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La figura di Caio Vestorio Puteolano, banchiere amico di Cicerone. Le preziose notizie fornite dai “manifesti” elettorali di Pompei. Lo scontro tra i sostenitori e gli avversari di Numerio Barca, cartaginese di origine. Gli operai e i mercanti della Gallia. Pompei al centro del commercio del vino tra la Gallia e e il Mediterraneo. Le “aselline”, le esotiche ragazze che prestavano servizio nella “taverna” di Asellina.

 

Era scritto nel destino della città: essere un “centro di attrazione” (R.’Etienne) non solo dopo l’eruzione, e per l’eruzione, ma anche prima, grazie ai suoi traffici e alle attività commerciali. Abitavano a Pompei importanti famiglie sannitiche originarie di Nocera, i Sittii e i Vitelli, mentre da Pozzuoli venivano gli Aviani Flacci, che strinsero vincoli di parentela con i Pontii: Lucio Aviano Flacco Ponziano fu duoviro “giusdicente” e lui e Quinto Spedio Firmo sistemarono a “proprie spese” “il tratto di strada che va dalla pietra miliare alla stazione delle carrozze e dei carretti”. Alla fine dei conti, la propaganda elettorale segue da sempre gli stessi schemi. L’edile Vestorio Prisco apparteneva quasi certamente alla famiglia di Caio Vestorio, banchiere amico di Pomponio Attico e di Cicerone, e quasi certamente la stessa persona che Plinio ci descrive come un importante personaggio di Pozzuoli. Questo Vestorio appare, nelle parole di Cicerone, come un mago dei numeri: nessuno lo batte nel fare i conti e nel valutare i vantaggi e gli svantaggi di affari e di investimenti: è un Pomponio Attico che però non perde tempo con i filosofi e con i poeti: bada solo al danaro. Egli segue con attenzione l’economia e i mercati di Pompei, e per capirne di più, e per tenere “le mani in pasta”, candida un suo parente. Marco Loreio si chiamava Tiburtino dal nome della sua città di origine, Tivoli (Tibur) : a lungo gli studiosi lo considerarono padrone della splendida casa che poi, grazie al ritrovamento di un sigillo di bronzo, venne poi “restituita” al vero padrone, Ottavio Quartione: l’errore fu provocato da due iscrizioni di propaganda elettorale e dagli affreschi ispirati al mito di Ercole, che di Tivoli era il “patrono”. In uno dei “manifesti elettorali” Loreio invitava i vicini di via dell’Abbondanza e i passanti a votare come “duoviri” Paquio Proculo, che venne eletto, e Aulo Felice Caprasio, che apparteneva alla potente “gens” dei Vettii. In un altro “manifesto” Loreio faceva propaganda per Lucio Ceio Secondo, membro di una famiglia di importanti produttori di vino, che, con un manifesto di risposta, promise al suo influente sostenitore il “contraccambio”: tu fai votare per me, e io farò votare per te.

Originari della Sicilia erano gli Heii e i Pompei Grosfi, parenti di quel Grosfo, ricchissimo mercante, a cui Orazio consigliò di godersi le sue ricchezza nella pace della splendida sua terra. “Duoviro” voleva diventare anche Numerio Veio Barca, che forse era legato alla famiglia dei Veii, mercanti sanniti residenti a Pompei, o forse era un cartaginese, come indicherebbe il nome, trasferitosi ai piedi del Vesuvio e impegnato in attività commerciali. E’ probabile che gli avversari politici si siano accaniti contro di lui: infatti i suoi sostenitori garantiscono che chi lo voterà verrà protetto dalla “Venere pompeiana”, mentre ai suoi calunniatori viene riservata una pubblica maledizione, “ tabescas”, “possa tu consumarti fino a morire”. C’erano mercanti originari della Cilicia, come Sandelio Sandeliano, che ricordava con il suo nome Sandes, divinità venerata nella sua terra d’origine, e numerosi erano i celtici, operai delle lavanderie alcuni, altri, mercanti, Cotrio, Cinnio, Samellio, Casellio: i quali mercanti  -sostiene H. Mouristen- anche se soggiornavano in città temporaneamente, erano tuttavia inseriti nell’” ordo civium”, tra coloro che avevano diritto di voto attivo e passivo, e dunque potevano candidarsi. I rapporti commerciali con la Gallia divennero assai intensi a partire dall’età di Augusto, quando la crisi della viticultura italica aprì la strada all’importazione di vini gallici, che, a dire di Plinio e di Marziale, conquistarono subito il favore dei seguaci di Dioniso. Secondo gli studiosi, Pompei divenne un centro di distribuzione dei vini della Gallia, della Sicilia e della Spagna, venduti dai mercanti pompeiani nei mercati lontani dai territori di produzione: lo confermerebbero i sigilli e le anfore, che i pompeiani compravano nel nord dell’Italia e in Gallia. Nel 1881 a Pompei venne trovata una cassa, in cui erano chiuse, ancora imballate, 90 tazze e 30 lampade, provenienti dal sito archeologico della “Graufesenque”, nel Comune di Millau, a sud della Francia: la cassa faceva parte, quasi certamente, di una “spedizione” molto più consistente e più varia, in cui erano  presenti i vasi, decorati con rilievi “a stampo”  e prodotti dal laboratorio di Mommo, che teneva bottega in quel sito..

Non c’è spazio per discutere della complicata questione della presenza degli ebrei a Pompei. Diciamo soltanto che la locandiera Asellina, che promette pubblicamente il suo voto a Lucio Ceio Secondo, candidato “duoviro”, intrattiene i clienti con l’aiuto di belle e esotiche ragazze,tanto orgogliose del “luogo” e della direttrice da farsi chiamare “Aselline”: la greca Egle, l’ebrea Maria, la siriaca Smirna. Forse erano schiave, e dunque non rientrano nel tema dell’articolo: ma erano veramente schiave? Smirna, insieme a Cuculla, operaia nella bottega di un tessitore di tuniche, “raccomanda” pubblicamente l’elezione di Giulio Polibio. Ma Polibio non gradisce il sostegno della tessitrice  e ne fa coprire con un velo di calce il nome di “Cuculla”, un “nome d’arte” che lo Staccioli traduce “Cappuccetto”.

Il velo di calce venne portato via dagli archeologi: e il dubbio sullo “status” delle “aselline” rimane.