La bestemmia tra storia locale ed antica cultura

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Nel cinquecento – scrive Gaetana Mazza nel suo libro Streghe, guaritori, istigatori, Ed. Carocci, Vignate (Mi), marzo 2023 – la bestemmia, intesa come offesa alla fede, era compresa fra i reati di competenza dell’ Inquisizione.

 

Tale fenomeno costrinse le autorità religiose a operare una puntigliosa distinzione fra le bestemmie, che vennero classificate in ereticali e non ereticali. Alle prime appartenevano quelle più oltraggiose, poiché non solo erano finalizzate ad insultare la Divinità, ma erano strutturate in modo tale da offendere principi dottrinali del Cristianesimo. Il vizio di insultare Dio era un fatto scontato già da molti secoli. Nel diritto romano, ad esempio, stando al codice di Giustiniano del VI secolo, i bestemmiatori erano puniti con la morte e in seguito con il taglio della lingua, pratica che si protrasse per molto tempo, come spiega l’ antropologo Massimo Centini. Nel Medioevo, numerosi tribunali laici e religiosi si erano occupati della repressione di questo peccato. In alcune statuti comunali erano previste addirittura pene durissime per gli incalliti bestemmiatori, tra cui, oltre al taglio della lingua, la fustigazione pubblica. In base alla gravità, comunque, i confessori dovevano decidere volta per volta se inviare i penitenti al tribunale inquisitoriale o assolverli in confessione con debita penitenza. In Francia, nella metà del XIII secolo, la bestemmia era punita con un marchio a fuoco sulla fronte; nel 1347, un’ordinanza di Filippo IV stabilì che ai bestemmiatori fosse comunque tagliata la lingua. In seguito, alla metà del XV secolo, Carlo VII prescrisse sei ore di gogna sulla pubblica piazza, dando facoltà al popolo di gettare immondizia sul volto del bestemmiatore. Se, però, il condannato fosse stato recidivo, poteva subire il taglio del labbro superiore o la perforazione della lingua. Per gli ecclesiastici blasfemi, le pene previste erano più severe: il religioso non solo perdeva i benefici, ma era privato di tutte le cariche e mandato in esilio.

foto internet

Bestemmiatori incalliti erano i giocatori –  in particolare quelli che bazzicavano nell’universo del gioco d’azzardo – che avevano la loro postazione in quei luoghi deputati come le osterie e le strade. Seguivano i contadini, che se la prendevano con Dio per numerosi motivi: cattivi raccolti, condizioni climatiche, liti con vicini e cosi via.  Nel Piemonte dei Savoia, nel terzo quarto del XVIII secolo, la bestemmia «leggera» determinava un anno di carcere; mentre per quella «atroce» la condanna era «la galera, regolandone il tempo a proporzione dell’eccesso, avuto riguardo se sarà stata profferta in pubblico o in privato, o se si tratterà di recidivo; e alla morte, se sarà profferta con animo deliberato».  Non mancavano le azioni blasfeme commesse contro effigi cristiane: fra i bestemmiatori, si ricorda la famosa storia di quel giovane che il Lunedì dell’Angelo del 1450 nel casale di Sant’Anastasia, in uno scatto d’ira, bestemmiando per avere perduto al gioco della pallamaglio, scagliò la sua palla contro il dipinto della Vergine con il Bambino, dipinto sotto l’arco di un acquedotto.  La sorpresa e lo sgomento furono tali quando si iniziò a constatare il sanguinamento dell’effigie nel punto in cui era stata colpita. La notizia arrivò fino alle autorità religiose e amministrative, che condannarono il bestemmiatore a morte per impiccagione vicino alla miracolosa edicola votiva. All’ inizio del Settecento – continua la dott.ssa Gaetana Mazza – fra i bestemmiatori nella diocesi di Sarno, in particolare, vi erano numerosi religiosi. Il 15 aprile del 1707, padre Francesco da Sarno, dell’Ordine dei Minori, denunciò fra Paolino di Sarno del medesimo Ordine in quanto giocatore e bestemmiatore irriducibile. Avendo perso, si era messo a ingiuriare in faccia al Crocifisso appeso al muro e, poi, lo avrebbe scagliato a terra. L’ arcivescovo di Salerno, per questo reato, lo fece carcerare in un convento dello stesso Ordine.

Il 9 maggio del 1709, la magnifica Donna Lucia Odierna, di anni 27, figlia del fu Vincenzo e moglie di Nicola de Somma, denunciò il cugino del marito, Matteo de Somma, perché per ogni piccolo disguido bestemmiava la SS.ma Trinità, San Michele Arcangelo, la Beata Vergine e li Santi del Paradiso. Rimproverato, lui rispondeva che le prediche non davano da mangiare, e se fosse andato all’inferno, sarebbe andato allegramente, in quanto non andava da solo.

Nel 1750, Felice Auriemma della Terra di Somma, tabaccaro commorante nella città di Sarno, fu accusato di blasfemia  da tre testimoni, perché mentre giocava alla calabresella (gioco di carte), bestemmiò l’anima di san Paolo. Minacciato di una denuncia al vescovo dal testimone Nicola Mancuso, Auriemma rispose che aveva in culo la Corte Vescovile. In seguito ad ulteriori denunce, Auriemma fu scomunicato dal Vescovo: Con l Autorità che abbiamo dalli Sacri Canoni e dal S. Concilio di Trento, scomunichiamo e segreghiamo dal consorzio dei Fedeli e dalla partecipazione de Sacramenti, e dalla sepoltura Eccl.ca in caso di morte, Felice Auriemma della terra di Somma [] per avere il medesimo temerariamente e indegnamente ardito di bestemmiare in più e diverse volte S. Pietro, S. Paolo, tutto il Paradiso, e lAnima di San Paolo […]. In genere i maggiori bestemmiatori conclude – Massimo Centini –  erano gli uomini, che costituivano circa l’ottanta per cento: percentuale che non è molto cambiata nel corso dei secoli. Si aggiunga che, in numerosi casi, la bestemmia risultava un aggravante ad altre colpe. I teologi, a conclusione, indicavano due tipi di bestemmia: quella che «attribuiva» (a Dio, Madonna e santi) e quella che «negava». Il primo caso è quello che aggiunge, per esempio, aggettivi in genere volgari; il secondo invece, per esempio, nega quanto i fedeli riconoscono a Dio, fino a metterne in dubbio l’esistenza.