Emergenza COVID, alla ricerca degli anticorpi per azzerare i rischi del vaccino e le paure della gente

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I dati ufficiali dell’EMA, l’Agenzia Europea per i Medicinali, riportano che ad oggi sono 587 i decessi registrati su oltre sessanta milioni di dosi di vaccino inoculate alla popolazione dell’Unione Europea: in percentuale stiamo parlando dello 0,00096. Volendo ulteriormente scendere nei dettagli: 365 sono i decessi segnalati su 42.407.948 di dosi distribuite di Pfizer, il primo arrivato; 137 quelli segnalati su 3.600.862 di dosi distribuite di vaccino Moderna; infine sono 85 i decessi segnalati su 14.874.397 di dosi distribuite del tanto discusso AstraZeneca.

Al momento in Italia – dove ieri i decessi sono stati 502, con le province di Salerno (+2505) e Napoli (+1510) che occupano le prime due posizioni nella “classifica” delle zone con il maggior numero di nuovi contagi – le persone che hanno completato la vaccinazione sono 2.145.434, un numero pari al 3,6% della popolazione, e alcuni casi di decessi registrati poche ore dopo aver ricevuto la dose di vaccino AstraZeneca hanno fatto scattare l’allarme (partito dalla Germania) che ha portato l’EMA a sospendere temporaneamente la somministrazione del siero inglese, almeno fino al pronunciamento di domani, dal quale si attende almeno una nota di avvertenza. Almeno così la pensa Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, che sulle pagine del Corriere della Sera afferma: “Se ci sono soggetti femminili che hanno avuto trombosi, bisognerà studiarli. Soprattutto le donne che prendono la pillola, che è un farmaco pro-trombotico o che hanno difetti della coagulazione. Una maggiore attenzione, cioè, per questi soggetti”.

L’oggetto di discussione degli ultimi giorni è diventato, infatti, la trombosi, colpevole della morte di alcune persone, avvenuta appunto a poche ore di distanza da una somministrazione. Il dubbio, quindi, è relativo alla possibile causalità tra l’inoculazione del vaccino AstraZeneca e i decessi in questione. Tuttavia, in attesa di ulteriori chiarimenti da parte dell’EMA, è già possibile affermare che “per un paziente che ha un aumentato rischio trombotico di qualunque natura è molto più pericoloso prendere il COVID, perché il coronavirus ha delle complicanze tromboemboliche nel 15% dei casi, con percentuali che vanno dal 3% al 40% a seconda dell’età e di altri fattori. Il rischio dato dalla vaccinazione è al momento valutato in 0,00003%”.

Tuttavia il problema sollevato da molti cittadini (alcuni dei quali stanno rifiutando il vaccino), confusi e intimoriti dalle notizie che viaggiano sul web e anche altrove, riguarda proprio la possibilità che esista un rischio: un consuetudine per quanto concerne la farmacologia, ma che in questo periodo di pandemia diventa un valore aggiunto alla paranoia e all’angoscia. Perché rischiare la vita facendo il vaccino quando è da un anno che cerchiamo di proteggerci da ciò che rischia di ucciderci? Questo, verosimilmente, il pensiero comune di molti in questi giorni, analfabeti funzionali e non.

E allora dove può essersi innescato il corto circuito? Forse l’EMA avrebbe dovuto dire qualcosa in più in merito ai rischi, seppur infinitesimali, che possono correre alcune tipologie di persone, magari già affette da determinate patologie: perché una percentuale dello zero virgola significa comunque qualche essere umano che perde la vita mentre sta cercando di preservarla, ammesso e non concesso che il vaccino incida in modo diretto (già escluso) o indiretto su alcune patologie preesistenti.

Forse, però, il vero nocciolo della questione lo stiamo ignorando. Per esempio, il dottor Claudio Giorlandino, direttore scientifico del Centro Ricerche Altamedica di Roma, fa notare che “ad oggi i vaccini sono l’unico strumento per superare la pandemia ma non si può vaccinare a tappeto, senza conoscere lo stato immunitario e sierologico dei soggetti”. Stando ai suoi dati, infatti, oltre il 50% dei soggetti contrae il virus e guarisce senza accorgersene: di conseguenza, se contiamo i quasi tre milioni di vaccinati, in Italia sono almeno dieci milioni le persone non infettive e non infettabili, “per le quali non ha senso limitare le libertà personali, e che invece potrebbero dotarsi di un certificato sierologico”, spiega ancora il dottore.

“In questo contesto si inserisce il gran numero di eventi avversi che si stanno verificando, determinando la fuga dalle vaccinazioni, e che devono essere evitati con un più razionale impiego dei vaccini”, spiega Giorlandino. “Perché ci sono queste forti risposte infiammatorie e si muore di infarto e trombosi dopo i vaccini L’attenzione si concentra sull’esagerata risposta anticorpale che colpisce, come una tempesta immunoglobilinica, chi è già protetto da una precedente immunizzazione (soprattutto soggetti ignari di essere stati infettati e guariti)”.

E allora cosa fare? Il consiglio, al fine di evitare tali eventi avversi e non sprecare dosi di vaccini, è quello di effettuare prima della vaccinazione uno screening sierologico con tecnica di immunocromatografia per rilevare l’eventuale presenza di anticorpi. “È evidente che non si vaccina per un virus già contratto: è infatti escluso ogni beneficio per chi ha avuto il virus inoculato, anzi, si rischia una impropria e pericolosa risposta immunitaria”, conclude il dottor Giorlandino.

Nuove strategie nel contrasto al coronavirus potrebbero dunque prevedere una campagna di test sierologici a tappeto, finalizzati a definire quali e quante persone abbiano davvero bisogno del vaccino, quindi operare una selezione chirurgica che possa aiutare chi ne ha bisogno e nel contempo contenere se non azzerare i rischi per gli altri, salvaguardando la salute di tutti. Veramente di tutti, nessuno escluso, nemmeno le percentuali minime.