di questo film del 1950, in cui Totò diede una grande prova del suo genio versatile, c’era  Marcello Marchesi, uno scrittore dalla penna “finissima”, che sapeva usale la satira in modo magistrale.