Non facciamoci distrarre dalle colate di chiacchiere che cercano non di svelare, ma di nascondere la verità della storia: il trionfo dei talebani in Afghanistan è una sconfitta fatale dell’Occidente, miope e irresoluto. La tragedia di quel Paese è espressa con chiarezza dalle immagini: l’articolo si apre con quella di Zarifa Ghafari, la più giovane donna sindaco dell’Afghanistan, che ha deciso di restare, anche se dice di essere certa che i vincitori la uccideranno.
Mentre i talebani correvano alla conquista di Kabul senza incontrare ostacoli, in Occidente i politici, i signori del pensiero e anche qualche generale correvano a cavar fuori dai loro bauli le chiacchiere adatte per dar la colpa al Caso, alla Storia e, comunque, agli altri. Il Presidente degli Stati Uniti, che potrebbe illuminarci su molte cose (o no?), si è limitato a ricordarci che Kabul non è Saigon, e questo lo sanno perfino i ragazzi che studiano la geografia in “dad”. Piero Fassino, presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, scrive una lettera al giornale “la Repubblica” (15 agosto), per dirci che è necessario interrogarsi sulle molte conseguenze del nuovo scenario afghano, “mentre la comunità internazionale assiste con sconfitta rassegnazione all’ingresso” dei talebani in Kabul.
Signor Fassino, lasci stare il domani e ci parli dell’oggi, ci spieghi, per esempio, quali sono le ragioni della “sconfitta rassegnazione” di quei Paesi – e l’Italia è tra questi – che in quelle terre “incastonate in una regione problematica” – lo sapeva già Alessandro il Macedone – hanno sacrificato molte vite umane e quantità enormi di danaro. Per chi? Perché?
Conviene non dimenticare che tutti gli afghani, e non solo i talebani, sono musulmani, e che Bin Laden, prima di diventare il nemico Numero Uno degli americani, forse era stato loro “amico”. Nella stessa pagina dell’articolo di Fassino Maurizio Molinari scrive che l’avanzata assai agevole dei talebani e la resa rapida e incondizionata delle truppe governative e della polizia dimostrano oggettivamente che “gli afghani non hanno alcuna fiducia nel loro governo” – e infatti il Presidente Ashraf Ghani, i ministri e i loro famigliari sono stati assai lesti nel fuggire in Uzbekistan -, dunque, “ non sono bastati venti anni di imponenti aiuti stranieri per far germogliare il rifiuto della Jihad nelle viscere del Paese”.
Secondo il New York Times gli Stati Uniti avevano deciso di ritirarsi, perché erano convinti che l’esercito e il governo dell’Afghanistan, “foraggiati dagli americani con mezzi e denaro”, sarebbero stati capaci di resistere ai talebani, e “invece sono bastati 75000 talebani a travolgere 300mila soldati regolari. A esprimere l’irritazione del Pentagono è il portavoce John Kirby: “L’esercito afghano ha mezzi di combattimento migliori dei talebani a partire dalle forze aeree. Li usino a proprio vantaggio.” (la Repubblica, 14 agosto).
Stentiamo a credere: i servizi segreti dello Stato più potente della Terra non si erano accorti del fatto che all’esercito e al governo dell’Afghanistan mancava un’arma indispensabile: la volontà di combattere. L’ha detto senza giri di parole Joseph Votel, il generale che nel 2001 organizzò la prima base americana in terra afghana, la base che aveva il compito di preparare l’arrivo del resto delle truppe.
Votel ha detto che una volta entrati nel Paese, i governi occidentali non sono riusciti a far mettere le radici a una nuova visione della politica e della società “con progetti a lungo termine e investimenti capaci di creare un’economia funzionale. L’approccio è cambiato molte volte e ogni ripartenza è stata lenta e ha sminuito il lavoro precedente.” (la Repubblica, 13 agosto).
Insomma, dilettanti allo sbaraglio per venti anni: e oggi chiede giustizia il sacrificio di tutti quelli che per colpa di questi dilettanti hanno perso, laggiù, la giovinezza e la vita. Oggi comprendiamo che aveva ragione Ernesto Grassi quando sosteneva che il significato vero e profondo di certi momenti della storia può essere espresso solo dalle immagini.
Il dramma degli afghani è illustrato, in queste ore, dalla folla che corre agli sportelli delle banche per ritirare il danaro, che invade l’aeroporto per tentare di trovar posto in qualche aereo che parte(vedi immagine in appendice). Il dramma è tutto nell’immagine degli infelici che si sono aggrappati alle ruote dell’aereo che decollava, e sono precipitati dall’alto nel buio di una morte folle(vedi immagine in appendice).
Parla il silenzio delle donne “dai 15 ai 40 anni, non sposate, che saranno costrette a entrare nell’harem di qualche talebano”. Lo dice Zhara Hamadi, imprenditrice della ristorazione, che chiede di essere aiutata a lasciare il Paese, e a raggiungere la famiglia a Venezia: “Sono nascosta in una casa con altre amiche. Siamo sole e non dormiamo da 72 ore. Il pensiero di stare con un jihadista mi fa vomitare ed è ancora peggio dell’idea di morire”.
Apre l’articolo l’immagine del volto di Zarifa Ghafari, la più giovane donna sindaco dell’Afghanistan: c’è nella sua espressione la coraggiosa risolutezza di chi ha deciso di restare, di aspettare i talebani, anche se sa – forse proprio perché sa – che la uccideranno, perché lei è il simbolo di ciò che la jihad non vuole che le donne siano e facciano.
Zarifa sa, forse, che nella storia un martire fa trionfare un’idea molto meglio di un esercito in armi.



