Acerra, Terra dei Fuochi: tornano in carcere i fratelli Pellini

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Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, i fratelli imprenditori impegnati nel ciclo dei rifiuti e accusati di essere i responsabili del disastro ambientale di Acerra nonché del’impressum della Terra dei Fuochi nell’area, tornano in carcere. “Non hanno mostrato segni di ravvedimento” come stabilito dal Tribunale di Sorveglianza di Napoli e dunque dovranno scontare il resto della loro pena in cella. Assistiti dal legale Lucio Majorano, i tre sono ora in case circondariali diverse: Giovanni e Cuono si sono costituiti presso il carcere di Arienzo, Giovanni in quello di Santa Maria Capua Vetere dove resteranno ancora poco più di due anni.

Per i “i re della monnezza” la condanna arrivò il 18 maggio 2017 con il sequestro anche di 250 fabbricati, 68 terreni, tre elicotteri, 50 tra auto e mezzi e ben 49 conti correnti bancari. Un tesoro di oltre 220 milioni di euro. Ma erano comunque tornati a casa un anno fa per effetto dell’indulto nonostante la condanna definitiva per disastro ambientale, una decisione che suscitò indignazione da più parti. Un monito giunse dal Vescovo di Acerra, ma ad alzare la voce ci fu pure l’attivista Alessandro Cannavacciuolo che ieri ha commentato: “Una decisione che restituisce una forma di giustizia alla nostra terra, ai martiri di cancro e alle loro famiglie che hanno dovuto sopportare il sacrificio della vita per mano di un sistema criminale di gestione dei rifiuti dietro la quale si celavano collusioni, corruzione e movimenti di centinaia di miglia di milioni di euro”. “Nulla potrà mai colmare il dolore inflitto da questi soggetti- dice ancora Cannavacciuolo- ma con oggi si aggiunge un ulteriore tassello a quella battaglia di giustizia e di rivendicazione del diritto alla vita. L’impegno e la dedizione non si fermeranno qui, l’attività di denuncia, il coraggio della battaglia andranno oltre questa decisione, oltre questo giorno, che non rappresenta semplicemente un punto di arrivo ma il punto di partenza per il riscatto della nostra terra e della sua gente”.

La decisione del tribunale di sorveglianza è effetto del comportamento dei condannati che nel loro periodo di libertà non hanno dato segni di pentimento né provveduto alle bonifiche dei terreni inquinati dalla loro “fiorente” e lucrosa attività”.