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La scuola e l’insegnamento della lingua italiana: il D. S. Michele Montella scrive ai genitori e ai docenti

Prendendo spunto dall’allarme lanciato da seicento docenti universitari e attingendo riflessioni e proposte di soluzione del problema dalla sua esperienza di docente e di dirigente, il prof. Michele Montella, D.S. dell’ I.C. “D’ Aosta” di Ottaviano, invia ai genitori e ai docenti una lettera in cui porta allo scoperto i “nervi” della complessa questione.

 

Carissimi, prendo spunto dall’allarme che seicento docenti universitari hanno lanciato, a causa dell’incultura imperante e dello stato d’ignoranza relativo alle competenze d’Italiano dei giovani universitari, per parlarvi, a mia volta, di questo problema che affanna anche le scuole del I ciclo, responsabili, prima delle altre, dello scempio attuale e per chiedervi di appoggiare fortemente le nostre iniziative in questa direzione.

Tra l’altro questo appello, che riportiamo in calce, vede tra i firmatari anche la scrittrice Paola Mastrocola, che da anni, con i suoi libri, si batte per un miglioramento della scuola e che verrà a farci visita nel mese di marzo.

Siamo sempre stati in prima linea contro l’abbrutimento a cui la cultura del nostro paese sta assistendo. Non saper più parlare correttamente, non saper più narrare per iscritto esperienze ed emozioni, ragionamenti e progetti vuol dire non riuscire più ad articolare i pensieri e a dire con precisione il mondo che ci circonda, così complesso e così indecifrabile. Ormai ci esprimiamo attraverso frasi minime, facciamo fatica ad elaborare un costrutto sintatticamente più complesso, riduciamo la nostra narrazione a poveri mugugni; amiamo facebook che ci permette di far vedere, di ostendere la superficie, ma certo non ci aiuta ad argomentare, ad esprimere il vero nostro mondo interiore. I ragazzi e spesso i docenti hanno difficoltà a rendere le sfumature di un concetto, stanno gradualmente perdendo la capacità di gustare un brano classico, una poesia di Leopardi, un sonetto di Petrarca, le potenti immagini letterarie di Dante, figuriamoci un idillio greco, tradotto in italiano.

Qual è il prezzo che paghiamo per tutto questo? Se pensassimo al fatto inoppugnabile che la lingua ci permette di partecipare in maniera paritaria allo svolgimento della vita civile, allora comprenderemmo facilmente che ai nostri ragazzi stiamo preparando un futuro di esclusione, che essi ben presto non saranno più capaci di intervenire, di proporre, di farsi ascoltare e ciò vuol dire essere destinati a soccombere nei confronti del più forte, di chi ha interesse a fare di noi dei bruti consumatori.

Vogliamo ragazzi omologati e passivi? Continuiamo a regalare cellulari ultrapotenti, insistiamo nel considerare i libri oggetti noiosi e fuori moda; incentiviamo l’acquisto degli status symbol: swacth, scarpette, pantaloni sdruciti, inutili e vacui oggetti per imbarazzati e sciocchi analfabeti; facciamo passare l’idea che è vincente chi esibisce ricchezza e non cultura e il gioco sarà fatto!

Come preside della nostra scuola, sento il dovere di allarmare i docenti e i genitori e di invitarli fortemente ad aiutare i ragazzi a svegliarsi dal sonno in cui noi stessi li trasciniamo.

Ai docenti chiedo di partecipare con passione ai piani articolati, che organizziamo per la cultura, per imparare a scendere in noi stessi e ad attendere che le parole ci rivelino il mistero delle cose, a non a sentirsi arrabbiati perché ci sono troppi impegni e bisogna pur pensare a se stessi, perché chi educa non può pensare a se stesso, ma solo ed esclusivamente ai suoi alunni.

Chiedo agli insegnanti, con i quali il cammino di affettuoso confronto è ormai stabile e grato, di continuare a prepararsi professionalmente, di non lasciar perdere l’occasione di colmare lacune personali, di approfondire la loro personale cultura, spesso di alta qualità, le loro competenze e non parlo solo di quella digitale, perché quest’ultima non serve a niente, se non è supportata da pensiero critico e da una buona base di padronanza grammaticale e sintattica. Basterebbe, con i propri alunni, riprendere in mano un manuale di grammatica pensandolo come un lieve e poetico dono, studiare meglio le vocali tematiche dei congiuntivi, abituarsi a tenere un diario, scrivere lettere d’amore, produrre articoli per un giornalino, intervenire nei dibattiti pubblici, esprimersi sulle scelte politiche, leggere pagine classiche e universali insieme alle persone che si amano, magari di sera, spegnendo il frastuono delle televisioni e rinunciando a sorbirsi immagini di una festa becera e volgare senza fine, che dimentica la vita vera.

Sogno docenti che acquistino libri invece che tablet, che preferiscano un salotto letterario ad una decadente e volgare riunione festereccia, che mi chiedano con insistenza di acquistare sussidi culturali, attrezzare biblioteche, svolgere incontri di lettura, invitare scrittori e mi rimproverino perché non faccio abbastanza. Sogno operatori di cultura che s’illuminino di fronte a pagine di Manzoni o di Dickens e che di fronte ai nomi di Tolstoj o di Dostoyevski non abbiano un attimo di incertezza, prima di ricordare che sono scrittori immortali, che parlano di noi e non cognomi di persone profughe dell’Est, che, in ogni caso, potrebbero insegnarci qualcosa.

Ai genitori chiedo di smetterla di regalare cellulari per sentirsi amati e stimati dai loro figli, ma di farsi trovare a leggere libri e giornali a casa, a farsi scoprire avidi lettori e consumatori di cultura, ad educare i loro figli ad andare a teatro, invece che nei centri commerciali o nelle discoteche, a frequentare biblioteche, ad apprezzare la poesia; chiedo che comincino a leggere ad alta voce ai loro figli e di ascoltare dalla voce amabile dei ragazzi, nell’intimità della casa, un bel libro e a non smettere mai fino a notte fonda. Forse non acquisteranno subito la simpatia e la stima dei propri ragazzi, ma da nessuna parte sta scritto che i genitori sono meno genitori se guardano più lontano dei loro figli, anzi la loro cifra è proprio questa; essere amati e stimati non vuol dire essere apprezzati e vincenti secondo le mode del tempo.

Io so che l’alba arriverà, ma mi piacerebbe poterne godere almeno i primi timidi raggi.

Dal canto mio faccio della mia vita di preside un campo di impegno culturale e non di lotta mercantile, cerco di tenermi lontano da un’organizzazione didattica legata alle apparenze e alle fumose parate, ma sento che, nelle povertà e nelle manchevolezze di ciascun impegno personale, non è solo questo che serve. Nessuno di noi può farcela se non ci rendiamo consapevoli che essere educatori vuol dire andare controcorrente, proporre alternative e non conformarsi ad una cultura degradata a slogan pubblicitario. Abbiamo bisogno insieme di riprendere ad organizzare una resistenza al brutto e al volgare e a riappropriarci della felicità di coltivare l’umano in noi. Un saluto appassionato di stima per tutti.

(a cura di Michele Montella)

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