A Ottaviano anche le castagne non si producono più: le mangiavano i poveri, i borghesi e i “signori”

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Mi dicono che a Ottaviano si aprirà un Museo Virtuale del Vesuvio. Spero che uno spazio sia riservato alla storia di prodotti eccellenti – uva, mele, castagne, liquori – che fecero ricca e famosa l’economia della città, e che ora non si producono più. Che sopravviva almeno il ricordo. L’immagine di corredo è quella di un quadro di Giovanni Bartolena, in cui sembra che le cose, provenienti dal passato, si ricostruiscano nella loro interezza  sotto i nostri occhi, lentamente.

 

 

Ottaviano non produce più le sue gustose castagne:  mio padre, sommese, ammetteva che le castagne della nostra montagna avevano un sapore particolare, e che le “primitive”, le castagne della festa di Montevergine, non temevano concorrenza. E mi pare significativo – amaramente significativo – il fatto che i castagneti ottavianesi sono oggi solo un deserto groviglio di sterpi, di erbacce e di mosce memorie. La castagna era il cibo dei poveri: lo sapevano bene i “castagnari” napoletani che portavano per le strade la caldaia su un “rozzo carretto”, poiché, ricordava Emanuele Rocco, “a Napoli chi vende deve andare a trovare chi compri; e molti non comprano nulla se non passa dinanzi al loro uscio”. Nella seconda metà dell’ Ottocento le castagne, cotte in vario modo, arrivarono anche sulle tavole delle famiglie borghesi, anche sotto la spinta dei consigli e delle “sentenze” di medici importanti che le consideravano benefiche per la salute. Perciò, intorno al mercato delle castagne si intrecciarono  gli interessi dei “sensali” ottajanesi, in particolare dei Di Prisco e dei Casillo, e non furono rari i contrasti, anche violenti. Nel 1893 le guardie urbane di Ottajano inflissero una pesante ammenda a un bottegaio di piazza San Lorenzo accusato di vendere “cibi guasti” e “frutti malsani”, e tra questi, anche le “castagne del prete”, secche e con le bucce, che Emanuele Rocco chiamava “vecchioni” e che “son per lo più fracide e di cattiva qualità”: con buona pace dei “vecchioni “ e dei “preti” tirati in ballo dall’onomastica di origine contadina. La castagna può essere bella fuori, ma bacata dentro, e perciò può diventare l’immagine della persona “che ha bella la corteccia / ma ha, dentro, la magagna”. Il vecchio castagnaio che negli anni ’60 piazzava il suo banco a Ottaviano, di fronte al Circolo “A.Diaz”, nel dare la voce garantiva ai passanti: “’O verularo mio nun fa ‘nciarmi: coce sulo ‘e bbone”: il mio “verularo” non fa imbrogli, cuoce solo castagne buone, che non sono “toccate”.Le “verole”, le castagne arrostite, sono il cibo della meditazione, perché si gustano in silenzio e sono sempre accompagnate da un bicchiere di vino: “verole e vino” mettevano in tavola i tavernieri di tutto il territorio, e “verole e vino appaciano”, portano pace, rasserenano. E non a caso Marziale ricorda che le castagne cotte a fuoco lento sono una creazione della sapienza di Napoli. La “castagna” fu per gli scrittori scostumati anche il nome del “sesso” delle donne, mentre con il nome maschile, “ i marroni”, si indicò e si indica il “sesso” degli uomini. Uomini e donne sgraziati o comunque sfatti – lo ricorda anche Totò – erano, e sono, “ cuopp’allesse”,  perché la carta del “cuoppo”,  bagnata dall’acqua delle castagne lesse,  si affloscia e il “cuoppo” si deforma. Era fatale che questo frutto, carico di tanti significati simbolici, comparisse nelle formule delle “fattucchiare”: ce lo ricorda Viviani in una sua poesia, “Fattura”: “ Rastula ‘e specchio, seccame a Gennaro / cu’ e ragge ‘e sole fammelo abbruscià !/  Comme ‘e castagne d’int’ ‘o verularo / l’ ossa, arrustenno, aggi’ ‘a sentì  ‘e schiuppa.”. Coniugandosi con lo zucchero, la castagna divenne, forse già nel ‘600, “marron glacé”: e anche in questa veste le castagne di Ottajano fecero bella figura. Nel 1905 due produttori ottajanesi, Francesco Menzione e Arcangelo Ragosta, rifornivano di “marroni” della Carcava e del Vallone del Fico il confettiere napoletano Ferdinando Bizzarro, che teneva bottega a vico Cangiani. Il “marron glacé” divenne il simbolo della sensuale raffinatezza dell’alta borghesia negli anni “estetizzanti” della Belle ‘Epoque. In un racconto di Carlo Emilia Gadda, “La fidanzata di Elio”, che fa parte del “Castello di Udine”,  Teresa “mette in bocca” a Carlo, per farlo tacere, un “marron glacé”, e gli occhi di Carlo “ risfavillarono, prima di chiudersi lenti come in un languore beato, e le guance si impegnarono subito nel dilettoso tramestio: per ingollare quel po’ po’ di castagna gli ci vollero due buoni minuti.”. Purtroppo, nessuno ha descritto il piacere che provavano gli ospiti di Andrea Galliano, il famoso produttore di liquori di Ottajano, quando “ingollavano” i preziosi “marroni glassati” con cui il padrone di casa chiudeva i pranzi importanti. Dunque, la castagna “copre” con i suoi simboli e con i suoi valori tutta la scala degli strati sociali. Mi garantiscono che l’Amministrazione Comunale sta organizzando un Museo Virtuale del Vesuvio: spero che dedichino uno spazio anche alla storia dei frutti che Ottaviano produsse ai livelli più alti – le mele, le castagne, l’uva – e che ora non si producono più. La storia di questi definitivi “tramonti” può fornirci molti motivi di riflessione.