Lo spazio europeo, nonostante gli investimenti sulla coesione, resta ancora caratterizzato da una profonda frattura centro-periferia. Su questa si innestano i recenti allargamenti e le nuove sfide economiche, complicando ulteriormente il quadro.
Negli anni Settanta Wallerstein elaborò la teoria del sistema-mondo, nella quale le diverse economie venivano collocate nella posizione di centri, periferie oppure semiperiferie. Le condizioni di centralità e perifericità erano una necessaria all’altra, si sostenevano a vicenda; la semiperiferia rappresentava un gruppo intermedio, mobile, e i Paesi che vi appartenevano potevano a determinate condizioni raggiungere i livelli di sviluppo delle economie centrali. Ai tempi dell’economista americano, questo era ad esempio il caso di Paesi come la Corea del Sud oppure Taiwan.
La teoria – con grande seguito – non faceva altro che riprendere gli studi in voga negli anni Settanta sullo stretto rapporto tra sviluppo e sottosviluppo e su come il secondo fosse funzionale al primo in un sistema dove le economie avanzate fornivano prodotti e servizi avanzati mentre le economie del Sud del mondo erano confinate al ruolo di esportatrici di materie prime. L’introduzione della categoria della “semiperiferia” introduceva un elemento dinamico nel modello, con la possibilità di un balzo in avanti da parte delle economie più strutturate.
Il sistema-mondo di Wallerstein con gli anni ha mostrato diversi punti deboli, soprattutto una semplificazione eccessiva poco adatta a descrivere una situazione globale che, in particolare dagli anni Novanta, ha visto emergere attori nuovi nelle relazioni politiche ed economiche.
Come considerare nello stesso gruppo Somalia e Nigeria? Dove collocare le potenze regionali come Sudafrica o Argentina? Per non parlare del difficile inquadramento delle nuove (possibili) superpotenze globali, come Cina o Brasile.
Tuttavia il modello ha ancora una sua valenza simbolica in alcuni contesti. In Europa, ad esempio, dove alla scala continentale è ancora possibile individuare dei centri e delle periferie. Le politiche di coesione individuano come aree in ritardo di sviluppo quelle con un PIL pro-capite inferiore al 75% della media europea; queste, per iniziare, potrebbero essere considerate le regioni periferiche del continente.
La geografia delle periferie europee è diventata molto mobile negli ultimi dieci anni. La marginalità, in passato, evocava subito le regioni meridionali del continente (Spagna, Grecia, Portogallo, Mezzogiorno) con l’aggiunta dell’Irlanda e dei Länder della Germania orientale. Le caratteristiche economiche di questa periferia erano (e sono) note: un sistema industriale debole e poco innovativo, scarsi investimenti nella tecnologia, forme di capitalismo di tipo familiare, intervento massiccio dello Stato, agricoltura tradizionale. A questa periferia si contrappone un centro dove troviamo le principali regioni metropolitane (Parigi, Londra, Monaco, Milano, ecc.), specializzate in servizi avanzati, nelle funzioni culturali e direzionali; le regioni non metropolitane con un’economia diversificata (Fiandre, Midlands inglesi, ecc.); le aree attive nell’alta tecnologia (Rhône-Alpes, Ruhr). Tra questi due estremi ci sono regioni “intermedie” specializzate in servizi non particolarmente qualificati, in attività turistiche, nell’industria leggera, nei commerci.
In questo quadro, ancora valido, si sono collocate le regioni dell’Europa orientale e l’analisi di conseguenza si è fatta più complessa. Le aree delle capitali (Praga, Budapest, Bratislava) hanno livelli di reddito molto vicini o addirittura superiori (Praga) alla media europea e non possono certo essere definite periferiche; al contrario, vaste regioni orientali o interi Paesi (Bulgaria, Romania) sono andati a formare una nuova area marginale con caratteristiche solo in parte simili a quelle della “vecchia” periferia meridionale.
Che il modello sia sempre in movimento è testimoniato non solo dagli allargamenti ma anche dalle vicende interne ai singoli Paesi. Il caso europeo più clamoroso di passaggio dalla periferia al centro resta quello dell’Irlanda, nonostante la recente flessione nella crescita. Negli anni Settanta l’Irlanda era un angolo di Terzo Mondo in Europa, con un PIL pro-capite pari alla metà della media europea e un’economia arretrata in tutti i settori.
Dagli anni Ottanta il Paese ha iniziato un percorso di sviluppo che l’ha portato, oggi, ad essere il secondo Stato europeo per PIL pro-capite (dopo il Lussemburgo) e uno dei pochi ancora in crescita. Il miracolo irlandese ha molte spiegazioni, in parte non riproducibili altrove: gli investimenti americani, la lingua inglese come fattore d’attrazione, il buon utilizzo dei finanziamenti europei, una manodopera specializzata ed istruita a prezzi competitivi. Il caso dell’Irlanda sembra una testimonianza contemporanea di quella “semiperiferia mobile” in grado di agganciare il treno delle economie più avanzate.
Il discorso centro-periferia, per quanto semplice, è ancora utile per sintetizzare la realtà economica del continente. Le nuove sfide all’orizzonte – la coesione sociale nelle grandi città, la riconversione economica delle aree di vecchia industrializzazione (in particolare a Est), il nodo delle tecnologie per i distretti industriali – mescoleranno ulteriormente le carte per tutti i centri e le periferie del continente.





