CONDIVIDI

Tra i balli etnici italiani, la tammurriata rimane senza dubbio uno di quelli di più antica tradizione. Nonostante le varianti regionali e sub regionali, è il ballo che meglio rappresenta l’animo popolare, in particolare dell’Italia meridionale, dove è ampiamente diffuso. Intervista allo studioso e archeologo Nicola Castaldo di San Paolo Belsito.

 

 Nicola, come si sviluppa la tammurriata?

“Nell’accezione corrente, con il termine tammurriata si suole indicare un ballo di coppia, sia mista che non, che rientra nella famiglia della tarantella meridionale. E’ una danza a ritmo binario, che coinvolge braccia, mani, busto e piedi in un particolare movimento incalzante e frenetico. Il termine trae origine dalla sapiente percussione manuale della tammorra, ossia un tamburo a cornice, di varie dimensioni, su cui sono applicati doppi sonagli di latta e, a volte, con aggiunta di un addobbo di nastri e pitture policrome. Nell’antichità classica i sonagli non esistevano. Altri strumenti di accompagnamento, che rientrano nel repertorio della tammurriata, sono le castagnette, il putipù, il triccheballacche, lo scetavajasse, i campanelli e il flauto”.

Cosa designava in passato la tammurriata e il suo ambito geografico?

“La tammurriata, che in passato designava solo un repertorio canoro – strumentale, inizialmente si diffuse tra i contadini del Sud Italia per poi acquistare popolarità regionale in Campania, Molise, Basilicata e Calabria. In Campania viene, tuttora, eseguita in una vasta area geografica che comprende la bassa valle del Volturno, il casertano, l’area circumvesuviana, l’agro nocerino – sarnese, il nolano e la costiera amalfitana. Tra i sottogeneri si ricorda la giuglianese, la sarnese – sommese, quella del agro nocerino e la  pimontese – amalfitana. Tra le varianti, quella sarnese – sommese implica uno stile caratterizzato da una paranza di suonatori e vari strumenti a percussione e a fiato, tra cui, a volte, anche la fisarmonica”.

Quali sono le sue origini storiche?

“Sicuramente l’aspetto storico e quello archeologico in senso lato sono molto interessanti. In riferimento alle origini remote della tammurriata, basta rivolgere l’attenzione ad un certo tipo di documentazione visiva, che trova chiaro riscontro in alcuni dipinti del XVII secolo. Nell’epoca vicereale, infatti, sembra che alla tammorra vengano aggiunti i primi sonagli metallici di latta. Comunque, un antecedente della tammurriata è rinvenibile nei ritmi della danza frenetica, orgiastica e selvaggia in onore di Cibele, divinità di origine anatolica, la Grande Madre, da parti dei coribanti: i sacerdoti della dea, identificabili con divinità minori dell’antica religione greca, che costituivano il seguito della dea stessa. Ad essi si attribuisce l’invenzione di un tipo di danza svolta con l’accompagnamento di strumenti a fiato e dal tympanon, una sorta di tamburo, che provocava un effetto di stordimento e di estasi. Catullo (84 a.C. – 54 a. C.) presenta i coribanti come eunuchi vestiti da donna. Oggi, non è un caso, che la festa della Candelora trova la sua massima espressione nel culto dei femminielli“.

Cosa può dirci, a proposito, sul culto di Cibele?

“Nell’area campana, il culto di Cibele fu introdotto dai coloni greci di Cuma, Puteoli e di Neapolis. Queste prime comunità si spinsero in un secondo momento verso Nola, Avella ed Avellino. Sul monte Partenio portarono il loro nume tutelare, creando un grande santuario. La festa in onore era caratterizzata, in particolare, dalla processione di un gran pino inghirlandato di rose e viole ed un’immagine raffigurante il giovane dio Attis. Il pino, infatti, era l’albero in cui era stato trasformato il giovane prediletto di Cibele. Con l’avvento del Cristianesimo, il culto per la dea si estinse, ma restò vivo nelle coscienze delle popolazioni campane. Dal Partenio, con la mamma Schiavona, si rifugiò nell’agro nolano, dove tuttora si celebrano feste sostanzialmente di origine pagana”.

Esiste, quindi, una connessione con gli attuali riti?

“Quest’ultimo aspetto di connessione al sacro, infatti, richiama le molteplici tradizioni folcloristiche campane legate soprattutto alle feste mariane: da Montevergine, la vera e prima trasfigurazione della dea Cibele, alla Madonna di Castello di Somma Vesuviana, fino ad arrivare alla Madonna delle galline di Pagani, dove la processione della statua è accompagnata, come quelle in onore di Cibele, dai tammorrari. Un tempio in onore a Cibele fu scoperto nel 1863 a Gragnano in località Trivione. Un tempio di Cibele doveva sorgere anche a Nola, da dove provengono statuette votive della stessa divinità. Nel nolano, comunque, famose, un tempo, erano le tammurriate, che si svolgevano il lunedì successivo alla festa di Santa Maria a Parete presso il Santuario di Liveri, che ricade la terza domenica dopo Pasqua.

Senza dubbio le tammurriate che hanno luogo a Somma Vesuviana – già subito dopo la Pasqua, in occasione delle cosiddette feste della Montagna calda, con pellegrinaggio sulla vetta del Monte Somma, pranzo in loco ed esibizione delle famose paranze sommesi – sono quelle più suggestive e che conservano intatto un patrimonio ricco di sonorità e gestualità arcaica. Qui, i simboli dionisiaci sopravvivono ancora tra i filari ordinati della uve catalanesche, i canti, il doppio flauto e l’uso dei tirsi, ossia delle lunghe pertiche addobbate di edera e rami frondosi con cui la divinità, dell’ebbrezza e della sensualità, amava accompagnarsi.”