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Il concetto di bene comune ha ormai pervaso i più svariati contesti disciplinari, da quello economico, in cui è nato grazie al premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom, a quello giuridico, biologico ma anche sociologico e politico in cui negli ultimi anni si è visto l’affermarsi della co-governance come modello di governo dei beni comuni.

 

 

Elinor Ostrom definisce i beni comuni come risorse materiali e immateriali condivise.

La Ostrom afferma che la privatizzazione delle risorse naturali collettive non sempre è possibile e che in ogni caso non risolve il problema del loro sovrasfruttamento, ed evidenzia l’esistenza di una terza via tra Stato e mercato che permette che le common properties non degenerino, rilevando come l’esistenza di talune comunità, e l’appartenenza alla stessa, imponga agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.

Il costituzionalista Stefano Rodotà definisce poi i beni comuni come «quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future» (Rodotà, 2012), sottolineandone, dunque, la loro imprescindibilità per garantire un equilibrio generazionale.

La forza dei beni comuni risiede soprattutto, però, nella loro capacità di rappresentare soluzioni possibili per le importanti sfide dei nostri tempi, tra cui il clima e le disuguaglianze.

Non a caso, la lezione della Ostrom è di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Per applicare a questi beni la ricetta di Hardin che vede la privatizzazione come unica soluzione per evitarne lo sfruttamento, mancano infatti sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprietà pubblica. Non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.

Elena Pulcini, poi, nel contribuire alla definizione di bene comune dichiara: se l’accezione originaria allude essenzialmente alle risorse naturali, oggi parlare di “commons…, vuol dire includere almeno due distinte categorie di beni: i beni materiali, come acqua, aria, energia, clima, biodiversità, e i beni immateriali come conoscenza, cultura, salute, informazione (Pulcini, 2013, p. 350).

In questa prospettiva si comprende come anche la scuola da sempre “produttrice” di educazione, conoscenza e cultura emerga appieno come bene comune materiale (edifici scolastici) ed immateriale al tempo stesso.

La scuola è “bene comune” perché strumento di costruzione e coesione sociale, momento di raccordo tra l’individuo e la società, nelle sue molteplici dimensioni culturali, economiche, politiche, sociali.

Alla luce di queste considerazioni, si comprende che l’Italia, sul piano internazionale, si misura non solo con le sue imprese ma anche con le sue istituzioni, le sue scuole, università e centri di ricerca. Ne consegue che l’istruzione è un fattore decisivo per la solidità del “sistema paese Italia”.

Se il nostro Paese non sceglie di investire in educazione, rinuncia a crescere e non solo economicamente: la formazione di ciascun cittadino è un importante fattore di competitività ed espressione concreta del diritto fondamentale di uguaglianza, e garanzia di libertà.

Esiste una correlazione diretta tra livelli di istruzione e livelli di produttività: il capitale umano di un paese è un fattore strategico per il suo sviluppo. Infatti, i Paesi in cui le conoscenze e le competenze sono rese disponibili al maggior numero di cittadini, sono quelli più ricchi, innovativi, e avanzati.

Studi dimostrano che la possibilità di trovare lavoro aumenta del 2,4% per ogni anno di scuola frequentata e nel Meridione questa percentuale arriva al 3,2%. Un elevato livello di istruzione ridurce i rischi collegati alla perdita dell’occupazione, fornendo quegli indispensabili “strumenti” personali per meglio rispondere alle richieste di un mercato del lavoro “fluido” e in continua evoluzione.

Tuttavia, in Italia, il divario sociale in seno alla popolazione è ancora elevato. Tante famiglie non sono in grado, culturalmente ed economicamente, di sostenere adeguatamente lo studio dei propri figli.

La dispersione scolastica incide significativamente su una persona, dal momento che favorisce l’insorgere di condizioni di emarginazione e disuguaglianza.

Ad indicare la strada da seguire per un’uguaglianza sostanziale dei cittadini, c’è la nostra Costituzione che, istituendo il concetto di livello essenziale delle prestazioni (LEP), fissa precisi indicatori, sia in termini di prestazioni sia di organizzazione, attraverso cui riconoscere a tutti il godimento concreto dei “diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117, comma 2, lett. M).

La scuola è, quindi, strumento decisivo, per l’attuazione del principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’art. 3 della Costituzione: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

La scuola, mentre svolge la propria funzione didattico-educativa, diviene catalizzatore di sviluppo economico e sociale, “centro motore” per la cura del proprio Paese, promotrice di cittadinanza, costruendo in ciascuno la possibilità concreta di essere membro a pieno titolo della realtà sociale ed economica nel rispetto delle proprie specificità e potenzialità.

Per questo motivo è necessario garantire a tutti la possibilità di scegliere il proprio percorso formativo.

La scuola “bene comune” è la scuola dell’inclusione, della cooperazione, del dialogo dove convivono necessità di concretezza e bisogno di fare esperienza reale di valori e princìpi; che annichilisce le differenze tra coloro che possono accedere ai saperi che “contano” e coloro che rischiano di poter accedere solo alle competenze di base, non abdicando alla sua funzione di ascensore sociale; che migliora la qualità della vita e nutre il senso di responsabilità civica, promuovendo empatia, vicinanza, rispetto, solidarietà verso “chi è altro da sé”, sperimentando la possibilità di trasformare i problemi in opportunità e sviluppando l’indispensabile capacità di saper interpretare e vivere pienamente nella storia e nella società del proprio tempo.