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Nel complesso monumentale composto dalle chiese di San Biagio Maggiore e di San Gennaro dell’Olmo venne battezzato G.B. Vico. Nei pressi c’è Palazzo Marigliano che fu Palazzo di Capua e poi della Riccia. La “confraternita” dei librai e degli stampatori, a cui appartenne il padre del grande filosofo, nato in una casa di via San Biagio. Il lavoro prezioso della “Fondazione Giambattista Vico”. L’origine del detto popolare:”Ne saje niente, de Sambiase?”.

 

 

Là dove si incrociano, nella parte “antica” di Napoli, via San Gregorio Armeno e via San Biagio dei Librai, accanto al maestoso Palazzo Marigliano, vi è un “monumento” formato da due chiese, San Biagio Maggiore e San Gennaro all’Olmo. Oggi parleremo della prima chiesa, ma anche il palazzo, che si chiamò di Capua, della Riccia e infine Marigliano,merita un cenno.  Lo progettò un calabrese di Mormanno, Giovanni Donadio, che fu, dice Gino Doria, un “esperto fabbricante di organi”, e un raffinato architetto. Egli diede al palazzo “la più bella facciata Cinquecentesca di Napoli” (Roberto Pane). “Il portale non è quello primitivo, del quale un’antica incisione ci mostra l’arco a tutto sesto impostata su pilastri ionici: “invenzione del Mormanno, dice Pane, che potrebbe essere assunta come simbolo del Rinascimento napoletano”” (Gino Doria).Nel 1631, quando in città si diffuse il culto di San Biagio vescovo, patrono di Ragusa in Dalmazia e protettore dei malati di gola, il cardinale Boncompagni fece costruire la chiesa di San Biagio Maggiore congiungendo l’antica cappella dedicata al Santo nella chiesa di San Gennaro dell’Olmo e la sacrestia di questa chiesa. “La chiesa presenta un semplice esterno intonacato di bianco con il portale e la finestra seicenteschi in piperno. La pianta è semplicissima, ad aula stretta e lunga che ha come unica fonte di luce la finestra del prospetto, essendo l’invaso inserito fra la chiesa di San Gennaro dell’Olmo, a nord, e i locali del palazzo Marigliano, oggi occupati da esercizi commerciali.”(Francesca Capano). Alla costituita chiesa di San Biagio vennero affidate le reliquie del Santo, prima custodite dalle suore di San Gregorio Armeno e un braccio del Santo, che era conservato nella Cappella del Tesoro di San Gennaro.La chiesa di San Biagio oggi si può visitare grazie alla “fondazione Giambattista Vico”che ha curato il restauro anche degli stucchi dell’interno e del “corredo” delle opere d’arte, tutte del tardo Cinquecento, tutte di pittore ignoto: la pala dell’altare maggiore, in cui sono raffigurati la Vergine in gloria, San Biagio e San Nicola, e due quadri, uno con la “Crocifissione”, l’altro con la “Vergine del Soccorso” e con il ritratto del committente.

La chiesa di San Biagio Maggiore venne affidata dai Governatori della Santa Casa dell’Annunziata all’ “Arte dei Librai”: dopo la peste del 1656- ricorda Fausto Nicolini – i librai e gli stampatori diventarono numerosi, occuparono quasi tutte le botteghe del quartiere e trasformarono l’ “Arte” in una vera e propria “confraternita”. E per tipografi e librai “Napoli divenne una piazza così buona che vennero d’oltralpe due abilissimi, ammaliziati e tutt’altro che incolti tipografi- editori – librai francesi: Antonio Bulifon e Iacopo Raillard”. Antonio Vico, padre di Giambattista, faceva parte della confraternita e teneva casa e bottega al n.31 di via San Biagio dei Librai, poco lontano dal largo dell’Olmo. Scrive Vincenzo Regina che, come tutte le confraternite, anche quella dei “librai”, era dedita “ a opere di beneficenza: il giorno della festa di San Biagio “ i confratelli “ provvedevano a donare la dote per il matrimonio di due fanciulle figlie di librai poveri oltre che ad aiutare i bisognosi”. Al nome di San Biagio è legato un curioso detto popolare, la cui origine è raccontato dal Galante nella “Guida sacra della città di Napoli”. Nel 1808, la notte successiva alla festa di San Biagio, alcuni vetturini portarono via dalla chiesa “l’argenteo busto del Santo” e lo vendettero a un orefice. Le ricerche condotte dalle forze di polizia permisero di recuperare la testa e il braccio della statua, ma i ladri non vennero mai smascherati. E i Napoletani, mirabili inventori di “detti”, da allora, quando vogliono alludere all’impossibilità di ricostruire per intero una vicenda e di ottenere qualche notizia dai diretti testimoni, dicono: “ Ne saje niente, de Sambiase?”.Nella chiesa venne sepolto un celebre medico del Seicento, Marco Aurelio Severino, ucciso dalla peste del 1656 che egli aveva contribuito a combattere, salvando molte vite umane.