I premi sono stati assegnati a tre “eccellenze “: Pino Aprile, Raffaello Converso e Mario Fabbrocini che meriterebbe un premio all’ora, per ogni vita che salva. Ma il protagonista assoluto della serata è stato lo ” stile ottajanese “.
Nella lunga stagione della gloria lo “ stile ottajanese “ – quello per cui i popoli confinanti nel parossismo dell’invidia oltraggiosa ci chiamavano “ figli di principi “ ( ma è meglio essere “ figli di principi “ che “ figli di vescovi “) – lo “ stile ottajanese “, dicevo, era un modo di intendere e di vedere le cose nei termini dell’armonia: le novità erano previste, ma non risultavano mai né chiassose, né pacchiane, e l’eleganza, che non era mai leziosa, connotava, con uguale intensità , le feste di ballo nei palazzi dei “ galantuomini “ e nel Casino d’Unione, le serate che la famiglia Pisanti e il Circolo “ A.Diaz “ dedicavano alla canzone popolare napoletana, la perfezione delle bottiglie “ soffiate “ dai nostri vetrai, la riservata eleganza delle camicie tagliate e cucite dalle nostre camiciaie, i vini e i liquori che tornavano dalle Fiere e dalle Esposizioni europee carichi di medaglie, come il petto di un generale sovietico ai tempi di Stalin, e, infine, il fasto perfetto dello Chalet Delizie di Donna Carmela Ranieri e di Raffaele Anastasio, e il lusso – lusso di profumi e di sapori – della pasticceria di Michele Ragosta.
Lo “ stile ottajanese “ fu l’abito mentale non di una classe sociale, ma di un popolo intero che filtrando i vini e i liquori, modellando il vetro e tessendo fibre, ha sostenuto per secoli la prodigiosa fatica di liberare dalla materia informe sostanze pure e perfette. Scrissi qualche anno fa che “ gli artefici di tessuti, di camicie, di cravatte, di bottiglie e di vini – anche i vini hanno un corpo – ragionano per modelli e per misure, e dunque nel segno dell’eleganza e della simmetria.”.
Questa misura ottajanese puoi vederla ancora nelle forme delle chiese, nel silenzioso stupore dei cortili, nel gioco che intrecciano le linee e le masse nelle case del centro storico, nelle raffinate proporzioni del Palazzo Medici. Lo “ stile ottajanese “ non è morto, è più forte dei pugnali dei congiurati. Questo stile è stato l’ospite d’onore della sfavillante serata costruita, venerdì 13 settembre, dagli organizzatori della III edizione del “ Premio Ottaviano “: Gennaro Barbato, Paola Castiglia, Marco A.Giorgio, Michele De Luca, Raffaele Iervolino. Questi amici hanno costruito un quadro perfetto come un Monet, in cui ogni pennellata, anche quella imposta dal caso, si sistemava senza contrasto nella logica dell’insieme.
Abbiamo scoperto la passione per la musica del dott. Costagliola, del prof. Annunziata e degli amici del Lislee 122 Quintett: splendida è stata l’interpretazione di “ A whiter shade of pale “, e non solo perché la musica svegliava nei meno giovani ricordi struggenti di emozioni , di palpiti e di “ mal di mare “. Il ritmo della serata non si è mai affievolito: il merito va anche alla straordinaria esibizione di un mago della batteria, il prof . Ferraro e alla voce di Raffaello Converso, che era tra i premiati, e che ha voluto ringraziare pubblico e organizzatori interpretando da Maestro alcune canzoni napoletane nel segno di quella “ melodia aspra “ a cui nel 2010 John Turturro ha dedicato il film “ Passione “. Accompagnava Converso un raffinato fisarmonicista. Ha condotto la manifestazione – chiamarla “ presentatrice “ sarebbe riduttivo – la splendida Giovanna Salvati, che ha innescato con sapienza di tempi e di battute le variazioni di ritmo e di scena.
Con Raffaele Converso sono stati premiati Pino Aprile, testimone fiammeggiante della disperazione e dell’orgoglio del Sud, e il cardiochirurgo Mario Fabbrocini, orgoglio di Ottaviano, del Sud e dell’Italia tutta. Non voglio qui ricordare il genio di un chirurgo che ha salvato, con la sua tecnica prodigiosa e con la sua scienza, migliaia di vite umane; voglio sottolineare l’umiltà e l’umanità del medico che sa ancora dire che il medico non deve confrontarsi con una malattia, ma deve curare un paziente: per il dott. Fabbrocini la medicina è ancora sapienza totale.
Il tutto si è svolta nella corte interna del Palazzo Medici, che ospitò un tempo i salotti musicali all’aperto dei principi di Ottajano e risuonò delle note che dal pianoforte collocato nel salone del primo piano traeva l’arte di musicisti famosi e dei loro nobili allievi. Questo Palazzo aspetta di entrare a far parte definitivamente della vita sociale e culturale di Ottaviano. Gli amici del Premio hanno indicato la strada da percorrere.
(immagine: Palazzo Medici, primi anni del sec.XX, salone del pianoforte – collezione di C.Ciniglio)



