In bilico 845 posti di lavoro a Napoli e 1666 a Roma.
Nelle prossime ore si susseguiranno le assemblee dei lavoratori dei call center Almaviva di Napoli e Roma, che l’azienda romana, con sedi in tutto il mondo, vuole chiudere entro il 18 novembre prossimo licenziando tutti gli 845 addetti dell’ufficio partenopeo e tutti i 1666 di quello capitolino. E’ in preparazione un’ondata di proteste che forse saranno anche di piazza, a breve. Almaviva nel suo comunicato, consegnato ieri pomeriggio ai sindacati in entrambe le sedi, giustifica con la registrazione di perdite continue, inarrestabili, da giugno a settembre, questo dietrofront che di fatto cancella l’accordo raggiunto con i sindacati il 31 maggio scorso (contratti di solidarietà al posto dei 2988 licenziamenti annunciati a marzo principalmente per le sedi di Napoli, Roma e Palermo). Perdite che secondo l’azienda sono dovute al disimpegno dei sindacati rispetto alla gestione dell’accordo di maggio, che prevedeva il controllo sulla qualità per ogni singolo dipendente, e a un mercato sempre più globalizzato che favorisce moltissimo la concorrenza che delocalizza nei paesi in cui gli stipendi sono mediamente il corrispettivo dei nostri 150 euro al mese. Ma c’è chi, come Massimo Taglialatela, segretario generale della Uilcom Campania, parla di “un’ Almaviva dal comportamento inaffidabile, altalenante e schizofrenico” ma che pur tuttavia “apre qualche spiraglio su una possibile riduzione degli attuali esuberi in caso di aiuti governativi”. A tal proposito forse non è un caso che la vice ministro allo sviluppo economico, Teresa Bellanova, sembri rispondere indirettamente all’azienda parlando di “inutili ricatti”. Nel frattempo sullo sfondo di queste beghe tra impresa e istituzioni si sta però stagliando un’altro contrasto, che sta vedendo contrapposti due sindacati del settore, la Slc Cgil e la Fistel Cisl. Solo a Napoli però. La decisione della Fistel campana di aver confermato, martedi sera, alla precisa domanda della stampa, la brutta notizia della chiusura di Napoli e Roma, ha indotto la Slc napoletana ad accusare il sindacato di categoria della Cisl di essere la cassa di risonanza dell’azienda e di “essere anche irresponsabile – sono le parole di Osvaldo Barba, segretario generale partenopeo del sindacato della Cgil – perché l’organizzazione non si è presentata all’incontro di ieri, nella sede di via Brin del call center”. Ma Salvatore Topo, segretario generale della Fistel campana e napoletana, ha replicato a stretto giro di posta chiarendo che “anche la Slc, attraverso un suo segretario nazionale, ha comunicato la stessa notizia a un giornale on line nella mattinata di ieri e cioè ben prima dell’incontro del pomeriggio con l’azienda”. Topo ha quindi specificato che “l’assenza della Fistel alla riunione di Napoli per le comunicazioni aziendali non è stato nient’altro che il rifiuto del sindacato a partecipare a un confronto locale che violava il tavolo Almaviva istituito al ministero dello Sviluppo da mesi proprio per affrontare tutte le problematiche di questa lunga vertenza”. In tutto questo bailamme c’è la sofferenza di centinaia di lavoratori che a questo punto non sanno più che pesci pigliare. Addetti che sono stati nel complesso sempre diffidenti nei confronti dell’operato del sindacato e delle istituzioni. Un atteggiamento questo provato dalla bocciatura plebiscitaria della prima bozza di accordo, quella di aprile, uscita dalle urne del referendum tenuto nei vari impianti. L’accordo poi è stato stipulato lo stesso, il 31 maggio, stavolta senza essere sottoposto a referendum. Ora però Almaviva manda tutto all’aria e rilancia con la chiusura di interi impianti in due delle tre principali metropoli italiane, afflitte da annosi problemi di disoccupazione, precarietà e sfruttamento. Futuro prossimo incerto e imprevedibile.








