Tra le pagine ancora da scrivere della storia dell’arte italiana, vi è quella del carattere spirituale di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Molte le ipotesi che si possono avanzare, tra cui il suo rapporto con il misticismo degli Oratoriani.
È risaputo che Caravaggio non fu un santo, ma anche che non fu un uomo senza Dio. Ribelle, scontroso, aggressivo e allo stesso tempo profondamente religioso, l’artista ha a lungo impegnato gli storici dell’arte per scoprire quale fosse il suo preciso orientamento spirituale. Molti i pareri contrastanti e i dubbi irrisolvibili, tanto che, ancora oggi, la spiritualità dell’artista resta un mistero.
Per molti studiosi Michelangelo Merisi fu tra i maggiori artefici della restauratio religiosa che coinvolse l’Europa subito dopo il Concilio di Trento; per altri, invece, il pittore lombardo fu legato soprattutto alle correnti pauperistiche nate a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento; mentre per i suoi contemporanei Caravaggio fu semplicemente un blasfemo. Sembrerebbe un rompicapo, ma nella sua arte, in effetti, c’è chi ha voluto vedere attuate tutte le direttive artistiche avanzate dai teologi della Controriforma o chi ha voluto vedere addirittura in lui una sorta di precursore del positivismo occidentale; ma anche chi ha visto nelle correnti populiste e pauperistiche del tempo, capitanate da figure come San Filippo Neri e il cardinale Federico Borromeo, le linee giuda delle scelte artistiche del Caravaggio.
Certo è che, per i suoi contemporanei, la pittura del Merisi, ricca di Madonne e santi rozzi e sudici, risultava evidentemente sacrilega. Difficile definire oggi, a quattrocento anni di distanza, le ideologie dell’artista, il suo carattere e, soprattutto, la sua spiritualità. Su quest’ultimo aspetto del genio caravaggesco molte ipotesi possono essere avanzate. In particolare alcune opere, come l’Estasi di San Francesco d’Assisi (foto) o quella più celebre della Maddalena, mettono in discussione il rapporto che Caravaggio instaurò con la comunità degli Oratoriani e con il misticismo di San Filippo Neri, le cui estasi non passarono inosservate, anche agli occhi dello stesso pittore. Sappiamo infatti che Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino, maestro del Caravaggio durante i primi anni del suo lungo soggiorno romano, frequentava spesso l’Oratorio del Neri.
Suo dovrebbe essere anche un ritratto di San Felice da Cantalice, grande amico di San Filippo, se quel tal “Giuseppe de Cesari”, a cui Filippo ordinò l’opera, sia da identificarsi proprio con il celebre manierista arpinate. È probabile, dunque, che, nel periodo in cui fu messo a far “fiori e frutta” dal maestro (circa nel 1593), il Merisi seguisse, di tanto in tanto, il Cesari all’Oratorio, spinto dalla curiosità di conoscere una figura così straordinaria come Filippo Neri, allora conosciutissimo e amatissimo a Roma. Un incontro diretto col santo, o con il suo entourage, è, in fondo, del tutto plausibile.
È opinione diffusa tra gli esperti, infatti, che gran parte delle opere caravaggesche mostrino chiaramente un’enorme influenza delle prediche del Neri sull’arte e sulle ideologie, personali e artistiche, del Caravaggio. L’Estasi di San Francesco, dipinta tra il 1594 e il 1595, ossia tra il possibile incontro dell’artista con San Filippo Neri e la morte del santo, potrebbe essere, a questo punto, un’importante chiave di lettura. Il Merisi, difatti, potrebbe essere stato attratto nell’orbita del Neri esattamente dal misticismo del santo, assistendo personalmente ad una delle sue estasi o, semplicemente, ascoltando delle testimonianze in merito, rimanendone profondamente colpito.
Ciò non solo spiegherebbe una volta e per sempre il motivo del forte legame dell’artista con il movimento filippino, ma, se fosse vero, o quantomeno dimostrabile, che il Caravaggio assistette ad uno dei miracolosi “rapimenti” di San Filippo, potrebbe assegnare all’artista lombardo, più che alle specifiche direttive artistiche della Controriforma, il merito di quel quasi improvviso cambiamento dell’iconografia dell’Estasi che avvenne a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, quando si passò, nell’arco di pochi anni, dalla rappresentazione del santo in piedi, braccia aperte e occhi al cielo, a quella del santo supino, abbandonato in un vero e proprio stato di trance.
Il suo San Francesco, dunque, come pure la sua Maddalena, sarebbero così da identificarsi come i punti di partenza del rinnovamento iconografico del tema dell’Estasi cristiana. Se, infatti, è vero che il Merisi dipingeva solo ciò che vedeva, prendendo la Natura, ossia il reale e concreto, come modello, non è assurdo pensare che, in un certo senso, San Filippo Neri avesse inconsapevolmente “posato” per il San Francesco del Caravaggio. Inoltre, è probabile che l’artista restasse incredulo di fronte a ciò che avveniva dinanzi ai suoi occhi e che, per questo motivo, più volte, per il resto della vita, egli vacillasse tra fede, fanatismo religioso e blasfemia. Un’ipotesi plausibile con cui, in parte, interpretare quel dualismo che accompagna da sempre la figura del Caravaggio e la sua spiritualità, divisa tra il credere ad una realtà immanente e il credere al mondo trascendente del miracolo.
(Fonte foto: Rete Internet)

