Il Covid-19 ha messo in ombra i sintomi da infarto

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La prestigiosa rivista medico-scientifica New England Journal of Medicine solleva l’ipotesi che la paura del contagio abbia indotto la popolazione a sottovalutare i sintomi di malattie cardiache e che molti pazienti possano essere morti di infarto senza giungere all’attenzione medica.

 

I primi dati epidemiologici forniti dai ricercatori cinesi in merito alla diffusione del coronavirus 19 avevano notevolmente allarmato la comunità medica dal momento che il tasso di mortalità collegato all’infezione, già di per sé non trascurabile, risultava essere addirittura cinque volte più alto nei pazienti con pregresse malattie cardiovascolari e quasi triplicato in pazienti affetti da malattie molto comuni quali il diabete e l’ipertensione arteriosa. In Italia il primo caso di COVID 19 è stato registrato il 20 Febbraio in Lombardia e il timore che il numero di contagiati avrebbe sopraffatto il nostro sistema sanitario ha spinto il Governo italiano all’adozione di un lockdown nazionale a partire dall’8 Marzo 2020. L’impatto che la pandemia e le misure governative avrebbero avuto sul comportamento dei cittadini e sulla gestione delle malattie non collegate al Covid-19 non era assolutamente prevedibile.

Uno studio recentemente pubblicato sul New England Journal of Medicine porta alla luce un fenomeno preoccupante. La ricerca, coordinata dall’Ospedale “Le Molinette” di Torino e che ha visto coinvolti 15 centri italiani di riferimento per la gestione dell’infarto cardiaco, evidenzia un’allarmante riduzione degli accessi in pronto soccorso per sindromi coronariche acute. La percentuale di pazienti che è stata ricoverata per infarto a partire dal 20 Febbraio al 31 marzo è sorprendentemente inferiore (dal 25 al 45% a seconda del tipo di infarto) sia rispetto allo stesso periodo del 2019 che rispetto ai giorni del 2020 che hanno preceduto la diffusione del virus (1 Gennaio -19 Febbraio 2020).

Il dato interessante è che una riduzione ancora più marcata è stata registrata a partire dall’ 8 marzo in poi, ovvero dall’istituzione del lockdown nazionale. Questo fenomeno non è in alcun modo plausibile dal punto di vista biologico: tutti i precedenti studi in materia hanno dimostrato che le infezioni respiratorie e gli stati infiammatori spesso agiscono da fattore scatenante per l’infarto, e che il rischio di infarto del miocardio è cinque volte maggiore nei pazienti affetti da severe forme di influenza. Inoltre, anche dal punto di vista stagionale sia le infezioni respiratorie che l’infarto cardiaco registrano solitamente dei picchi nei mesi invernali.

In altre parole, quanto emerge dallo studio, è che la riduzione del numero di infarti registrato parrebbe essere dovuta solo ad una risposta comportamentale della popolazione alla pandemia e alle misure restrittive. È purtroppo estremamente probabile che la paura del contagio abbia indotto la popolazione a sottovalutare i sintomi di malattie anche potenzialmente in grado di mettere a rischio la vita come appunto le sindromi coronariche. Dallo stesso studio emerge anche che rispetto all’anno scorso è diminuita la percentuale di pazienti che giunge in ospedale lamentando sintomi non tipici, ovvero non il classico dolore anginoso, ma sintomi meno specifici, segnali che in tempi non sospetti inducevano ad allertare il ponto soccorso e che si risolvevano spesso in una diagnosi finale di infarto del miocardio.

Le conseguenze di questo fenomeno potrebbero essere purtroppo molto rilevanti. Le complicanze dell’infarto cardiaco trattato tardivamente (o non trattato affatto) a causa di una diagnosi non precoce sono in genere condizioni in grado di mettere a rischio la sopravvivenza o comunque la qualità della vita, spaziando dalla rottura di cuore all’insufficienza cardiaca (una condizione di indebolimento cronico del muscolo cardiaco). Sebbene siamo ancora in una fase precoce per confermare i dati con il rigore che la scienza impone, stiamo già percependo un aumento del numero di persone che giungono in ospedale in una fase di malattia cardiaca avanzata, con esiti di sindromi coronariche non trattate con la giusta tempestività.

Una analisi preliminare dell’ISTAT ha evidenziato che con il diffondersi dell’epidemia è stato rilevato un aumento del numero di morti spesso superiore a quello ufficialmente attribuito a COVID-19. I dati dello studio appena pubblicato sollevano l’ipotesi che molti pazienti possano essere morti di infarto senza giungere all’attenzione medica. Se questo trend dovesse essere confermato, è possibile che si assisterà a livello ospedaliero ad una nuova “epidemia cardiologica” allorché la pandemia del Covid-19 sarà alle spalle, o quantomeno quando le misure di restrizione sociale saranno ridotte.

Questo richiederà un nuovo sforzo umano ed economico da parte del sistema sanitario per fornire adeguata assistenza ai pazienti che hanno sottovalutato i sintomi di malattie rilevanti e che potrebbero manifestare complicanze acute e croniche delle stesse.

 

Ecco il link al  New England Journal of Medicine 

 

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*Ovidio De Filippo è specialista in malattie dell’apparato cardiovascolare presso l’ospedale “Le Molinette” di Torino, si occupa di cardiologia interventistica e di prevenzione dell’infarto.

È tra i principali autori dello studio sulla riduzione degli accessi al pronto soccorso per infarto durante la pandemia, pubblicato sulla prestigiosa rivista medico-scientifica New England Journal of Medicine.