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Trasferitosi in Italia nel 1818, Scedrin ( 1791-1830) scelse Napoli, la costiera sorrentina e le isole del golfo come soggetti dei suoi quadri e come modelli di riferimento per la sua pittura “en plein air”, che influenzò, con quella del suo amico Pitloo, la pittura della “Scuola di Posillipo”. Scedrin morì a Sorrento: la sua tomba sta nel cimitero monumentale della città.

 

Silvestr Scedrin, figlio di un importante scultore, che era anche rettore dell’Accademia di San Pietroburgo, entrò giovanissimo nell’ Accademia e, concluso il corso triennale della pittura di paesaggio, ottenne la borsa di studio per il tradizionale viaggio in Italia, anche in Russia considerato un’esperienza necessaria per chi volesse percorrere le strade dell’arte. Nel 1818 il giovane pittore scelse Roma come città di residenza, ma già l’anno dopo si recava a Napoli, su invito del granduca Michele Pavlovic per eseguire due “vedute” della città, che Bianca Riccio ritiene possano essere “Veduta della Villa Reale” e “Veduta di Napoli dalla strada di Posillipo”. I moti napoletani del’21 lo costrinsero a rientrare a Roma, ma nel 1825 tornò a Napoli, ospite, come negli anni precedenti, del poeta e critico d’arte Costantino Batjuskov, nella sua casa sul lungomare di Santa Lucia. Santa Lucia divenne per Scedrin il fondamentale centro di osservazione per i quadri che avevano per soggetto il Vesuvio e il golfo, e in cui egli dipingeva spesso lo stesso paesaggio, ma “variando l’ora del giorno e la luminosità” (B. Riccio). Ritengono gli studiosi che Scedrin, con la sua pittura “en plein air”, abbia esercitato sui pittori della “Scuola di Posillipo” un’influenza non inferiore a quella esercitata dal suo amico Anton Pitloo. Tra i quadri del giovane pittore russo e del pittore olandese  vi erano affinità di soggetto, di impaginazione e di tecnica così consistenti che lo studioso Boris Lossky ritiene opere di Scedrin gli studi di figure e di paesaggi che altri attribuiscono a Pitloo e che oggi appartengono al Banco di Napoli. I suoi soggetti Scedrin li cercava anche a Capri, a Ischia e a Sorrento: in una lettera del giugno 1825 egli scriveva al fratello: “Io vado pellegrinando a dorso d’asino per la costiera amalfitana alla ricerca di paesaggi da ritrarre”. Questi “pellegrinaggi” in costiera si svolgevano da aprile a ottobre, mentre negli altri mesi dell’anno il pittore restava  a Napoli. Qui la situazione non era tranquilla: il Regno attraversava una profonda crisi economica, e, inoltre, dalle casse dello Stato, già vuote, uscivano, ogni mese, somme enormi di danaro per i viveri e gli stipendi dei soldati austriaci venuti a “restaurare” l’ordine borbonico dopo i moti del ’21 e rimasti come vere e proprie truppe di occupazione.

In una lettera del ’26 Scedrin scriveva alla madre: “ I teatri sono chiusi, sulla banchina di Napoli non ci sono più buffoni, burattini e pulcinella e la sera non sappiamo cosa fare:  Napoli è l’ombra di se stessa, anche i mendicanti sono aumentati. Ho visto giovani ben vestiti che chiedevano l’elemosina: di sera, intere famiglie stanno agli incroci delle vie più grandi, qua e là ci sono uomini che tendono verso i passanti il cappello (per chiedere l’elemosina) e, per non farsi riconoscere coprono la testa con un fazzoletto”. E tuttavia i mercanti d’arte napoletani chiedevano continuamente a Scedrin quadri e”schizzi” e pagavano somme sostanziose: la malinconia del pittore cresceva con l’acuirsi della malattia che nel 1830 lo avrebbe portato alla tomba: “Il mio disturbo è tipico di Napoli, un versamento di bile di cui qui soffrono in molti. Un dottore mi ha consigliato di camminare molto, un altro di non fare assolutamente moto”. E’ probabile che nemmeno l’aggravarsi della malattia abbia indotto il pittore a rinunciare a quei piaceri del corpo a cui, secondo gli studiosi, egli si dedicava in misura eccessiva. In una lettera del 6 maggio 1828 Scedrin descrive al fratello l’eruzione del Vesuvio, che si era svegliato il 22 marzo: “Verso le due del pomeriggio si è alzata una spaventosa colonna di fumo, che è rimasta per circa un’ora sopra il monte: il mutamento delle forme del fumo a causa dell’incessante eruzione, così come il mutamento della luce e dei colori, sono stati uno spettacolo incomparabile.” Non appena era giunta a Roma la notizia dell’eruzione, molti stranieri erano partiti per Napoli, “ e tra essi anche Brjullov, ma come Briullov mi è apparso, quasi a prenderlo in giro il vulcano si è placato e ha smesso completamente di mandar fumo: perciò, quattro giorni dopo Brjullov è tornato a Roma.” Il russo Karl Brjullov, pittore di notevole livello, era diventato amico di Scedrin durante il suo primo soggiorno romano, e nel 1824 lo aveva ritratto in uno splendido quadro ( vedi immagine in appendice).Scedrin morì a Sorrento il 7 novembre 1830, e sebbene non fosse cattolico, venne sepolto nella chiesa annessa al convento di San Vincenzo. Lo zar, appresa la notizia, inviò a Sorrento lo scultore Samuel Galberg  perché dedicasse al pittore un degno monumento funebre,  Quando, dopo l’unità d’Italia, chiesa e convento vennero demoliti, i resti del pittore  e la statua che ornava il suo sepolcro vennero trasferiti nel cimitero monumentale della città.