Stando alle disposizioni del nuovo DPCM, partire da oggi la Campania è area gialla, insieme alla maggioranza delle regioni italiane. Pagano un costo più caro all’emergenza epidemiologica solo Calabria, Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta, costrette a un semi-lockdown. Misure a metà strada per Puglia e Sicilia, collocate in zona arancione.
La decisione del governo di inserire la Regione Campania all’interno della zona gialla, sostanzialmente facendo rientrare l’allarme lanciato dal governatore De Luca (ma anche da alcuni medici, nonché da Ricciardi dell’OMS), ha scatenato polemiche e anche qualche teoria del complotto: secondo alcuni, infatti, il premier Conte avrebbe valutato l’opportunità di non concedere esosi ristori ai campani, tenendo la regione fuori dalla zona rossa.
Per fortuna, ancora una volta, i numeri possono contribuire a fare chiarezza su una situazione intricata e molto delicata, visto e considerato che riguarda la salute dei cittadini e, in aggiunta, la loro condizione economica.
A tal fine vengono in soccorso i dati raccolti da GIMBE, la Fondazione che ha lo scopo di favorire la diffusione e l’applicazione delle migliori evidenze scientifiche con attività indipendenti di ricerca, formazione e informazione scientifica, al fine di migliorare la salute delle persone e di contribuire alla sostenibilità di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico.

Un primo grafico mostra il posizionamento delle Regioni in relazione alle medie nazionali di incidenza per 100.000 abitanti delle ultime 2 settimane (22 ottobre – 5 novembre) e dell’incremento percentuale dei casi (29 ottobre – 5 novembre). L’incrocio dei quadranti indica i valori medi a livello nazionale: pensando all’immagine di un lavandino, l’asse orizzontale indica quanto la vasca del lavandino è piena d’acqua (stima di tutti i casi positivi in un determinato momento) mentre l’asse verticale indica quanto velocemente sta uscendo acqua dal rubinetto. Le Regioni del riquadro rosso (dove la Campania è addirittura in cima) contano un numero di nuovi casi per 100.000 abitanti nelle ultime 2 settimane e un incremento percentuale dei casi nell’ultima settimana superiori alla media nazionale.

Stando a queste rilevazioni, se ne desume che proprio la regione del governatore De Luca è quella che presenta i numeri più significativi e, da un certo punto di vista, allarmanti.
“In questa seconda ondata siamo messi peggio di marzo: c’è un coinvolgimento del centro sud, che ha servizi sanitari più fragili, abbiamo di fronte 4-5 mesi di inverno, c’è la pressione data dall’epidemia influenzale, il personale sanitario è meno motivato e ci sono attriti tra governo e enti locali che impediscono di prendere le misure più opportune”. Questo lo ha dichiarato proprio il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, intervenuto recentemente in audizione in videoconferenza davanti alla Commissione Sanità del Senato, a proposito del monitoraggio relativo all’evoluzione della situazione epidemiologica italiana.

Secondo GIMBE, c’è stata poca trasparenza nei dati per il calcolo delle zone rosse, arancioni e gialle: “L’introduzione di misure proporzionate a differenti livelli di rischio regionale – sottolinea Cartabellotta su Quotidiano Sanità– è totalmente condivisibile, anzi, ove necessario, bisognerebbe agire con misure più restrittive a livello di Provincia o Comune. Ma è indifferibile rendere pubblici i criteri per classificare il livello di rischio, anche per evitare continue negoziazioni tra Governo e Regioni che aggiungono ulteriori ritardi alla non strategia dei DPCM settimanali”.
“Nell’ultima settimana – spiega ancora il presidente della Fondazione GIMBE – si conferma l’incremento di oltre il 60% dei casi attualmente positivi che si riflette sul numero dei pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva, portando gli ospedali verso la saturazione. Questo impatta anche sul numero di decessi, che nell’ultima settimana ha superato quota 1.700 con un trend che, con una settimana di ritardo, ricalca di fatto le altre curve. L’ulteriore incremento del rapporto positivi/casi testati, prossimo al 24%, certifica definitivamente il crollo dell’argine territoriale del testing & tracing”. A tal proposito la tabella degli indicatori regionali (nella settimana 28 ottobre – 3 novembre) mostra che l’incremento percentuale dei casi raggiunge il livello più alto proprio in Campania, toccando quota 50,9%, con un rapporto positivi/casi testati che va a toccare il 25,8%: in questo caso non il numero più alto in assoluto.
Secondo l’analisi di GIMBE si sta sostanzialmente “inseguendo il virus”, ma gli ospedali sono “prossimi alla saturazione”, questo soprattutto a causa delle terapie intensive piene. Per cambiare rotta almeno sulla ottimizzazione dei dati, stando al report della Fondazione, occorre:
- Includere nel report giornaliero dei casi di COVID-19 del Ministero della Salute il numero di contagi per Comune, oltre che i dettagli per Province e Comuni dei numeri relativi a isolamento domiciliare, ospedalizzati con sintomi, terapie intensive, guariti, deceduti, tamponi, casi testati.
• Rendere accessibile il database nazionale di sorveglianza integrata dell’Istituto Superiore di Sanità in formato open data.
• Rendere pubblici tutti i report dei 21 indicatori stabiliti dal D.M. 30 aprile 2020 utilizzati per il monitoraggio della fase 2, rendendo altresì accessibile il database in formato open data.
• Rendere espliciti e riproducibili i criteri per l’attribuzione del livello di rischio stabiliti dagli artt. 2 e 3 del DPCM 3 novembre 2020.
Questo perché “manca una strategia a medio-lungo termine condivisa tra Governo e Regioni, in grado di potenziare adeguatamente i servizi sanitari e informare la popolazione, al momento chiamata a sottostare passivamente a nuove restrizioni settimanali che rendono incerta la quotidianità e alimentano preoccupazioni sul futuro”.
Per il momento la Campania si colora della “faccia gialla” di San Gennaro, forse un po’ a lui si affida, e spera e prega che la situazione non si complichi ulteriormente. Il sistema sanitario regionale è quasi al collasso e la colpa non può essere certamente dei dati.

