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Nel libro “Un sociologo per il Mezzogiorno” studiosi, amici e colleghi hanno “disegnato” con chiarezza e con una partecipazione intensa i passaggi fondamentali del pensiero di Natale Ammaturo (1945 – 2018), professore di sociologia all’Università di Salerno e dal 2011 direttore del Dipartimento di Scienze umane, filosofiche e della “formazione –DISSUF”  presso l’ Ateneo salernitano. Autore di libri e di centinaia di articoli, direttore di riviste,  Natale Ammaturo ha partecipato a conferenze internazionali su invito di Università della Spagna, della Francia, dell’Ungheria, del Marocco. In un prossimo articolo parleremo delle sue importanti riflessioni sulla “questione meridionale”.

 

 

Molte cose belle, dettate dal cuore e dalla mente, hanno scritto, su Natale Ammaturo, amici e colleghi. Giuseppe Masullo ha giustamente ricordato che il prof. Ammaturo non condivideva le tendenze dello struttural- funzionalismo che “non ha occhi né cuore per il destino del singolo e per le angosce dell’uomo che vive in situazioni di emarginazione”. Conobbi Natale Ammaturo nel mio primo anno di insegnamento, a San Gennaro Ves.no: era il 1970. Egli si accorse subito del fatto che le mie idee sulla sociologia “sapevano” di scetticismo. La mattina, prima di entrare nell’Istituto, prendevamo il caffè al chiosco in piazza, e si chiacchierava, mentre arrivavano dal Vesuviano e dal Nolano gli alunni: e lui, tra una chiacchiera e l’altra, commentava, con la levità di tono che lo distingueva, i gesti e i modi dei ragazzi, e i segni della loro “persona”: e lo faceva con un affetto e un rispetto che non ho più dimenticato. Pochi colleghi ho incontrato nella mia carriera a cui gli alunni abbiano tributato lo stesso rispetto che il mio amico Natalino meritò: il rispetto vero che i ragazzi sentono non per l’autorità, ma per l’autorevolezza. Sono testimone diretto del suo amore per la sua terra, un amore intenso, coinvolgente, che lui manifestava con lo sguardo e con certi silenzi più eloquenti di una predica: lui, che io chiamavo Cicerone, perché, quando era necessario, scioglieva in discorsi fiammeggianti la sua ira, la sua saggezza, la sua ironia. Dell’ironia conosceva e usava da Maestro tutti i gradi, dalla battuta leggera, allo sfottò, al sarcasmo. Sono testimone del coraggio con cui egli parlava dei lacci che impediscono alle nostre comunità di alzarsi in piedi, dei pesi che le schiacciano, e, soprattutto, della vigliaccheria e dell’ignoranza  di certi rappresentanti delle istituzioni che non vogliono vedere e non vogliono sentire. Il coraggio, l’amore per la concretezza, il rispetto degli altri e il rispetto di sé, il culto dell’amicizia, e il sentimento del tempo che passa – il sentimento dei suoi brevi incontri con la malinconia – sono stati i cardini della humanitas di Natalino Ammaturo: e oggi credo che le sue riflessioni sui “passi” in cui Seneca medita sulla brevità della vita siano state dettate non dalla paura della morte, ma dalla necessità di chiarire a sé stesso e agli altri da dove debba incominciare chi vuole avviare – almeno avviare –  a soluzione qualcuno degli smisurati problemi che scuotono l’Italia. Quando ho scoperto che nel 2010 Natale aveva pubblicato, con E. De Filippo e S. Strozza, “La vita degli immigrati a Napoli e nei paesi vesuviani”,  mi sono detto che era naturale che egli scrivesse questo libro, che questo libro era la naturale conseguenza del suo modo di “vivere” il territorio, di misurare la concretezza della storia, di confrontarsi con gli altri: gli altri, presi uno ad uno, e, nello stesso tempo, tutti insieme. Sono testimone del fatto che già nei primi anni ’70 Natale Ammaturo vedeva nella scuola e nell’educazione dei giovani la questione fondamentale, per il Sud e per l’Italia tutta.

“La cultura dell’educazione nella società contemporanea ha per compito prioritario la formazione di un cittadino capace di catturare le innovazioni e di adattarsi ai cambiamenti continui in un processo di apprendimento vissuto da protagonista, nel pieno dell’autonomia decisionale”. E giustamente Giuseppe Masullo e Miriam Matteo sottolineano l’importanza della sfida che Ammaturo lanciò agli artefici dei luoghi comuni sul mondo giovanile. “Un pericolo del quale il ricercatore oggi prende le debite distanze è costituito dalle omologazioni con le quali ancora alcuni studiosi procedono nella loro analisi per definire l’universo giovanile…Non è possibile definire i giovani come una generazione piatta, priva di forma, senza storia.” Così egli scriveva in un testo di cui curò la pubblicazione nel 2008, “Il consumo culturale dei giovani. Una ricerca a Napoli e a Salerno”. E riflettendo sulle cause profonde del movimento studentesco del 2018, egli fece notare che i giovani contestavano un sistema scolastico che “non aveva né gli strumenti didattici adeguati, né un corpo docente preparato a rispondere efficacemente alle sfide poste da un mercato del lavoro in repentina trasformazione nella ormai società postindustriale” (Masullo- Matteo). Scriverò in un altro articolo della profonda analisi che Natale Ammaturo ha condotto sul passato e sul presente della “questione meridionale”. Sarebbe bello se la comunità di San Gennaro Ves.no riconoscesse, dedicando al professore una strada, una manifestazione annuale, l’importanza del contributo che egli ha dato alla storia culturale e sociale del territorio e l’intensità del suo amore per la sua terra.