Tutti i politici greci e latini usavano le “armi” dell’ironia e dei vari gradi dell’umorismo per colpire l’avversario, per smascherarlo ( e smascherarsi), spiegando al “pubblico” che ogni situazione poteva leggersi da più punti di vista. Alcuni esempi della “mordacità” di Cicerone. L’articolo è il primo momento di una lunga riflessione su uno splendido articolo di Marco Follini, “Hanno rottamato l’ironia” ( “L’Espresso” del 20 settembre). Il quadro di Edward Poynter “Lesbia e il passerotto”.
Cicerone riteneva che l’ironia e i vari gradi dell’umorismo fossero armi indispensabili per un politico.Nel giugno del ’60, quando già si erano dichiarati guerra, e tutto lasciava prevedere che sarebbe stata una brutta guerra, Cicerone e Clodio si incontrarono nel corteo che accompagnava un candidato. Clodio Pulchro, il pulchellus, il bellino, l’aggraziato, che l’anno prima era stato pretore in Sicilia, domandò all’oratore, questore nell’isola nel 75 a.C. e patrono dei Siciliani nel processo contro Verre, se aveva l’abitudine di riservare ai suoi protetti dei posti negli spettacoli dei gladiatori. Cicerone rispose che non l’aveva mai fatto, e Clodio: “ Io lo farò, introdurrò quest’ uso. ”. Sperava di sfruttare lo spazio che veniva riservato alla sorella Clodia – la Lesbia di Catullo -, in quanto moglie del console in carica Quinto Cecilio Metello Celere, ma lei non sembrava disposta a sacrificarsi per il fratello: “ me ne concede solo un piede ”, unum mihi solum pedem dat ( Ad Attico, II, 1, 5). Cicerone approfittò dell’imprudenza linguistica di Clodio, e giocò intorno ai significati di pes, pedis e di tollo, is ( prendere, ma anche sollevare ): non preoccuparti, se lo chiedi, tua sorella ti darà anche l’altro piede, solleverà entrambe le gambe, insomma, “si aprirà”.. Era chiara, e violenta, l’allusione ai rapporti incestuosi , su cui i pettegoli di Roma non nutrivano alcun dubbio, tra Clodio, ille sororius adulter ( In Calp. Pis., 12, 28) e sua sorella, anzi le sue sorelle. Nella lettera ad Attico, in cui parla dell’episodio, Cicerone ammise di essere stato volgare: ma non sopporto, si giustificò, che quella donna sia moglie di un console e faccia guerra non solo al marito, ma anche agli amanti. Macrobio ci tramanda un attendibile campionario della mordacità proverbiale di Cicerone. Del resto, se nessun oratore poteva fare a meno dell’arma dell’umorismo e dell’ironia – la metafora dell’arma non è un accidentale vezzo retorico -,Cicerone se ne seppe servire con prontezza e con precisione. Dopo la disfatta dei Pompeiani a Farsalo, Cesare vendette all’asta i loro beni. Servilia, la madre di Marco Bruto, ottenne per quattro soldi una tenuta di grande valore, e Cicerone la fulminò: Servilia si è procurata il terreno, con lo sconto della terza parte: tertia deducta. Ma Terzia si chiamava anche una figlia di Servilia, sposa di C.Cassio, e perciò Cicerone intendeva dire, con un’allusione assai pesante, che amante di Cesare era stata non solo Servilia, ma anche la figlia Terzia. La forza comica di un motto si percepisce integralmente solo se l’uditorio ha una conoscenza preventiva e esauriente di personaggi e vicende. Cicerone sta a cena da Damasippo, che fa portare in tavola un vino mediocre e nel presentarlo la spara grossa: questo Falerno ha quaranta anni. E l’oratore: li porta bene. E’ un altro esempio di comico da ellissi: ma molto più di noi hanno riso quei Romani che conoscendo Damasippo riuscivano a “ drammatizzare “ la scena e a “ vedere ” i gesti e le smorfie dell’uomo che decantava enfaticamente il mediocre suo vino. E la stessa cosa vale per Publio Cornelio Lentulo Dolabella, genero di Cicerone, un nanetto, exiguae staturae, che si presenta in pubblico con una lunga spada che gli pende dal fianco. E il suocero non lo risparmia: Chi ha legato mio genero a una spada ?. Cicerone esercita questa mordace comicità da inversione anche contro un altro nanetto, il fratello Quinto. Attraversando la provincia d’ Asia, che Quinto aveva amministrato, egli lo vede raffigurato in un dipinto con un busto enorme, secondo la moda: Mio fratello, esclama, a metà è più grande che tutto intero. Plutarco riconosce che è proprio dell’ oratore servirsi di battute anche abbastanza amare contro nemici e avversari, ma a parer suo Cicerone esagerò: metteva in ridicolo chiunque gli capitasse a tiro, e questo gli procurò l’astio di molti. Certamente quello di Voconio, che un giorno, accompagnato dalle sue bruttissime figlie, si imbatté nell’oratore, il quale commentò impietoso: costui ha fatto figli contro la volontà di Febo Apollo. Crasso fu un facile bersaglio. Tutti sapevano quanto fosse smisurata la sua avidità: ma poiché egli diceva di ammirare gli Stoici, Cicerone gli domandò argutamente se per caso tanta ammirazione non venisse ispirata dalla massima che il filosofo stoico è padrone di tutto. Chiacchiere maligne si addensavano sulla fedeltà della moglie di Crasso, perché uno dei figli assomigliava troppo a un certo Assio: un giorno, dopo aver ascoltato uno splendido discorso che il triumviro aveva tenuto in senato, Cicerone espresse in lingua greca il suo elogio: axios Krassou, è un discorso degno di Crasso. E’ probabile che i Metelli avessero una predisposizione a tirarsi addosso i colpi dell’umorismo. A Metello Nepote che in una discussione gli chiese più volte. “ Ma tu, Cicerone, di chi sei figlio ? ” l’oratore ribatté: “ a te tua madre ha reso troppo difficile questa risposta .”: la madre di Metello, dice Plutarco, non aveva costumi irreprensibili, e il figlio aveva fama di essere un voltagabbana cronico, eumetabolos. Quando Metello fece collocare sulla tomba del suo maestro Filagro un corvo di marmo, Cicerone approvò: “ Hai fatto la cosa giusta: egli, più che a parlare, ti ha insegnato a volare di qua e di là.”. ( Plutarco, Vita di Cicerone, 26-27).
Troverebbe “le battute” adatte a colpire i corvi svolazzanti di oggi?

