L’8 settembre di cento anni fa nasceva Domenico Rea (morì nel gennaio del 1994), uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900. Egli ha studiato e descritto la “napoletanità” da prospettive nuove e illuminanti. Dedicheremo alle sue opere altri articoli: in questo cerchiamo di capire quanto sia stato importante il suo saggio “Le due Napoli”. L’articolo è corredato con l’immagine di uno dei “ragazzi musici” di Antonio Mancini.
Anche sul tema delle “due Napoli” mi pare che le cose stiano ferme al saggio di Domenico Rea, alle sue geniali intuizioni, alle sue certezze, ai suoi dubbi. Per lui le due Napoli sono la Napoli “letteraria” e la Napoli vera: “noi abbiamo il dubbio che tra la Napoli cantata, narrata, rappresentata e voluta dai suoi medesimi abitanti e la vera, vi corra una notevole differenza. Noi ritroviamo solo qualche gesto e qualche colore della Napoli vera in quella letteraria”. E solo la Napoli letteraria sarebbe quella che fa teatro di sé, che lascia un ricordo vivace nei visitatori. L’altra, la vera – “la miseria, il vicolo, le tristi passioni a cui sono dannati questi uomini” – viene dimenticata. Ma Rea stesso si è accorto che la Napoli “letteraria” è stata voluta dai suoi stessi abitanti. Da questa verità deve partire la riflessione . Tutte e due le Napoli recitano e fanno teatro di sé: sullo stesso palcoscenico. E non sono distinte dalle ragioni della letteratura, dalle forme della verità, dall’ordine sociale, dagli orientamenti morali. La distinzione è, alla radice, di ordine tecnico, dipende dai modi della recitazione. Una Napoli recita a “ mettere” , l’altra recita a “levare”. La Napoli che recita a mettere , pensa, canta, veste e dipinge “esagerando” toni e tinte: è la Napoli del barocco che tracima, degli stereotipi impastati con la luce, con le lacrime, con i sospiri. La Napoli del sole pieno e della luna splendida.
Gli intellettuali a mettere sono tutti i sapienti impegnati, chi inconsapevolmente, chi con piena coscienza, nella costruzione del mito più noto di Partenope: la leggenda della città destinata, dal fato, dalla storia, dalla conformazione stessa dei luoghi, a diventare il regno in cui gli oggetti sono condannati a perdere forma e peso, a svanire, e a farsi sostituire – un gioco di maschere – da simulacri, da fantasmi e da finzioni che la fantasia accesa ritaglia nell’elastico impasto dei quotidiani accadimenti. Era fatale che Giuseppe Montesano raccontasse, nel romanzo “Di questa vita menzognera”, la storia dei Negromonte che, diventati padroni della città, la mettono in vendita come se fosse uno smisurato teatro di illusionisti e di prestigiatori, un circo di trucchi e di trappole. Questa Napoli “a mettere” è avvelenata come la faccia falsamente liscia delle donne che hanno avuto paura delle rughe: e a ridurla così è stato un complotto bestiale, forse quel complotto universale di cui parlava il Principe di Canosa, una trama pensata, costruita e tramandata dai più antichi filosofi. Parmenide di Elea, e cioè di Velia, e cioè di Ascea, incominciò a tessere il mostruoso inganno osando sostenere che le apparenze si vedono – e ci mancherebbe: se non si vedessero, che apparenze sarebbero ? – ma proprio perché si vedono, non esistono. E quando tu ti muovi, ti pare di muoverti, ma in verità stai fermo: il movimento è una illusione, e se lanci ‘na jastemma al tuo nemico, e ‘a jastemma pare che ‘o coglie, in verità la bestemmia non si è mossa: il tuo nemico si è fatto fregare dalla suggestione, ha creduto di essere stato colpito dalla nera parola di maledizione. Raccontano, non a caso, che Zenone, l’allievo prediletto del Maestro, sia stato l’inventore del gioco delle tre carte. Se non ci credete, andate a leggere ciò che di lui dice Platone: Zenone parlava con tale arte da far apparire a quelli che ascoltavano le medesime cose nello stesso tempo simili e dissimili, una e molte, ferme e in moto. Oggi Zenone guadagnerebbe milioni “a zeffunno”.
.La maniera del “ levare” privilegia il procedimento stilistico della “negazione”, la retorica del “non”. Mastriani è il primo scrittore della Napoli del “non” : nel vico Zappari, presso l’ Arco del Pendino, egli ha “collocato” una stanza che “aveva il cesso, ma non la cucina, il carbonio ma non l’aria, la notte ma non il giorno”. I miserabili di Mastriani non hanno né nome, né cognome, ma solo il soprannome. Nun tene cielo ‘ a vedè, né terra a cammenà. L’occhio di Fucini, che già si era esercitato sulla miseria dei maremmani, ha visto la città della negazione nella mammella vuota e cascante di una giovane napoletana che stringe al petto uno scheletrino umano, che piangeva e succhiava smanioso. Dai modi di guardare di Fucini e di Mastriani derivano quelli che dettano a Anna Maria Ortese la descrizione dei Granili e del popolo che vi abita: “Qui, i barometri non segnano più nessun grado, le bussole impazziscono. Gli uomini che vi vengono incontro non possono farvi nessun male: larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole, di questi beni non serbano quasi ricordo. Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, né nessun’altra cosa”. Il titolo stesso del libro è un omaggio alla retorica del “non”: Il mare non bagna Napoli, e non a caso il capitolo più drammatico del libro ha un titolo che è una negazione nascosta: la città involontaria E i “Granili” non esistono più. E la storia del “biglietto” da 500.000 euro rubati alla vecchia signora i giornali di Napoli – i giornali stampati e quelli “televisivi” – l’hanno raccontata, e la raccontano, sia “a mettere” che “ a levare”……..


