CONDIVIDI

Bernardetto e Giulia Medici affidarono alla Chiesa, al Convento dei Serviti  e al “quartiere” che si sarebbe costituito  il compito di congiungere i quartieri antichi della città alla campagna di Maveta e di Cacciabella, lungo le strade che portavano a Somma e a Palma. Il Convento dei Serviti. Tra il ‘700 e l’Ottocento si dissolve il notevole patrimonio di beni immobili , e viene saccheggiato anche il “tesoro” degli arredi, dei calici, dei candelabri. Il culto dell’Addolorata.

Nel 1689  fra Dionisio di Avella scrisse una sintetica storia sull’origine del  Convento dei Serviti in Ottajano: convento  di cui egli era priore da un anno, e dell’annessa  chiesa di San Lorenzo Martire.  Quando i Medici erano giunti  in Ottajano, nell’estate del 1567, avevano trovato al di fuori delle mura, “ extra terram Octajani in platea per quam itur ad Neapolim ”,  una cappella di campagna, senza tetto e senza porte, costruita da un sacerdote della famiglia Bifulco. Ai nuovi feudatari era parso un segno fausto che l’edificio fosse consacrato a San Lorenzo, santo assai caro alla famiglia Medici: fu  perciò deciso di ampliare la cappella e di costruire accanto ad essa  il nucleo di un convento.  Bernardetto e Giulia  intuirono subito, e con chiarezza,  quale fosse la naturale direzione dello sviluppo urbanistico di Ottajano: congiungere i quartieri della  “ terra vecchia ”, e cioè  San Michele, Piazza Annunziata, Piediterra e San Francesco, al  “ casale ” di San Giovanni e alle campagne di San Lorenzo, di Maveta e di  Cacciabella attraverso una rete di strade che, seguendo i valloni, estendessero l’abitato verso Somma, da una parte, e dall’altra, lungo la via di  Palma.. Il 19 luglio 1578  Giulia de’ Medici  donò ai Servi di  Maria, fatti venire da Firenze, la chiesa, il convento,  un pezzo di terra intorno al convento e cento annui ducati “ per vitto e mantenimento dei   Padri, come appare nell’istrumento rogato per mano del notaio  Ludovico Iovino ”.  Il M. R. P.  Giovanni Battista Mirti,  Maestro Provinciale dei Serviti,  sottoscrisse l’atto di donazione, accettandone i “ pesi ”: accanto al Priore ci sarebbero stati due sacerdoti “ di buoni costumi, tra i quali uno sappia insegnare a li novizi a sonare e a cantare ” e  ogni lunedì sarebbe stata celebrata una messa in suffragio delle anime di Alessandro, Duca di Firenze, e  di sua figlia Giulia.

Il nipote di Bernardetto e di Giulia – anche lui Bernardetto-  che ottenne dal re di Spagna il titolo di Principe di Ottajano,  dovette accordarsi con i Serviti per l’estinzione del debito contratto dal padre Alessandro, che  non aveva versato ai frati i  cento annui ducati  del lascito di  Giulia.  L’accordo fu registrato il 16 giugno 1611 dal notaio napoletano  Aniello Riola, nel convento di Santa Maria di  Materdei, e venne sottoscritto dal Principe e da fra Santolo d’Urso, priore di San Lorenzo. La notizia conferma che agli inizi del ‘600 i Medici di  Ottajano  risiedevano ufficialmente nel Palazzo napoletano di Materdei, che avevano comprato dai Gonzaga di Molfetta insieme al feudo. Nel  1809 la commissione incaricata di chiudere i tre conventi di Ottajano trovò a San Lorenzo una situazione tanto disastrosa che il sindaco Michele Giordano si  fece sostituire, negli incontri con i commissari, dall’astuto decurione  Gioacchino Bifulco. Risultavano ospiti del convento tre  Serviti: il priore fra Pasquale  Palmieri di Caivano, fra Stefano Fusco di Baiano e il novizio fra Bonagiunta di San Pietro a Patierno. Ma a tutti era noto che solo quest’ultimo era effettivo residente: il priore, uomo di lettere  ben visto anche a corte, era stato nominato in tutta fretta, e inviato a Ottajano a ricevere la commissione col preciso mandato di evitare che i funzionari napoletani, oltre a chiudere il convento, aprissero una seria indagine sui libri mastri e sui bilanci: che facevano acqua da tutte le parti. Per fortuna i funzionari furono incantati dalla sfavillante eloquenza del Bifulco, che fu generoso di vini e di “ pasticci ”, e dalla severa bellezza del luogo: vi temperava  l’afa agostana   l’ombra dei gelsi e dei tigli, ornamento della piazzetta intestata alla Santa Croce, e dei limoni e delle viti di uva tostola che ornavano l’orto interno del monastero. E tuttavia  i commissari notarono che il patrimonio dei beni immobili era quasi interamente “scivolato” nelle mani di proprietari ottajanesi a un prezzo di molto inferiore al valore dei fondi e delle botteghe. In quali tasche fosse finito l’incasso della vendita, non si seppe, e  non si sa.  Andati via i Serviti,  il Comune di Ottajano destinò una parte del convento a scuola pubblica – nel 1823 la frequentavano circa 80 alunni –  e mise all’incanto il resto. Il Convento e la Chiesa subirono un indecente saccheggio, un altro. Nel novembre del 1853 il rettore della Chiesa, che era di Caivano, un bel giorno, senza salutare nessuno, tornò nella sua terra natia, portando via con sé, certo per affetto, quello che restava dei sacri arredi. Il decurione Raffaele Saviano, che reggeva il Comune “nell’assenza del sindaco”, affidò a don Alfonso Pisanti  la cura della Chiesa e i beni superstiti: qualche camice, qualche pianeta, una reliquia di San Luigi, una di San Lorenzo, sette spade d’argento per il petto della statua dell’ Addolorata, una corona d’argento per la Sua testa, e tre vestiti, “ uno giornaliero e due festivi, ricamati in argento “.  La notizia è importante, perché dimostra che la statua e il culto dell’ Addolorata risalgono ai primi anni del sec. XIX.