Le fasi di entusiasmo e di perplessità per l’integrazione europea hanno sempre subito l’influenza dell’attualità politica ed economica alla scala continentale e nei singoli Paesi membri.
Il peggioramento della qualità della vita in Europa ha provocato un clima di sfiducia che va letto anche ad un secondo livello, simbolico, ma non per questo meno importante; il “progetto europeo” sta perdendo pezzi di consenso ovunque, anche in quei Paesi da sempre sostenitori convinti dell’Unione (Francia, Olanda, Italia). Così una sciagurata congiuntura economica negativa rischia di mandare all’aria un percorso di 50 anni. I simboli di questo cammino – la moneta unica, le istituzioni comuni, le politiche – sono viste dai cittadini come i responsabili principali della crisi. Queste cattive rappresentazioni (vere solo in parte) sono il pericolo più grande per il futuro europeo.
Gli italiani hanno sempre appoggiato in modo convinto il processo di integrazione.
Nel trentennio 1970-1999 – alle porte dunque di un primo ciclo di crisi internazionale – quasi il 95% degli italiani si esprimeva in modo positivo sull’integrazione dell’Europa occidentale. Questo “euroentusiasmo” non è sempre stato così forte.
Negli anni Cinquanta, alla firma dei Trattati di Roma, la popolazione risultava abbastanza divisa sul tema oppure, peggio ancora, poco interessata. La prima svolta arrivò negli anni Sessanta ed è semplice collegarla al boom economico del Paese; da quel decennio, infatti, la quota di favorevoli all’unificazione europea sale in modo esponenziale, restando alta anche nei due decenni successivi.
L’Europa – le sue regole comuni, i mercati unificati – viene vista come lo scudo sotto il quale il Paese riesce a raggiungere uno sviluppo economico e sociale mai visto prima. Il benessere trascina con sé anche i discorsi identitari e simbolici e, in quegli anni, ben pochi italiani non sono contenti e convinti di sentirsi europei.
In realtà, secondo alcuni, le questioni economiche furono solo una componente, peraltro minoritaria, del boom europeista italiano degli anni Sessanta. Decisivi furono invece gli aspetti geopolitici e il contesto delle relazioni internazionali. L’adesione alla Comunità era vista dagli italiani come un aspetto particolare del confronto globale Est-Ovest. L’Europa era una scelta di campo necessaria per un Paese – e per i partiti che lo guidavano – che intendeva ribadire la fedeltà al mondo/modello occidentale.
Nei primi 15-20 anni di integrazione, dunque, l’opinione pubblica non sembrava in grado di cogliere l’importanza autonoma della costruzione europea e ricollegava questo processo ad uno scenario internazionale più ampio. Questo aspetto si affievolì gradualmente al calare delle tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, mentre divenne evidente anche ai principali euroscettici di quegli anni (si pensi al Partito comunista) che la Comunità europea non rappresentava solo una pedina delle strategie americane ma un attore dotato di poteri politici ed economici sempre più ampi.
Il consenso alto del trentennio Sessanta-Ottanta resiste anche negli anni Novanta. Il decennio si apriva con il crollo sovietico e l’unificazione tedesca, mentre sul piano interno il sistema politico italiano veniva travolto da tangentopoli. Il Trattato di Maastricht (1992) poneva parametri assai rigidi ai Paesi membri per l’adesione alla futura moneta unica e l’Italia, in particolare, fu costretta alle misure più rigide per poter rispettare i vincoli fissati.
Nonostante tutti questi eventi – e le restrizioni economiche per il Paese – il consenso verso l’Unione rimaneva alto. Ancora una volta, gli aspetti politico-simbolici erano centrali nelle ragioni dell’europeismo italiano.
L’Europa rappresentava per il Paese il garante di un sistema politico ancora giovane e immaturo, un’idea condivisa dai principali partiti politici e diffusa anche presso l’opinione pubblica; l’Unione era un riferimento simbolico per una nazione dall’identità incerta e una cornice politica indispensabile per completare il processo di democratizzazione.
Tra tutti, l’Italia è sempre stato il Paese europeo più incline a ricoprire di significati politici e simbolici il processo di integrazione. Si pensi all’adesione degli altri stati meridionali (Portogallo, Spagna, Grecia): l’Italia ha sostenuto la candidatura di questi Paesi perché vedeva l’opportunità di un rafforzamento politico del fronte mediterraneo nell’Unione, nonostante si trattasse di potenziali concorrenti sui mercati europei.
Questa prevalenza delle considerazioni politiche sugli aspetti economici o, per così dire, “pragmatici”, è una costante dell’appoggio italiano al processo di integrazione dai Trattati di Roma fino al nuovo millennio.
Il calo dei consensi nell’ultimo decennio è, per la prima volta, frutto di una situazione economica drammatica. Da simbolo politico positivo, l’Unione corre il rischio di trasformarsi in un capro espiatorio economico dei mali del continente. Una lettura razionale dei meriti e delle colpe dell’Unione europea come attore politico ed economico è un lusso che, evidentemente, non possiamo ancora permetterci.
(Fonte Foto: Rete Interent)






