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Tra i tanti significati simbolici del pane c’è anche quello di essere l’alimento più importante durante i periodi di crisi e di rappresentare la “ripartenza”. Ma nel corso della storia il pane è stato anche simbolo di divisione. Le riflessioni di Marco Aurelio sui tagli “naturali” sulla crosta del pane. Qualche notizia storica sul “pane bianco” e sul pane “bruno”  nella Napoli borbonica, e sul pane “amaro”di chi dipende dagli altri.

 

Ingredienti:  gr. 80 pane raffermo; gr. 40 di pangrattato; gr. 70 provolone del Monaco; gr. 20 di pecorino; 3 uova; 1 tazza di latte; mezzo bicchiere di vino bianco; olio di oliva; sale, pepe, prezzemolo, aglio. Lasciate ammorbidire nel latte per qualche minuto i pezzi del pane raffermo, e poi impastate il tutto con moti sapienti delle mani. All’impasto aggiungete il pangrattato, i formaggi grattugiati, le uova che sono state sbattute con sale e pepe, il trito di prezzemolo e di aglio. Formate le polpette con le mani umide di acqua in cui è stato versato il vino bianco e mettetele a friggere, poche alla volta, nell’olio in una capiente padella, in cui ci sia lo spazio per rigirarle. Quando la doratura è completa, portate via l’olio con un mestolo forato e disponete le polpette su carta assorbente da cucina: sono pronte per la tavola (l’immagine è pubblicata su internet).

 

Barthes, Le Goff, Piero Camporesi hanno sostenuto, da punti di vista diversi, che dopo i grandi disastri materiali e morali provocati dalle guerre, dalle catastrofi naturali e dalle epidemie si riparte dal pane, l’alimento semplice, antico, salutare, carico di una complessa trama di valori simbolici. Ma il pane divide o unisce? A noi Napoletani, a prima lettura, la domanda pare oziosa. L’unità della famiglia e della comunità noi la vediamo concretamente rappresentata dalla tavola apparecchiata per il pranzo e per la cena: e al centro c’è il pane. Però Massimo Montanari, che pone la domanda, ci ricorda che i Greci chiamavano “barbari” tutti quelli che non solo non usavano la loro lingua, ma non conoscevano il pane. I Cristiani scelsero il pane come simbolo fondante della nuova religione, e anche su questo punto presero le distanze dagli Ebrei, che per tradizione escludevano i cibi fermentati dalla sfera del sacro. Ma le distanze, su questo punto, lentamente si ridussero. Infatti, quando, nel 1054, la Chiesa “greca” si separò da quella “Latina”,tra le cause della divisione venne indicata anche la decisione dei “Latini” di introdurre, nel rito della messa, l’ostia “azzima”, non fermentata, e dunque di manifestare rispetto per la tradizione ebraica. Marco Aurelio vide la ragione divina manifestarsi anche nelle screpolature del pane, in quei tagli “naturali” “che in un certo qual modo sono in contrasto con ciò che si ripromette l’arte del fornaio, e tuttavia hanno una loro grazia e stimolano l’appetito in modo del tutto particolare”. I ricchi Romani mangiavano il pane di frumento, e i plebei la polenta di farro. Ma il farro si è preso la rivincita lasciando la sua radice nella parola “farina”. Pompei era famosa per il pane: un “viandante” nocerino, Caio Sabinio, scrisse, a Pompei, sull’intonaco della taverna di Stazio: “Viandante, il pane gustalo a Pompei, ma il vino compralo a Nocera”: ma, considerata la rivalità “sportiva” tra Nocerini e Pompeiani, non so fino a che punto sia attendibile la distinzione. Nel primo ventennio dell’Ottocento il Comune di Nocera dettava “assisa” per il pane “bianco”, di “fiore di saragolla” e di “fiore di carosella”, e per il pane “bruno”, riservato alla “plebe”: nel 1855 un muratore guadagnava, quando trovava lavoro, tra 16 e 18 “grana” al giorno, mentre un “rotolo” (circa 900 grammi) di “pane bianco” costava tra i 5 e i 7 “grana”. Perciò, nel 1861 gli abitanti della contrada “Finelli” di Boscotrecase non ebbero dubbi nel dichiarare alle forze dell’ordine che Vincenzo Lettieri, loro vicino di casa, era un “manutengolo” del brigante Pilone: infatti Vincenzo, “un miserabile bracciante”, e sua figlia mangiavano “pane bianco della Torre”, che il brigante regalava a sua figlia, e questa sfrontata se ne vantava pubblicamente. Nel 1925 la canzone “Lacrime napulitane”, di cui furono autori Libero Bovio e Francesco Buongiovanni, ricordò che gli emigranti trovavano lontano da Napoli molto pane, ma era pane “amaro”, come sa sempre “di sale” – parola di Dante – “lo pane altrui”. Anche la polpetta ha una sua affascinante storia sociale, e capitoli interessanti di questa storia sono stati scritti da Napoletani e da Siciliani. Ma ne parliamo alla prossima.

(FONTE FOTO:RETE INTERNET)