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I briganti di Pilone cercarono di scardinare il potere di quelle famiglie di “galantuomini” che tennero sotto controllo il Vesuviano e il Nolano sia sotto i Borbone che dopo l’Unità d’Italia: la guerra dei briganti fu anche rivolta sociale. La NCO  fu definita da Sales “il partito della plebe”, e “social populista” apparve l’azione politica del capo. La storia di Raffaele Cutolo è anche la storia della debolezza dello Stato e dei suoi organi, troppo spesso condizionati dal potere mafioso (I.Sales).

 

Anche nei Comuni del Vesuviano il passaggio dalla monarchia dei Borbone al governo dell’Italia “unita” non modificò di una virgola il sistema del potere locale.Giuseppe IV Medici, l’ultimo Intendente borbonico della Provincia di Napoli, venne arrestato nel 1861 con l’accusa di essere uno dei capi del partito filoborbonico e di fornire armi e protezione ai briganti di Antonio Cozzolino “Pilone”: ma nel ’63 il principe era a tal punto convertito ai valori dell’Italia “unita” e alla fedeltà ai Savoia che Vittorio Emanuele II lo nominò amministratore del Palazzo Reale di Napoli. I “galantuomini” che sapevano leggere, scrivere e far di conto e che controllavano l’economia, il mercato del lavoro e i flussi di danaro, da borbonici divennero immediatamente savoiardi e restarono Sindaci, amministratori comunali, priori di congreghe e gestori del cospicuo affare dei prestiti e dell’usura. Le famiglie dei “galantuomini” erano intrecciate, attraverso i matrimoni, in vere e proprie “consorterie”: in ognuna c’erano l’avvocato, l’architetto, il notaio, e c’era il “diplomatico”, colui che trattava con i rappresentanti delle altre “consorterie” per la spartizione pacifica degli affari. Nel  1872  lo Stato avviò la costruzione della rete stradale tra il Vesuviano, il Nolano e il territorio di Acerra: la politica sperimentò con successo un modello di distribuzione degli appalti che accontentò tutti i gruppi di potere. Era chiaro che questi gruppi, se fossero stati costretti, avrebbero usato anche le armi per difendere i propri interessi: un’analisi attenta della storia “locale” dei Comuni della Provincia di Napoli potrebbe dimostrare che certi modi e certe pratiche di questi gruppi di famiglie entravano a pieno titolo negli spazi della camorra, e che questa camorra “alta” del Vesuviano e del Nolano in un certo senso anticipava il futuro. Il sistema restò sostanzialmente solido e intatto fino alla Prima Guerra Mondiale, che avviò trasformazioni anche radicali all’interno del corpo sociale. Antonio Cozzolino Pilone, che aveva combattuto a Calatafimi contro Garibaldi, era certamente mosso, all’inizio, dalla nostalgia per i Borbone e dal rifiuto delle nuove leggi sul servizio militare. Ai suoi briganti, “sbandati”, “renitenti alla leva” e latitanti egli promise che al ritorno di Francesco II avrebbero ricevuto onori, pensioni e il congedo perpetuo: per ora, dovevano accontentarsi di cibo abbondante e del danaro estorto a quei “galantuomini” che avevano spadroneggiato sul territorio sotto i Borbone e si proponevano di continuare a farlo anche ora, con il permesso dei “liberali”.Uno di questi “galantuomini” era Luigi Menichini, proprietario e sensale, che abitava in una vasta masseria, al centro di Terzigno. Nel marzo del 1862 Pilone, accompagnato da alcuni “briganti”, si presentò a casa del ricco sensale per chiedergli un “prestito”: e il Menichini, a cui il terrore suggeriva i modi della cortesia diplomatica,invitò gli ospiti a sedersi alla sua tavola, e a dividere con lui il cibo. Uno dei briganti, Francesco Napodano, contadino, figlio di contadini, mandò a chiamare il padre, perché assistesse direttamente a una scena incredibile: suo figlio che mangiava e beveva “lietamente”, trattato come persona di riguardo, alla tavola di uno degli uomini più potenti di Terzigno. Nel 1863 Pilone non pensava più al ritorno di “Francischiello”: il suo obiettivo era quello di occupare gli spazi del potere dei “galantuomini”, di mettere le mani sul mercato del legname, sulle “trafiche” del vino, di condizionare la politica locale: insomma, come scrisse il Sottoprefetto Gaetano De Roberto, di “fare mano bassa sulle autorità”. E quando, nel 1870, Pilone tornò da Roma, le “autorità” decisero che doveva morire: nessuno voleva che fosse portato davanti a un tribunale, che avesse la possibilità di raccontare. E Pilone il 14 ottobre 1870 venne ucciso, a Napoli, nei pressi dell’Albergo dei Poveri, da un nugolo di poliziotti.

Isaia Sales ha ricordato (la Repubblica, 19 febbraio) ciò che Cutolo ha scritto in un libro: “Napoli è divisa in signori e pezzenti. Se io ho un carisma è quello di poter offrire il passaggio immediato dalla seconda alla prima categoria”. Fin dal primo momento la NCO svolse, all’interno della criminalità napoletana, questo ruolo “sociale”: mentre i clan tradizionali della camorra erano sistemi chiusi, “famiglie” storiche della malavita guidate da capi che erano figli e nipoti di camorristi e di guappi, Cutolo arruolò nella sua organizzazione “un esercito di giovani sbandati che fino a quel momento si sentivano solo degli emarginati, dando loro una identità, uno scopo, un metodo.”(I.Sales, “La Città”, 21/02). Egli costruì il suo personaggio secondo questa linea: garantì ai suoi e alle loro famiglie danaro, avvocati, tutele di ogni genere, punì con la morte un tale che era sospettato di aver seviziato e ucciso una ragazzina, fornì a malati privi di mezzi i soldi per curarsi, fece notare che la sua organizzazione aveva un’identità napoletana e che egli aveva bloccato i tentativi della mafia siciliana di mettere le mani sulla Campania. Ha scritto Giorgio Mottola che “gli uomini di Cutolo erano fieri di essere criminali a tempo pieno. Potendo, la qualifica di camorrista se la sarebbero fatta scrivere anche sulla carta d’identità”. La NCO venne definita “il partito della plebe”, e l’idea da cui nasceva parve “social populista”: queste definizioni non le ha coniate un ammiratore di Cutolo, ma Isaia Sales. Molto è stato scritto su Cutolo, molto resta da scrivere: resta da capire perché   è grande il numero di coloro che hanno dimenticato e, ancora dimenticano, serenamente, che il capo della NCO fu un “cavaliere della Morte”, protagonista di un’avventura e di una guerra in cui persero la vita centinaia di persone. E’ probabile che al centro di tutto ci sia la sfiducia che da secoli il popolo del Sud nutre nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti. E’ probabile che molti “galantuomini” si siano arricchiti grazie a Cutolo, abbiano saputo evitare i rigori della legge, e partecipino a testa alta alle manifestazioni contro la camorra. Questi “galantuomini” oggi tirano un sospiro di sollievo….