Modigliani, Soutine e gli artisti della collezione Netter: la generazione maledetta va di scena a Roma, dal 14 novembre 2013 al 6 aprile 2014 a Palazzo Cipolla.
Montparnasse, Parigi. Primi del Novecento. Non c’è un altro luogo sulla terra dove si concentrino tante personalità di rilievo; come la Firenze del quattrocento era stata il crogiuolo di un’attività intellettuale tale da rappresentare il più fertile humus per l’età rinascimentale, così il quartiere parigino nel pieno della belle epoque è il punto d’incontro della creatività e dell’avanguardia contemporanea. Ci sono tutti: Picasso, Joyce, Chagall, Apollinaire, Hemingway, Tristan Tzara, Dalì e molti altri artisti, letterati o poeti che tutti hanno studiato tra i banchi di scuola.
La meglio gioventù di quell’epoca d’oro passava per Montparnasse: qui poteva maturare il talento, spesso alimentato da alcool e dissolutezza, finendo per forgiare una generazione di “artisti maledetti”. Oggi Roma omaggia quel mondo con le 120 opere della collezione Netter – amico e benefattore dei maudit – esposte a Palazzo Cipolla, alla Fondazione Roma Museo nella mostra “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter”. Dopo il successo milanese, Modigliani, Soutine, Utrillo, Valadon e Kisling impazzano nella Capitale in un’esposizione che traccia le emozioni pittoriche delle vite più spericolate degli artisti che si ritrovavano nei caffè a discutere d’arte e darsi alle sbronze e agli eccessi.
Il richiamo parigino è forte per Amedeo Modigliani (1884-1920), il preferito da Netter, che si era trasferito poco più che ventenne nel cuore pulsante di Parigi e ne aveva subìto immediatamente il fascino: tra ubriachezze moleste e un costante tormento interiore, la sua carriera dura poco, appena un decennio, stroncato precocemente dalla tubercolosi e dall’alcool. Dieci anni sono però sufficienti per proiettarlo nella sfera del mito. L’artista livornese a Parigi trovò il luogo ideale del suo completamento personale ed artistico: qui si aggiornò sulle tendenze contemporanee, amò e si lasciò amare dalle molteplici donne della sua vita; fiamme durate un istante (come la modella Elvira) o amori più lunghi e tormentati (come la pittrice Jeanne Hèbuterne) costellarono la sua vita e finirono immortalati nei suoi celebri ritratti.
L’interesse primario di Modì è infatti l’immagine: mai banali, i suoi volti dai colli allungati – come nella scultura primitiva che tanto amava- trasudano semplicità ed erotismo; sono visi di donne che Modigliani riesce a scandagliare a fondo, cristallizzando in forme e colori una profondità d’animo svelata sulla tela come solo un poeta del pennello poteva fare.
I soggetti malinconici e profondi di Modì, i paesaggi post-impressionisti del compagno di bevute Maurice Utrillo, e i ritratti materici, sproporzionati e drammatici di Chaim Soutine costituiscono il clou dell’esposizione romana e raccontano di un manipolo di vite travagliate e geniali, maledette dalla passione per la pittura e per la vita il più sregolata possibile.
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(>Fonte foto: Rete internet)




