Il quartiere “San Giovanni” e la sua chiesa conservano intatto il fascino della storia che fu: nella luce di questo fascino anche la “memoria liturgica” di Santa Barbara diventa un rito capace ancora di muovere la sensibilità, di aprire la “riserva” dei ricordi. Ma è venuto il momento che il “rito” contribuisca a suggerire riflessioni e progetti sul “domani” dell’agricoltura e del rapporto degli Ottavianesi con la Montagna: la storia ci dice che questo rapporto è essenziale per la “vita” della nostra città.
Il quartiere “San Giovanni” conserva, intatti, molti segni del passato: è un quartiere antico, uno splendido accordo di “bassi”, di case “palaziate”, di vicoli e di cortili, di cantine ipogee, di tarsie di basoli su cui si affacciano finestre incorniciate dai Maestri falegnami dell’Ottocento, e pare che da un momento all’altro le aprano, queste finestre, per guardare giù e per farsi guardare, le signore del tempo che fu.Tutto questo spiega il fascino che si irradiava dalle scene del “Presepe vivente” e dalle altre manifestazioni che si tenevano in piazza fino a qualche anno fa. Il fascino del tempo che fu splendeva la sera del 5 dicembre nella chiesa di San Giovanni, mentre si celebrava la “memoria liturgica” di Santa Barbara: osservando attentamente, mi persuasi che la fonte di questa suggestione del tempo che si ferma, anzi torna indietro, fosse il quadro dell’ altare maggiore, il “San Giovanni che predica alle turbe”, che forse è opera di Paolo De Matteis, forse di Giuseppe Bonito, certamente di un grande pittore, capace di far sì che la spalla nuda della donna orante nell’angolo inferiore a sinistra suggerisca solo casti pensieri. I cesti colmi di mele, pomodori, mandarini e arance, collocati sul pavimento dell’altare, contribuivano a fermare il tempo, creando splendidi accordi di colori e tessendo la prodigiosa tela dell’incontro tra il Sacro della religione e la Vita della Natura, tra la speranza e la malinconia. Don Salvatore Mungiello, con l’aiuto prezioso di Vincenzo Caldarelli e di altri “parrocchiani”, cura, in ogni particolare, il rispetto delle tradizioni, e provvede a sottolinearne l’importanza, per far sì che i fedeli acquistino una piena consapevolezza dei loro valori: egli sa che una ripetizione stanca e priva della vitalità che viene dalle emozioni ridurrebbe quelle tradizioni a banali copioni da teatro e le condannerebbe alla cancellazione. Mi è parso, la sera del 5 dicembre, che la “memoria” di Santa Barbara “parli” ancora al cuore dei fedeli, forse perché è legata alla storia degli orti, delle vigne e delle selve del Somma – Vesuvio, una storia su cui è stata costruita per secoli la storia dell’economia e della società di Ottaviano. Barbara, la Santa misteriosa, di cui si sa veramente poco, è la patrona dei pompieri, degli artificieri, degli artisti della pirotecnia, di tutti coloro ai quali il fuoco, da terra o dal cielo, può procurare una morte improvvisa. E dunque protegge anche i frutteti, le messi e i campi coltivati che potrebbero essere distrutti dai fulmini o da un incendio provocato dall’incuria degli uomini. E’ probabile che proprio a Santa Barbara gli Ottajanesi, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, dedicassero la “festa delle castagne”, forse perché le castagne si lavorano con il fuoco. Prima che la “memoria liturgica” della Santa diventasse un rito riservato alla chiesa di San Giovanni, il culto della Martire veniva custodito da una signora del quartiere, erede forse di una tradizione di famiglia. Osservavo i cestini colmi di frutti e mi chiedevo se questa “festa” era ormai solo una memoria storica, o era ,ancora, anche una richiesta di protezione rivolta alla Patrona dai contadini e dai vignaioli: mi chiedevo, ancora una volta, con amarezza, cosa resta dell’agricoltura ottavianese, e se il Caso e la Storia hanno deciso che l’immagine definitiva di Ottaviano siano le selve e gli orti abbandonati, i vigneti morti, i poderi e i sentieri interpoderali sepolti sotto grovigli di sterpi e di erbe. I sentieri interpoderali: proprio di fronte alla chiesa abitava Michele Ranieri, che fu sindaco di Ottajano, e che nel 1832 investì una somma enorme del danaro pubblico per ampliare e consolidare la rete dei “sentieri montani”, perché dalla cura delle selve e dei vigneti dipendeva la ricchezza della città. Mi chiedevo, ancora una volta, quali progetti ha approntato l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio per ricostruire la trama di quei sentieri e, dunque, delle “relazioni” tra Ottaviano e la sua Montagna. Dopo ogni catastrofe, la nostra città è “ripartita” dalla Montagna: mi auguro che nessuno lo dimentichi: e nessuno lo dimenticherà, perché di questo tema, deis iuvantibus, parleremo a lungo, e anche con asprezza, se è necessario. Sono certo che don Salvatore Mungiello e gli amici che con lui collaborano organizzeranno la prossima “memoria liturgica” di Santa Barbara anche come un momento di riflessione sulla storia di domani, su ciò che deve essere fatto perché quei cestini siano sempre più numerosi e più ricchi, e siano i giovani a portarli, e a chiedere la protezione della Martire.


