Poiché il Fato ha voluto che io, operato alla carotide a Nocera, avviassi la riabilitazione al centro di Fuorigrotta e la concludessi alla Napoli Sanit, mi sono trovato nella necessità di risolvere un serio problema: sconfiggere la noia. E mi hanno aiutato a trovare la soluzione le splendide signore della “Sanit”, cortesi, attente, acute osservatrici, disponibili e pronte alla battuta felice e intelligente e ad aiutare concretamente i poveri cristi. Ma ho avuto anche il tempo di rileggere con attenzione e con il sostegno delle prove preziose che la vita mi offriva il capolavoro di Francesco Durante “I Napoletani”. E quando pubblicherò l’articolo su ilmediano.it, lo correderò con una fotografia che è un fantastico fotomontaggio “I grandi di Napoli”: ( Totò con Eduardo, con Pino Daniele e con Mario Merola), lo potrò fare solo perché il mio amico fraterno, Giuseppe Miranda, è riuscito a ridare vita al mio computer e mi ha spiegato ruolo e posizione della password.
La lettura del libro mi ha impedito anche di fare il cafone, e me ne pento. Perché ho scoperto che in questo periodo è cresciuta a dismisura la schiera degli storici che scrivono della storia di Ottajano. Ma alcuni di essi dimenticano scostumatamente di citare l’autore e il titolo del libro da cui hanno attinto le notizie. La smettano, non mi costringano a dimostrare che come cafone sono insuperabile.
Notevoli le riflessioni di Durante sulla “riproducibilità del carattere” dei Napoletani e sulla lingua napoletana “un dialetto globale, ua lingua sedotta e seducente”. Vajassa, ci ricorda Durante (pag.37) è l’epiteto “scagliato da Mara Carfagna, nel corso di un pittoresco litigio verificatosi in Parlamento nel novembre 2010 contro Alessandra Mussolini, sanguigna deputata del suo stesso partito”.Il termine deriva dall’arabo ”baassa= serva e c’è solo una somiglianza fonetica con “bagascia= prostituta”.Vajasse sono “le servette il cui grande rilievo scenico è misurabile sol che si consideri che in francese il loro rango si esprime con la parola soubrette. Nella geniale prosapia delle servette o soubrette a Napoli spicca Serpina, la serva padrona di Giovan Battista Pergolesi e Gennaro Antonio Federico, quella che pronuncia la celebre querela “ Adunque /perché io son serva, ho da essere sopraffatta/ ho da essere maltrattata? No, signore/ voglio essere rispettata/ voglio essere riverita come fossi /padrona, arcipadrona, padronissima”. Alle soubrettes napoletane il secolo XVIII dedicò uno dei monumenti della letteratura napoletana, la Vajasseide di Giulio Cesare Cortese.
“Le vajasse so’ bone p’ogne cosa /e sempemaie te danno ‘sfazeione / so’ sempre frescolelle commo a rosa/sanno servire po’ tutte perzone/di’ ca nne truove maie nulla schefosa 7 e che dica:”ste cose non so’ bone” / Non se po’ stare proprio senza loro:/ ogne vajassa vale no trasoro.” I corridoi, i giardini, le terrazze delle cliniche sono il paradiso dello ‘’nciucio: De Falco giudica obbligatoria la forma con l’aferesi, ‘nciucio e non inciucio. Ospedali e centri di riabilitazione, soprattutto quelli provvisti di terrazze e di giardini, risuonano continuamente di squillanti domande: di che sei stato operato? Chi è il tuo fisioterapista? Che esercizi ti fa fare? Come si mangia qui, a parer tuo? Perché non viene nessuno a farti visita? Squillanti le risposte, ma le inquisitrici non sono soddisfatte, si girano verso le colleghe, e incomincia l’inciucio.
Ricorda Durante che nel Festival della canzone napoletana del 1959 Maria Paris e Aurelio Fierro cantarono una canzone intitolata “’Sta Miss ‘Nciucio”, una graziosa fanciulla, una vera “pupata”, una bambola che spettegola senza sosta, “nun trova pace/ si non mette a gente ‘n croce/ si nun ‘nciucia ciu ciu ciu “.Seguendo il suggerimento del linguista de Falco, il Durante “tiene rigorosamente separati il verbo e il sostantivo”.La parola “’nciucio”viene usata nel significato di “ sleale paticciaccio” di “smaccato pateracchio tentato a danno di inconsapevoli terzi”.In questo significato la parola è diventata il titolo di un libro in cui Peter Gomez e Marco Travaglio raccontano come la sinistra ha salvato Berlusconi. Ed è questo, un inciucio, in aperta contraddizione con l’etimologia della parola che De Falco connette al verbo greco kukào o egkukào “avvelenare pacifiche situazioni” (pag.40)”: “’nciucio” viene collegato a “papocchio” o “papocchia” che Basilio Puoti spiega come “ invenzione, bugia, fandonia, panzana, pastocchia”; Puoti dà anche un significato culinario:” vivanda che per essere troppo cotta diventa un liquido intriso, una poltiglia”: Questo significato, ci avverte Durante, potrebbe, per traslato, esprimere bene il significato di inciucio “in versione politichese”,
