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La morte di Willy nel secolo buio dell’odio, della violenza vigliacca e della banalità del male

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Ken Follet, Bauman, Lorenzo Marone, Hanna Arendt, Banksy e Cattelan. Il ruolo della violenza e dell’odio in una società in cui la percezione della precarietà, la competizione, la durezza della lotta per l’esistenza alimentano in molti la crisi dell’identità e il complesso di inferiorità. L’odio e la violenza, sui “social” e nella realtà quotidiana, danno a molti l’illusione di “esistere” e di far parte di un gruppo. E la violenza può diventare bestiale, come quella che ha ucciso Willy e ha continuato a calpestarlo anche dopo la morte. Ma qualcosa sta cambiando, e i seminatori di odio non se ne sono ancora accorti.

 

Ha ragione Ken Follet: secolo buio è il Medioevo, secolo buio è il nostro tempo. Il Novecento è il secolo dell’odio: e ha ragione anche Bauman: “l’odio primo”, quello dei nazisti, che produsse l’olocausto e lo sterminio degli Ebrei  non fu “una devianza dalla modernità”, ma ne fu un prodotto coerente. La società post- industriale, la “liquida ”società globale e la cultura dei “social” hanno reso sempre più intenso questo bisogno di odio e, per questo, ne hanno anche variato la specie: accanto all’odio razziale – quello esterno, indirizzato contro i “neri” e contro i migranti, quello interno, del Nord contro il Sud – hanno preso forma e si sono caricati di veleno l’odio di genere, l’odio sociale, l’odio per la verità. Molte e complicate sono le cause di questa interminabile stagione nera dell’odio. Le varie forme della società industriale e post- industriale hanno trasformato la concorrenza, la competizione, l’individualismo in drammatiche componenti psicologiche, hanno aperto gli spazi alla paura dell’altro, al fastidio per il diverso, alla devastante percezione di quella precarietà che la rivoluzione tecnologica ha reso ancora più tragica “creando una nutrita classe di inadatti”. Forse ha ragione anche Lorenzo Marone, quando scrive che “siamo sempre più stupidi”. E poi il terrorismo di destra e di sinistra, le guerre scatenate dai rigurgiti del colonialismo e contrabbandate come guerre di liberazione, l’asservimento progressivo dei singoli e di popoli interi alla dominante cultura dell’ “utile”, e certe  date che diventano simboliche: l’11 settembre del 1973 viene ucciso in Cile Salvador Allende, e l’11 settembre del 2001 un attentato terribile e misterioso sgretola a New York le torri gemelle e la vita di migliaia di persone. Nella società “liquida” si dissolvono le istituzioni democratiche, si scompaginano i partiti, acquistano potere agenzie che attraverso il web controllano flussi di voti, l’elezione e le scelte di deputati e di senatori; e a scuola non si dà più importanza allo studio della storia, e cambiano volto e funzione le librerie e i circoli culturali. Molti cittadini della società liquida cercano di darsi una identità, chiedono di “esistere”, e tentano, in ogni modo, di non ascoltare le voci di quel “complesso di inferiorità” che li rode e li avvilisce. A chi si sente “inferiore”, emarginato, assente il web e l’odio offrono l’illusione di “esserci”: il web permette all’odio di scegliere qualsiasi bersaglio, di esercitarsi, senza correre pericoli, anche contro i malati, anche contro i morti: anche contro un ragazzo che steso a terra è stato maciullato dalla violenza di alcune “bestie”, anche contro centinaia di migranti inghiottiti dal mare. La società non è quella “istanza morale primaria” immaginata da Durkeim: oggi, la società non offre più ai cittadini scale di valori che potremmo definire “illuministici” – la fratellanza, la giustizia, la concordia sociale – ma, al contrario, fornisce alla violenza e all’odio la “copertura” di sistemi ideologici e di partiti politici, e, in ogni caso, la giustificazione di un “agente” sociale sempre più devastante: la droga. Ci sono partiti politici che non hanno espresso sdegno e smarrimento per il barbaro assassinio di Willy: chi era poi questo Willy? Uno straniero, un migrante. Raccontano che uno dei picchiatori accusati dell’omicidio subito dopo l’esercizio dell’ animalesca violenza contro il giovane abbia pubblicato su “fb” un post dai contenuti triviali, di cui erano protagoniste due scimmie, e corredato da una serie di faccine che piangevano dalle risate. Osservate le foto dei presunti assassini: la postura “eroica” è tipica di chi ha bisogno di comunicare agli altri e a se stesso: “Vedete che io esisto, che io sono capace di tutto”: è la cultura dei selfie.E’ la banalità del male:  il libro di Hanna Arendt, uno dei più importanti del ‘900,  di giorno in giorno diventa sempre più attuale. Davanti al tribunale israeliano che lo giudicava per il ruolo di primo piano da lui svolto nella pianificazione dello sterminio degli Ebrei nei campi di concentramento nazisti Adolf Eichmann si difese dichiarando che era stato un semplice esecutore di superiori disposizioni, un impiegato, insomma, che lo Stato, nel pretendere che eseguisse gli ordini ricevuti, sottraeva, di fatto, a ogni giudizio dettato dall’etica e dalla morale tradizionali. E dopo aver preparato gli interminabili elenchi di donne e di bambini da massacrare nelle camere a gas, è probabile che Eichmann riuscisse a commuoversi ascoltando la musica del suo amato Bach. O che andasse in riva a un lago a godere di un romantico paesaggio, come fa l’ufficiale nazista nell’opera (2013) che Banksy ha intitolato “la banalità della banalità del male”(vedi immagine in appendice). Quindi, tocca a chi è “normale” chiedersi qual è la morale nuova di quei politici che ogni giorno sputano odio contro i migranti e contro i “diversi” e, mentre sputano, baciano senza sosta la corona del SS. Rosario che portano al collo. Anche questi gesti sono propaganda, ovviamente: ma è propaganda stupida, perché rivela il disprezzo che quei politici nutrono anche per l’intelligenza degli Italiani: non sanno, i poveretti, che ai tipi come loro la Storia, il Caso, la Provvidenza riservano punizioni esemplari. Ha ragione anche Cattelan, quando immagina e modella in cera e in resina di poliestere, con l’innesto di capelli umani, la statua di Hitler bambino inginocchiato a pregare, con gli occhi lucidi per la commozione. Nel maggio del ’38 Hitler fu in visita ufficiale a Firenze, e Orio Vergani lo descrisse, sul “Corriere della Sera”, mentre, staccatosi dal corteo, contemplava in solitudine, e con manifesta emozione, i capolavori di Palazzo Pitti e degli Uffizi.

Fingeva, o davanti alla Bellezza il male già incominciava a risultare banale?