In sei anni al Giambattista Vico sono sopraggiunti tre piani di sviluppo. Due sono cozzati sul muro della crisi. Ora, con l’ultima mossa di Marchionne, l’azienda, ma non solo, spera nella ripresa.
Valutando quello che è successo negli ultimi sei anni a Pomigliano e dintorni ci si accorge che qualcosa il Lingotto ha tentato di mettere in campo. Forse però c’è stato, come dire, un “piccolo” errore nell’analisi di mercato: è sopraggiunta la crisi più micidiale dal Dopoguerra. Ecco, dunque, gli ultimi rovesci conseguenti. Gennaio 2008: piano d’intervento straordinario.
La fabbrica chiude per 70 giorni. Durante i corsi di formazione scattano scioperi e licenziamenti. In quel frangente parte, nell’impianto partenopeo, il Wcm, il nuovo sistema di produzione ideato dal guru giapponese di Toyota, il professore Hajime Hiamashina. Ma quando Pomigliano, dopo più di due mesi, riapre proprio in quel momento scatta la cassa integrazione: è la crisi più dura dal 1945. Giugno 2010: Fim, Uilm, Fismic e Ugl firmano l’accordo Panda, che rivoluziona i rapporti sindacali rendendoli molto più favorevoli a una tranquilla gestione aziendale. E’ un ribaltamento dei rapporti di forza tra impresa e organizzazione dei lavoratori che si espande in tutta Italia. Marchionne, che prima di mettere a segno il suo disegno aveva minacciato la chiusura delle fabbriche italiane del gruppo automobilistico, a questo punto dà il via al piano Fabbrica Italia.
La Fiom è fuori. I metalmeccanici della Cgil non firmano le condizioni dettate dall’ad italo canadese e vengono cacciati, in virtù dei patti sottoscritti non le altre organizzazioni, dalle fabbriche del Lingotto. Intanto partono investimenti per 700milioni a Pomigliano. Ma nel febbraio del 2013 Fabbrica Italia alza bandiera bianca e la newco, la new company slegata dal contratto nazionale, la “Fip”, viene messa nel cassetto: rimossa, eliminata. Maggio 2014: Marchionne annuncia il “nuovo libro”. Ancora investimenti per miliardi di euro. Per Pomigliano, Pratola Serra e per tutto l’indotto campano viene promessa la piena occupazione. Nuova Panda prevista nel 2018. Motori Alfa Romeo a Pratola Serra.
E ora tutti pregano che alle parole corrispondano i fatti. Tutti con le dita incrociate, scaramanzia come nella migliore tradizione italiana e, soprattutto, napoletana. Rilancio possibile, però, mercato permettendo. Che in Italia è in caduta libera strutturale da sei anni di fila e che in Europa non gioisce di certo. A queste difficoltà bisogna aggiungere il fatto che i marchi Fiat, Lancia e Alfa Romeo sono da sempre poco presenti in Europa occidentale e quasi del tutto assenti in quella orientale, nonostante l’epoca d’oro della collaborazione tra Torino e la defunta Unione Sovietica, negli anni Settanta.
Epoca in cui il Lingotto inaugurò un’intera città dell’auto: Togliattigrad. Enorme sforzo “coprodotto”, il risultato della collaborazione tra la famiglia Agnelli e quel mondo ormai dimenticato i cui eredi spirituali sono adesso visti come il fumo negli occhi da certo liberismo miope.

