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Il Matrimonio, oggi

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L’unione sacramentale degli sposi sembra perdere sempre più il suo valore originario: colpa dei tempi che cambiano e della società del benessere. E’ compito dei cristiani far riscoprire il senso della fedeltà e del vivere insieme per sempre.

Siamo a quarant’anni dal referendum che di fatto confermò la legge sul divorzio. E il Parlamento italiano ha avviato l’iter per l’introduzione del rito breve, in base al quale, se la legge verrà definitivamente approvata, sarà possibile sciogliere il vincolo matrimoniale in 6 mesi. All’unica condizione che le parti siano consenzienti.

La coincidenza tra la nuova normativa che rendendo possibile il "divorzio veloce" dà il senso di un’ulteriore perdita di profondità della relazione matrimoniale e la ricorrenza quarantennale, è una buona occasione per riflettere sui mutamenti intercorsi in questi anni e sulla situazione nella quale ci troviamo oggi. Possiamo senz’altro affermare che allora, con la legge sul divorzio, eravamo solo all’inizio di una strada lungo la quale, in questi decenni, la nostra società ha poi compiuto diversi passi ulteriori: la famiglia regolare sta diventando minoritaria – già lo è tra le nuove generazioni – si diffondono le convivenze e i nuclei familiari costituiti da membri provenienti da due o più famiglie precedenti, si rafforza la richiesta di un matrimonio omosessuale.

Siamo di fronte a un processo profondo ed epocale, che, per essere affrontato, ha bisogno di essere prima di tutto compreso. Le legislazioni di questi decenni non hanno fatto altro che prendere atto delle trasformazioni già cominciate nella società. E io penso proprio che, di fronte alle gravi difficoltà che vivono le famiglie del nostro tempo, più che porsi in opposizione (sarebbe antistorico ed improduttivo) occorre chiedersi come si può fare per ridare attualità e significanza alla famiglia. Per recuperarne il senso, prima ancora che il posto o la legge. Per i nostri genitori formare una famiglia significava decidere di vivere l’avventura della vita insieme al proprio coniuge e trasmettere la vita ad altri esseri umani.

Sposarsi significava altresì stipulare una alleanza più larga e profonda, che coinvolgeva una rete di relazioni e legami più ampi del nucleo originale: un mondo, fatto di genitori, fratelli, vicini, amici con cui era ancora possibile fare un pezzo di strada insieme. Una comunità “familiare” (“il cortile”) che aiutava la famiglia a resistere e a creare rapporti sereni e duraturi. Oggi il mondo è cambiato. Siamo tutti spinti ad adeguarci al modello della temporaneità, della strumentalità, della “liquidità”. Tutti respiriamo l’aria di un individualismo consumistico, per cui anche le relazioni si consumano. Tutto sembra doversi piegare alla logica del frammento, dell’istante, della pura emozione. In questa ottica costituire una famiglia e farla durare diventa, ovviamente, un’impresa difficile.

E, perciò, molti pensano ed agiscono in questo senso: dato che nessuno può dire come andrà a finire, meglio non sposarsi. Nella società del benessere è passata l’idea che sposarsi comporta la triste rinuncia alle meravigliose possibilità che la vita individuale potrebbe o dovrebbe riservare. Lo sposarsi, in effetti, non viene più associato all’idea di partire per un viaggio, affascinante e misterioso, in compagnia della persona che abbiamo incontrato. Un viaggio carico di desiderio, di speranza, di avventura. Spetta, allora, anche a noi cristiani non fare più le barricate e far riscoprire, anche oggi, il senso della fedeltà, dell’unicità di un amore, del vivere insieme per sempre. Per la Chiesa, in particolare, la sfida si pone in relazione al ruolo e al significato del sacramento del matrimonio.

La perfetta sovrapposizione tra il momento civile e quello religioso ereditata dal passato rischia di comportare, nella stagione aperta con la legge sul divorzio, lo smarrimento della natura sacramentale del matrimonio. Di fronte a una simile realtà, occorre interrogarsi sulle forme in cui la dimensione sacramentale del matrimonio può essere proposta e vissuta. Io penso che oggi sia il tempo della “qualità” e non della “quantità” di un amore bello, vissuto nell’Amore trinitario di Dio. Non tutti devono sposarsi in chiesa. Può e deve farlo solo chi, dopo un cammino di fede, diventa cosciente e responsabile di dire (a Dio e all’altro/a) il proprio sì, totale, definitivo, fecondo, e per sempre. Il vero amore o è eterno o non è. Anche oggi, e, per sempre.
(Fonte foto: Rete Internet)

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