Avrebbe fatto piacere a Mimmo Beneventano che gli intitolassero l’aula consiliare di Ottaviano?

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La morte violenta dei coraggiosi è come un pensiero di Pascal, una riflessione di Montaigne: va letta e riletta in silenzio, fino a quando chi legge non avverta la sensazione terribile e liberatoria della propria pochezza. Solo allora è pronto per capire.

Pasquale Cappuccio e Mimmo Beneventano, entrambi vittime di agguati di camorra, entrambi consiglieri comunali coraggiosi e liberi, entrambi chiaramente “schierati”, ma in modi diversi, perché diversa fu la loro interpretazione della crisi della politica.

Entrambi consiglieri comunali. Entrambi vittime di agguati di camorra. Lo so: i processi non produssero certezze. E la voce del popolo è meglio che venga tenuta fuori da queste due storie grandi e luminose.

Perché l’avvocato e Mimmo sono stati uccisi in un momento in cui Ottaviano assurgeva, nell’opinione pubblica nazionale, al ruolo di capitale della camorra e, dunque, non c’era vicenda ottavianese che non venisse letta attraverso le lenti colorate del pregiudizio. Ma non c’è dubbio alcuno che gli agguati siano stati organizzati e eseguiti con la spietatezza di una camorra diventata ormai gangsterismo urbano: Mimmo massacrato sotto gli occhi della madre, l’avvocato ucciso davanti alla moglie.

Era fatale che entrambi diventassero simboli e mito: lo dico con una punta di amarezza, perché diffido della mitizzazione, e penso che la grandezza autentica di Mimmo e dell’avvocato stia proprio nel fatto che erano uomini del loro tempo, politici, professionisti, erano insomma uomini comuni che cessarono di essere uomini comuni nel momento in cui spiegarono a sé stessi e agli altri che non avrebbero mai rinunciato alla libertà, al diritto e al dovere di essere uomini veri.

Oggi, sabato 13, l’aula del consiglio comunale viene intitolata a Pasquale Cappuccio. Immagino che qualcuno si sia già chiesto: e perché non anche a Mimmo? E infatti sono stato invitato a far da moderatore a un convegno che si terrà stasera e che avrà per tema il messaggio di Pasquale Cappuccio e di Mimmo Beneventano. Ho detto di no, adducendo a pretesto la mia inettitudine a essere un moderatore, soprattutto ora che ho deciso di percorrere fino in fondo la via della maleducazione.

Il brillante giovane dagli intatti ideali che mi invitava temo che abbia interpretato il mio rifiuto come una scelta, tutta “democristiana”, di tenermi fuori: se l’ha fatto, ha sbagliato di grosso. La morte violenta dei coraggiosi è come una poesia di Borges, come un pensiero di Pascal, come una riflessione di Montaigne: va letta in silenzio – il silenzio di fuori, il silenzio di dentro -, va letta e riletta, fino a quando chi legge non avverta una sensazione terribile eppure liberatoria: quella della propria pochezza. A quel punto egli può rileggere un’ultima volta: perché ora capirà.

Non sarebbe stato facile spiegare, in un fiammeggiante convegno, quel che penso di Pasquale Cappuccio e di Mimmo Beneventano: e lo penso non da ora: ne scrissi in un libro pubblicato undici anni fa. Conobbi Pasquale Cappuccio dai comizi in piazza e dagli interventi in consiglio comunale. La cultura, la famiglia, la professione, la lezione di Francesco De Martino fecero sì che egli fosse un implacabile contestatore non del sistema, ma delle storture che si formavano nel sistema ad opera di singole persone e di singoli gruppi, schierati a tutela dei loro interessi illeciti e pronti a difenderli in ogni modo: si aggiungeva a tutto questo un’avversione istintiva per l’arroganza e per la demagogia.

Era la fiducia nel socialismo riformista ad alimentare l’impareggiabile ironia della sua oratoria e ad accendervi lampi di sarcasmo. Egli fu, fino all’ultimo, persuaso che il sistema si potesse correggere e migliorare. Nonostante tutto, egli ebbe sempre fiducia nella politica.
Fui, con Franco Cammisa, tra i primi amici di Mimmo, quando venne ad abitare a Ottaviano e incominciò a frequentare la parrocchia di San Francesco, allora retta da don Pasquale Romano. Scrissi undici anni fa: “Il radicalismo cattolico e quel senso assoluto e categorico della giustizia, che separa il bene e il male a colpi netti e senza pentimenti, portarono Mimmo verso il PCI, e nel PCI, verso la sinistra del partito”.

Non era indulgente con il nostro essere democristiani: “Associava i democristiani all’immagine della mozzarella, a qualcosa di molle, a un qualcosa di umidiccio che si spappola in latte e siero”. Me lo rinfacciò spesso: e spesso gli risposi in malo modo. A metà degli anni ’70 le vicende della vita fecero sì che i nostri incontri si diradassero. Non saprei dire quali fossero, in quel tempo, i suoi rapporti con i compagni del PCI: mi condiziona il timore di essere ingannato dai ricordi. Ma di un fatto sono certo: ci fu un momento – il momento della lacerazione – in cui Mimmo incominciò a contestare il sistema in quanto tale, persuaso che la corruzione e l’arroganza dei singoli fossero solo la manifestazione concreta, visibile, dello sfacelo morale e politico dell’insieme.

Era l’approdo fatale del radicalismo cattolico e comunista di un Uomo che, tra l’altro, ogni giorno misurava l’ enormità della catastrofe da un osservatorio speciale: il sistema sanitario.
Non mi va di commentare le decisioni prese dall’ Amministrazione Capasso: l’aula si chiamerà Pasquale Cappuccio, e come ho detto, il nome è degno di riverenza. Mimmo non era tipo da cerimonie. Gli avrebbe fatto piacere che gli intitolassero l’aula consiliare: credo, però, che non sarebbe stato un piacere particolarmente intenso.

I nomi dei due non è importante che siano incisi su lastre di bronzo e di marmo: sono scolpiti nella memoria storica della nostra città, che accusata di essere capitale della camorra, poté dire: sono anche la città di Pasquale Cappuccio e di Mimmo Beneventano. E’ grande il debito che Ottaviano ha contratto con loro. Essi hanno costretto quelli della mia generazione a sentirsi vili, e nello stesso tempo li hanno autorizzati a non disperarea.

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