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Emergenza Covid, Campania: come cambiano gli spostamenti delle persone in tempo di pandemia

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Da qualche giorno la Regione Campania è zona rossa, il che significa che gli spostamenti dei cittadini sono vincolati dalle misure restrittive previste dalle disposizioni del governo che suddividono l’Italia in fasce colorate di diversificato contenimento, contro il diffondersi del contagio da Covid19. In realtà, in virtù di una misura precedentemente adottata dal governatore Vincenzo De Luca, già da circa un mese in Campania è vietato spostarsi da una provincia all’altra.

Grazie a un set di dati messo a punto da Google, e realizzato allo scopo di mitigare la diffusione del COVID-19, è possibile valutare come cambiano gli spostamenti delle persone a causa della pandemia e dell’emergenza sanitaria.
Un contributo prezioso alla comprensione del momento particolare che stiamo vivendo: sempre meglio che guardare fuori dalla finestra e affermare che c’è in giro ancora tanta gente (o meno).

Tra il 2 ottobre e il 13 novembre scorso, ad esempio, in Campania gli spostamenti per retail e tempo libero registrano un calo del 35% (-36% nella Città Metropolitana di Napoli): parliamo della tendenza a muoversi verso luoghi quali ristoranti, bar, centri commerciali, parchi a tema, musei, biblioteche e cinema. Nello stesso lasso di tempo, la tendenza degli spostamenti relativa a luoghi quali supermercati, magazzini per prodotti alimentari, mercati agricoli, negozi di specialità gastronomiche, parafarmacie e farmacie è aumentata del 2% (lo stesso anche nella provincia di Napoli).

Negli ultimi quaranta giorni è crollato, ovviamente, anche il dato relativo alla tendenza di frequentare i parchi (tendenza che comprende spostamenti verso parchi nazionali, spiagge pubbliche, porticcioli, aree cani, piazze e giardini pubblici): si registra, in questo caso, un calo del 30%, che tocca il 31% nella zona di Napoli e provincia.

Come prevedibile va addirittura peggio per il trasporto pubblico, non a caso in grave crisi anche economica. Dal 2 ottobre al 13 novembre gli spostamenti relativi a luoghi quali hub del trasporto pubblico, ad esempio stazioni ferroviarie, della metropolitana e degli autobus, sono crollati del 47%: un dato che arriva a toccare il 52% nella zona metropolitana di Napoli. Di conseguenza crolla anche il numero degli spostamenti verso i luoghi di lavoro, nonostante da queste parti non si valorizzi particolarmente il telelavoro o lo smart working: in questo caso il calo si attesta sul 35% (-37% invece per quanto riguarda la Città Metropolitana di Napoli). La paura fa novanta e chi può, inevitabilmente, per non rischiare il contagio, a lavoro proprio non ci va.

L’unico dato che fa segnare un aumento netto è quello che riguarda la tendenza degli spostamenti relativi a luoghi residenziali: qui Google riporta un +15% per la Campania.

“Questi rapporti – scrive Google – mostrano la variazione delle visite e della durata della permanenza presso luoghi diversi rispetto a un riferimento. Queste variazioni vengono calcolate usando lo stesso tipo di dati aggregati e anonimi usati per mostrare gli orari di punta per i luoghi in Google Maps”.

Le variazioni giornaliere vengono confrontate con un riferimento relativo al giorno della settimana in questione:

  • Il valore di riferimento è il valore mediano, relativo a un dato giorno della settimana, per il periodo di cinque settimane che va dal 3 gennaio al 6 febbraio 2020;
  • I rapporti mostrano le tendenze nell’arco di diverse settimane, con i dati più recenti che risalgono a circa 2-3 giorni prima della data corrente, che è il tempo necessario per generare i rapporti.

“I dati inclusi nel calcolo dipendono dalle impostazioni degli utenti, dalla connettività e dal fatto che rispettino o meno la nostra soglia relativa alla privacy. Se non viene rispettata la soglia relativa alla privacy (ossia se per qualche luogo non disponiamo di dati sufficienti per garantire l’anonimato), la variazione relativa al giorno in questione non viene mostrata”, spiegano da Big G.

Da più parti si sottolinea la necessità di raccogliere i dati di mobilità per monitorare l’epidemia: eppure esistono, come abbiamo visto. Forse il problema è da ricercare altrove.
A quanto pare, infatti, l’app Immuni fallisce spesso nell’inviare le notifiche di esposizione perché molte Asl non riescono a fare (o non sono in grado di fare) data entry, termine generico utilizzato per descrivere il processo di inserimento di dati in un computer o in un altro dispositivo elettronico.