Il pittore napoletano fu tra i promotori della svolta antiaccademica e verista che caratterizzò la pittura del movimento dei “Macchiaioli”.
Fervente patriota e pittore geniale: Giuseppe Abbati, nato a Napoli nel 1836, aveva due pulsioni ardenti. Da una parte, l’amore per l’ Italia, per la cui liberazione combatté senza freni. Nel 1860, infatti, si unì a Garibaldi per attraversare la penisola al seguito dei Mille. La sua partecipazione al Risorgimento italiano fu appassionata e totale: nel 1862 si scontrò, insieme con i garibaldini, contro le truppe regie sull’ Aspromonte e, qualche anno, dopo riprese le armi a Capua, dove, ferito in battaglia, perse anche la vista dall’occhio destro.
Dall’altra, il suo cammino per l’indipendenza italiana fu sempre accompagnato dalla passione per la pittura. La primissima formazione napoletana rappresentò un’esperienza fugace che venne favorita dal padre, modesto pittore che lo avviò alla pittura, mentre la maturazione completa giunse solo grazie alla frequentazione dell’ Accademia di Belle Arti di Venezia, dal 1850 al 1853. Ma la sua patria d’adozione divenne Firenze (dove si trasferì nel 1860), città che fin dagli anni Quaranta dell’ Ottocento era tra le capitali europee più libere e attive culturalmente, approdo sicuro per quanti, artisti e perseguitati politici, volessero ripararsi dalla repressione borbonica, austriaca o papale.
La Firenze di Abbati è la patria delle idee rivoluzionarie, delle innovazioni culturali e della libertà d’espressione, anche in pittura. Il pittore napoletano, insieme con Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Diego Martelli, era solito ritrovarsi al Caffè Michelangelo, centralissimo e rinomato locale fiorentino, dove il gruppo di artisti teorizzava e diffondeva l’ideale della “macchia in opposizione alla forma”. Da questi fermenti, nasceva il fenomeno dei “Macchiaioli” che, sotto molti aspetti, anticipava il movimento francese dell’ Impressionismo, in quanto entrambi partoriti dalle medesime premesse storico-culturali e sotto i migliori auspici. Lo sviluppo della macchia procedeva con la rivolta all’accademismo, rivendicando la sola autorità del vero.
Il dato sensibile, sviluppato secondo la materia luminosa, attraverso cui avviene la percezione del reale. Né linea, né disegno, la pittura si costruisce attraverso dense pennellate di colore che identificano la massa degli oggetti rappresentati, non il loro contorno. La pittura raffinata, semplice ma di grande impatto di Giuseppe Abbati rispondeva all’appello verista: Chiostro (1861 ca) è un piccolo olio su cartone, bozzetto preparatorio raffigurante il Chiostro di Santa Croce, che esemplifica al meglio il modus pingendi del pittore partenopeo. Lo scorcio della struttura è tagliato quanto basta per metterne in evidenza la forma, scandita attraverso un sapiente interscambio di luci ed ombre.
In bell’evidenza è la presenza dei blocchi di marmo di Carrara, pietre sagomate come perfetti moduli architettonici, definiti secondo un volume nitido, candido, suggerito da poche pennellate di biacca, appena ingrigita dall’effetto chiaroscurale. L’immagine è equilibrata, essenziale, costruita con un’attenzione quasi geometrica, il perfetto coronamento per l’atmosfera di quiete e serenità suggerita da Giuseppe Abbati e dalla sua pittura sobria, schietta, profondamente legata al suo tempo perché, come scrisse Fattori “il verismo porta lo studio accurato della società presente, il verismo mostra le pieghe da cui è afflitta, il verismo manderà alla posterità i nostri consumi e le nostre abitudini”.
(Fonte foto: Rete Internet)

