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martedì, Gennaio 25, 2022

E se chi sporca le strade si provasse a fulminarlo?

Rubbish-Art. le origini di un’ “arte” molto diffusa che colora le periferie di Napoli e della sua provincia. IL VIDEO

Negli anni sessanta, quando eravamo bambini, nel "villaggio" dove abitavamo c’era un ometto che ogni mattina, di buon ora, veniva nel nostro palazzo, e bussava a tutte le porte delle case. Cominciava con quelle dell’ultimo piano, e, a mano a mano che scendeva, le faceva aprire tutte. Era soprannominato "il Sergente". Era simpatico, forte, atletico, allegro, scendeva le scale di corsa regalando sorrisi e buon umore. Non era molto alto. Portava con se un grosso sacco di tela di colore scuro, che lo sovrastava. Le mamme e le nonne lo aspettavano con grande gioia. Al suono del campanello gli aprivano la porta e gli regalavano tutti i rifiuti che erano riusciti ad accumulare nella giornata precedente, custoditi con cura in secchi di alluminio.

Le donne erano molto contente di contribuire a riempire quel grande sacco, quasi come se fosse un regalo che gli facevano, e anche perché si liberavano di un fardello. La maggior parte del contenuto dei secchi erano scarti derivanti dalla nostra genuina alimentazione. Raramente c’erano imballaggi di carta, di plastica, o di materiali vari. A quei tempi non c’erano tutti i pacchi e pacchetti che sono stati inventati dopo per "comodità" e per aumentare l’inquinamento del pianeta.
Poi, un bel giorno, l’omino col sacco non venne più. Chissà perché. Da quel tempo in poi le modalità di raccolta dei rifiuti degli indigeni cambiarono. I comuni cominciarono a regalare a tutte le donne sacchetti di plastica neri nei quali mettere i rifiuti.

Per la strada vennero "piantati", come fiori, o come tozzi alberi, i "raccoglitori". All’inizio erano tutti uguali, grigi, e dentro ci si poteva buttare di tutto e di più. Poi, col passare degli anni, i "contenitori stradali" vennero "differenziati" nel colore, nei contenuti e nei modelli. Così, mentre gli stilisti si sbizzarrivano nella creazione del contenitore più "cool", c’era qualcuno degli indigeni locali che, deluso dalla scomparsa dell’"omino col sacco", che non passava più a ritirare la spazzatura, cominciò a ribellarsi. Fu così che nacque uno degli sport più simpatici e alla moda dei tempi, il "lancio del sacchetto". C’era chi lo lanciava dal balcone, chi dalla finestra, dalle auto in corsa, chi dalle più svariate distanze. Il gioco consisteva nel fare centro rispetto al cassonetto Per renderlo più stimolante, ogni volta si cercava di aumentare il coefficiente di difficoltà.

Ma non era una cosa facile, per cui spesso il sacchetto andava a finire ai piedi dei contenitori, e, il più delle volte, nel lancio si rompeva lasciando fuoriuscire la maggior parte del suo, spesso fetido, contenuto. Col passare del tempo, il "lancio del sacchetto" subì alcune trasformazioni. Gli indigeni che vivevano più prossimi ai contenitori e che non amavano praticarlo, né amavano che venisse praticato, cominciarono a non vederlo di buon occhio, perché la spazzatura riversata per la strada andava ad infastidire, da un punto di vista scenico e olfattivo, i loro luoghi. L’evoluzione della specie portò alla formazione degli indigeni esportatori. In altre parole, i lanciatori dei sacchetti, ogni volta che avevano la necessità di allenarsi, migravano e andavano a depositare, o a lanciare, il sacchetto, lontano dalle loro abitazioni.

Ma, quando andavano ad arricchire con i loro "regali", i luoghi altrui, dovevano stare attenti a non farsi scorgere dagli indigeni che li abitavano, perché altrimenti era guerra. Così nacquero le "specializzazioni" di quelli che lanciano, o abbandonano i rifiuti nelle periferie, lungo le strade meno trafficate, ai lati dei viottoli di campagna, sulle tangenziali, sui raccordi, sotto i ponti. A mano a mano anche le tipologie della spazzatura si differenziarono. Addirittura, col passare del tempo, avendo a disposizione tanto materiale, sono nati gli "Artisti della Munnezza", cioè veri e propri scultori che creano di volta in volta delle vere e proprie installazioni di opere d’arte che si possono ammirare nei luoghi su indicati. L’unico problema è che, purtroppo, queste opere sono provvisorie e mutevoli.

Gli storici ricordano le prime carcasse di auto abbandonate, le gomme delle auto, vari materiali di risulta di costruzioni, materiali ferrosi, di alluminio, i primi rifiuti tossici, l’amianto, e così via. Questa differenziazione diede origine ad un vero e proprio mercato del rifiuto, e quindi la materia da hobby, da sport, divenne vera "professione". Cominciarono a specializzarsi i primi veri e propri "lavoratori della spazzatura" con tanto di tariffe sindacali. Addirittura, si formarono delle "Cooperative" che andavano a prendere le varie specie di rifiuti tossici e pericolosi prodotti anche nel nord del paese e li sotterravano nei prati di quella che un tempo antico veniva denominata “Campania Felix”. Ovviamente queste cooperative avendo oltre al vantaggio economico, anche quello dell’inquinamento dei raccolti, delle acque e del bestiame delle proprie terre, riuscivano a fare "prodotti più buoni".

Andando avanti negli anni quel traffico, dal nord al sud, fu un po’ abbandonato dalle "Cooperative Emergenti", sia perché era stato scoperto, sia perché avevano consumato tutti gli spazi utili. Attualmente, quello che rende di più è il rogo dei rifiuti. Una vera manna per gli indigeni addetti, per chi li ordina e per chi accende il fiammifero. Ovviamente la bravura sta nel non farsi vedere, ed infatti la maggior parte, degli sversamenti e degli incendi, avviene nelle ore del crepuscolo, o all’alba. Ma, in quest’ultimo caso la tariffa aumenta per la levataccia mattutina.
E questa è, in breve, l’origine della nostra storia.

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Nel video allegato, il materiale utilizzato per la sua creazione (le foto) è stato gentilmente offerto dai rappresentanti del movimento 5 Stelle di Volla. I luoghi nei quali risultano abbandonati i rifiuti sono alcune delle strade periferiche e dei viottoli di campagna della cittadina annonaria.
Ma questo è solo un dettaglio perché le stesse scene, le stesse "rappresentazioni artistiche", quasi come fossero "opere contemporanee", si possono trovare più o meno in tutte le periferie e i comuni della nostra provincia, e non solo. Qualcuno dice che ci sono anche "complicità" in chi è deputato a sorvegliare, in chi è pagato per pulire, nella politica. Chi lo sa. Forse.

Quando in una famiglia normale si sporca qualcosa, la prima domanda che si sente nell’aria è: "Chi è stato?" e non "Chi non ha pulito?". Per cui, prima di incolpare quello che non fa pulire le strade bisognerebbe vedere chi e perché le sporca, e magari chiedere a Giove Pluvio di "fulminare" sul posto, seduta stante, gli autori di questi scempi.

GUARDA IL VIDEO

Egidio Pernahttp://www.pernaegidio.it
Egidio Perna nato a Napoli il 23 febbraio 1959, residente a Volla in Via M. Sandomenico,9. Professione Medico-Chirurgo-Senologo. Dipendente A.S.L. Napoli 1 Centro Pittore, Poeta, Scrittore, Giornalista.
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