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Il “noir” “Bay of tales – Regina di fiori” del giovane scrittore ottavianese ha una trama particolare, in cui dalle pieghe della realtà quotidiana, vissuta e descritta dal protagonista, il giovane scrittore Sean McLain, si sprigionano le “figure” della metamorfosi.  Mario Casillo padroneggia con sicurezza lo stile “verista” e quello “surreale” e dispone le “scene” da sapiente regista. Questo romanzo è “un’opera aperta”, nel senso che appare come  il primo capitolo di una storia che continua.

 

Per antico vezzo, generato dalla passione per la pittura, quando leggo un romanzo o un racconto, sollecito la mia immaginazione a trovare una qualche relazione tra le “immagini” scritte e quelle dipinte, tra lo scrittore e un pittore. La cosa mi capitò, per la prima volta, molti anni fa: mentre rileggevo – quante volte l’ho letto e riletto – il “Mastro Don Gesualdo”, che considero il romanzo più bello del nostro Ottocento, la prosa di Verga mi indusse a “vedere” – una limpida memoria visiva – alcuni paesaggi siciliani raffigurati da due notevoli pittori, il palermitano Michele Catti e Ettore De Maria Bergler, che nacque a Napoli nel 1859 e morì a Palermo ottanta anni dopo. Quando ho letto l’ultima parte del romanzo di Mario Casillo “Bay of tales – Regina di fiori” il mio istinto “figurativo” mi ha imposto di associare la storia narrata dall’autore a qualche quadro del verismo “surreale”, a uno di quei quadri in cui nella scena disegnata e dipinta realisticamente si innestano dettagli e situazioni che capovolgono la realtà: surreali, appunto. E non ho pensato ai quadri di Salvador Dalì, perché il Maestro spagnolo usa per i dettagli realistici colori vivaci e pennellate vibranti, che tendono a segnare con note surreali anche il “vero”. Ho ricordato i quadri di Magritte, in cui il dettaglio “surreale” si innesta senza salti e forzature nella realtà quotidiana della scena: ho pensato a “Riproduzione vietata”, alla minuziosa descrizione del personaggio e della specchiera- una descrizione degna dell’ “occhio” e della mano di Silvestro Lega e di Felice Casorati –e ai “colori” della normalità con cui viene presentata la stranezza – non mi viene di chiamarla “prodigio” – di uno che si guarda allo specchio, e vede nello specchio non il suo volto, ma le sue spalle (vedi immagine in appendice).

Anche Mario Casillo descrive un gioco deformante del vetro: il giovane protagonista si siede, nel bar, “ di fronte allo specchio, dove, su una scaffalatura in legno, erano esposti tutti i distillati del locale. In quella posizione potevo vedere il mio riflesso deformarsi attraverso tutte quelle bottiglie, mostrandomi il vero aspetto della mia anima”.Non  chiedetemi  perché la conclusione del romanzo ha evocato davanti ai miei occhi i quadri di Magritte: non posso svelare come si chiude il romanzo, e credo che questo finale sia solo una pausa, un momento di requie e di riflessione, perché sono certo che “Regina di fiori”  è solo il primo capitolo di una storia che continuerà. Il protagonista è Sean Mc Lain, un giovane che ha già messo alla prova la sua penna di scrittore, e che vive ogni giornata come la tappa di un viaggio intrapreso per conquistare, novello Giasone, il “vello d’oro” più prezioso: il senso della realtà e il senso di sé. Poi in questa sua quotidiana ricerca, che ha come centro il bar Moury’s, irrompe una giovane “Medea”, Claire Roberts, e Sean vede, e sente, che l’identità sua e la realtà subiscono impetuose e imprevedibili metamorfosi, e ogni verità consolidata viene messa in discussione dal surreale variare della sua “visione”. La prosa di Mario Casillo si sviluppa attraverso periodi brevi: essi sono l’immagine concreta dello sguardo di Sean che si posa lentamente su tutti gli oggetti e su tutte le persone, e ne percepisce “figura”, odori e suoni, e ne cerca il senso. Così, nelle prime pagine, l’odore del bar – “il mio limbo” – è “caldo, stagnante, a tratti quasi acre”: ma gli aggettivi non bastano allo scrittore, che cerca di fondere le sensazioni in un’immagine definitiva: “un odore simile al peccato, se mai dovesse averne uno, e quel posto n’era intriso fin dentro le pareti”. Il mogano scuro del bancone produceva “al tatto dei miei polpastrelli” una sensazione “ che era l’unica cosa in grado di darmi sollievo in quel luogo di tormenti”. Cindy, la cameriera, è “un fiore appassito, ma ancora attraente”. Nel bar ci sono molte “facce deplorevoli. Facce di esistenze ai margini della civiltà…in quell’insieme di umanità c’ero anche io”. Sean cerca di persuadersi: “non mi sentivo come loro”, ma “se solo per un attimo mi fossi fermato a riflettere, avrei trovato un pezzo di me in ognuno di quei reietti”. Nella seconda parte del romanzo, la presenza di Claire induce Mario Casillo a usare la penna come il pennello di un pittore: i raggi del sole “entrano tra gli spazi delle veneziane a sagomare la silhouette” di Claire che sta tra le braccia di Sean, “ la sua testa adagiata sul mio petto”, e subito dopo, mentre lui è intento a preparare la colazione, lei compare sulla porta della cucina, “con indosso la mia camicia del giorno prima, che la copriva fino alle cosce, e nulla più.”. In un momento drammatico della vicenda, Claire scoppia in lacrime “accasciandosi sul pavimento”: “la presi in braccio per alzarla da terra e farla sdraiare sul divano, mentre sprecava le lacrime sul mio petto”. Questo “sprecare” le lacrime dimostra quanto sia ricco il “lessico” di Mario Casillo,  quanto sia duttile la sua immaginazione e quanto solida la sua arte di “regista delle scene”.