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Il senso della “battuta” che Curzio Malaparte fece parlando con il generale Rommel ci aiuta a capire il valore ancestrale del “piatto”, che fu “inventato” negli anni ’30 del sec.XX. La storia complessa del “fascino” di Capri, poco nota nel primo Ottocento, diventata poi meta del turismo d’ élite, e infine “perla” del turismo internazionale. La testimonianza di Turpin de Crissé. Il racconto di Marino Barendson.

 

Ingredienti: 500 g mozzarelline ciliegine; 500 g pomodorini ciliegini; 10 foglie di basilico; q.b. olio extravergine d’oliva; q.b. sale fino Come prima cosa, per preparare l’insalata caprese, sgocciolate le mozzarelline dalla loro acqua di conservazione mettendole nel colapasta .Prendete i pomodori -ciliegini, eliminate il picciolo, lavateli sotto l’acqua fredda, asciugateli e tagliateli a metà.  Metteteli in una terrina, salateli secondo i vostri gusti e mescolateli per farli insaporire.. Aggiungete le mozzarelline sgocciolate ai pomodorini, versate l’olio extravergine a filo e decorate con le foglie di basilico (precedentemente lavate ed asciugate). Ecco, la vostra insalata caprese è pronta. (la ricetta è pubblicata sul blog “giallozafferano”)

 

Si incontrano in questo “piatto” il pomodoro, che porta in sé i miti degli dei dell’America precolombiana, e il “formaggio”, che sa di Ulisse, di Polifemo, di Omero: le idee archetipe sono sempre luminose, nitide, semplici. Erwin Rommel andò a Capri, e fu ospite nella villa di C. Malaparte. Prima di andar via, domandò allo scrittore se la villa l’aveva comprata da altri, o l’aveva disegnata e fatta costruire lui. Malaparte gli rispose: “La casa l’ho comprata, il paesaggio l’ho disegnato io.”. Voleva dire che quel paesaggio, luminoso e nello stesso tempo misterioso, lo poteva veramente “leggere” e ammirare solo uno spirito mediterraneo, capace di vedere ancor vivi e presenti, nella meraviglia di quella natura, i segni degli antichi dei e degli antichi eroi Molte storie si raccontano sull’origine dell’ “insalata caprese”: molte concordano nell’indicare un muratore come l’inventore del “piatto”, un inventore ispirato dal caso, secondo alcuni, secondo altri, invece, dall’amor di patria che lo avrebbe indotto a mettere insieme ingredienti che rappresentavano con i loro colori la bandiera italiana. Il “piatto” sarebbe stato inventato negli anni ’30 del ‘900: è questa l’opinione anche di Marino Barendson, che però, in un suo saggio sulla cucina caprese, ha scritto che “l’insalata caprese” nacque nel ristorante “Luigi ai Faraglioni” e che non bisogna mai usare la mozzarella , ma sempre e solo il fiordilatte. E’ il “piatto” di una cultura contadina sopravvissuta alle vicende che tra la fine dell’Ottocento e i primi 30 anni del Novecento trasformarono l’isola cara a Tiberio nella “perla” del turismo d’ élite: e vi sbarcarono D’Annunzio, Krupp, Axel Munthe, Norman Douglas, Thomas Mann, Curzio Malaparte.

Nella prima metà dell’Ottocento Capri non era inserita nel Grand Tour, e nel 1819 il conte Turpin de Crissé,  alla ricerca di paesaggi “romantici”- era un pittore ambizioso, ma poco ispirato – si fece portare sull’isola dai pescatori di una sgangherata barca: raccontò, poi,  che vi aveva trovato solo “povera gente”, che la padrona della locanda che lo aveva ospitato – la chiamavano la “tedesca”, forse per i suoi modi e per la sua struttura fisica – possedeva “le due sole posate d’argento esistenti a Capri”, e sapeva preparare solo una zuppa di pane abbrustolito bagnato nel brodo di piccoli pesci e cosparso di “olio paesano”, però metteva in tavola anche “ uova fresche, fichi eccellenti, frutti di mare”. Del resto, nel 1830 a Capri c’erano due soli alberghi, la locanda “Pagano” e la “Villa di Londra”, e i collegamenti con Napoli li tenevano i pescatori: le traversate erano poco costose, e, spesso, avventurose, tanto che Mariana Starke consigliava di noleggiare una barca che avesse almeno “dieci remi”. Ancora nei primi anni del ‘900 il latte non arrivava da Napoli con la necessaria regolarità, e dunque venivano allevate nell’isola molte mucche, almeno un centinaio,“come si era fatto da migliaia di anni”, e con il latte si lavoravano, da sempre, le caciotte, il cui ricordo rimase impresso nella memoria di D’Annunzio. Per tante mucche era necessario un toro, “l’ultimo dei quali”, racconta Marino Barendson, “, un bellissimo esemplare, era ancora qui negli anni Sessanta”. Per andare ai convegni d’amore con le mucche questo toro doveva attraversare la famosissima Piazza, “ed era uno spettacolo affascinante questa mole ben scortata, tenuta con una robusta catena al collo e al naso, al cui apparire si faceva un po’ di vuoto intorno”.

E una volta il toro si infuriò, proprio al centro della Piazza, e  ci fu “una fuga generale”.

(Fonte foto: pinterest)