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La fantasia si affida, spesso, ai racconti arcaici dei vecchi contadini. L’uomo della terra, fino a cinquanta anni fa, aveva una sua cultura, una sua razionalizzazione del reale, sue strutture mentali, suoi moduli rituali, individuali e sociali, di comunicazione e d’espressione.

Ecco che se si scavava al terzo gradino della scala che porta alla piccola chiesa della Madonna di Castello sul monte Somma, si poteva trovare un tesoro, previa uccisione di un bambino senza battesimo, così raccontava Matilde D’Avino, la compianta informatrice di Somma Vesuviana. Premesso che nel 1837, nella località Bosco, furono trovati degli oggetti preziosi d’epoca romana, sembra che questa leggenda del tesoro di Castello non abbia niente a che vedere con quel ritrovamento, come ci racconta lo studioso Angelo Di Mauro. Ad un certo punto, però,  appare un racconto vero e reale, come è stato narrato dagli informatori. A tal riguardo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, il carrettiere Raffaele Improta di Portaterra (località di accesso al quartiere storico Casamale)  e il medium Vincenzo Menna di via Castello organizzarono sotto la piccola chiesa montana, nel podere di Domenico Di Palma alias paparella, una seduta spiritica per cercare, insieme ad altri amici, di trovare il tanto agognato tesoro. Gli spiriti evocati indicarono un ulivo ai confini del podere. Gli uomini iniziarono faticosamente a lavorare sotto l’albero indicato. Il primo incontro fu una spada, rinvenuta ad un paio di metri di profondità. Il medium Vincenzo spiegò che era stata collocata in quel posto a guardia del tesoro e che, quindi, erano sulla buona strada del ritrovamento. Fecero catena e si concentrarono con caparbietà, fino a quando il medium ricevette un messaggio da un demone: un combattimento ci sarebbe stato tra bene e male, rinviato solo a più tardi. Dopo un paio d’ore, infatti, due del gruppo a torso nudo, in preda ad un forte isterismo, cominciarono ad assestare fendenti all’impazzata in direzione del terreno.  Iniziarono ad avvertire dal profondo del terreno tante voci di combattimento e un cingolare frequente di catene. Erano quattro brutti demoni, che si dimenavano, non visti, sul fondo del fosso. Dal profondo buio si levavano pianti e lamenti strazianti. Il terreno era in subbuglio: ovunque regnava confusione, tra alberi divelti, polvere e sassi lanciati dall’alto. Quando quel terravuosco infernale si chetò, gli altri amici iniziarono a cercare quelli che s’erano messi a torso nudo e li trovarono non molto distanti l’uno dall’altro, svenuti. Con un cero acceso e l’acqua santa si riunirono presso la piccola cassetta di campagna. Quando rinvennero, i due raccontarono che avevano incontrato tutta la corte infernale e che nella lotta per strappare il forziere ai demoni, la serratura di stagnola se n’era venuta in mano, mentre i demoni trattenevano lo scrigno. L’episodio si riferisce agli anni 1936/38 e fu raccontato da Raffaele Improta di via Botteghe all’appassionato antropologo Di Mauro negli anni ottanta del Novecento. Dello stesso fatto lo storico raccolse un’altra versione riferita, stavolta, da Rosa Esposito, all’epoca ottantenne, anch’essa di via Botteghe. La contadina riferì che sotto la prima pietra della scala di Castello ci sarebbe stato  il preziosissimo tesoro. La storia, stavolta, esaltava la figura di Mastu Gaetano Secondulfo ‘o zuoppo che, insieme al Menna e ad Improta, organizzò il ritrovamento. Il punto centrale del rito di evocazione degli spiriti doveva essere il sacrificio di un bambino innocente. Mastro Gaetano, allora, sostituì il bambino con una pecorella, il cui cuore, poteva somigliare a quello di un infante. Sacrificarono la pecora e offrirono il cuore agli spiriti. Ma non si può gabbare uno spirito impunemente, continua Di Mauro. Si scatenarono le potenze dell’inferno: pietre scagliate da ogni lato, rumori di catene, luci improvvise come lampi e odore di zolfo. Del tesoro nemmeno l’ombra. L’ informatore Domenico ‘e paparelle, che conosceva ogni cosa di Somma, precisò, nella sua intervista, che su, al Castello, il tesoro oltre che nel suo podere (del fatto darà un’altra versione), sarebbe nascosto sotto il terzo gradino della scalinata che porta alla chiesa, confermando il racconto di Matilde D’Avino, ed ancora nella grotta aperta sotto la chiesa. Anche in detta grotta fu fatto un infelice tentativo di rinvenimento. Domenico Di Palma, classe 1896, di via Marina, era il proprietario del fondo citato, aveva 84 anni all’epoca dell’intervista e portava ancora sulle spalle il fardello del duro lavoro dei campi.  Sull’evento tesoro – spiriti, precisò che nel suo fondo, ora in parte occupato dal ristorante la Sorgente, c’erano ancora l’ulivo, la siepe e il fosso scavato, dal quale è stato ricavato successivamente un pozzo. Anche Stella Raia ‘e cappanella , di anni 72, del quartiere Casamele, confermò l’esistenza di questo tesoro a Castello, sempre nel podere dei paparella, e precisamente nella casella degli attrezzi. Per mettervi le mani sopra, bisognava trovare un monaco disposto  a recitare preghiere sul posto. Il prete fu trovato e le preghiere recitate, ma i demoni si sfuriarono a tal punto che i ricercatori si squagliarono per la paura. Il monaco rimase e, aperto il libro delle preghiere, sconfisse i demoni, portando via il tesoro.