Dopo il primo triennio appena trascorso, di Francesco Duraccio è stato rieletto Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Napoli.
Una rielezione che ha il suono della conferma della scelta fatta in un tempo di cambiamento, del rinnovo della fiducia e della visione condivisa da un gran numero di elettori, in un contesto, Napoli e la sua provincia che, in una classifica su base italiana, si colloca – per numero iscritti e peso economico – tra i primi posti.
Di seguito la nostra intervista a Duraccio, Un’intervista il cui obiettivo è andare oltre le domande istituzionali, facendo emergere la dimensione umana e la visione del Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Napoli, ciò affinché questo documento possa essere concreta ispirazione e punto di partenza per quanti vogliono conoscere questa professione e le sue evoluzioni, le prospettive future.
1) La rielezione è una conferma, ma anche una nuova promessa. Come in un matrimonio, dopo un triennio potrebbe essere finito l’effetto “wow”.
Ci si potrebbe chiedere “come continuerà a conquistarci adesso?”
Credo che, come in un matrimonio, dopo l’entusiasmo iniziale contino soprattutto la presenza e l’affidabilità. La fiducia che i colleghi ci hanno rinnovato è una grande soddisfazione, ma aumenta anche la responsabilità di essere all’altezza delle loro aspettative.
Qual è l’impegno che sente di voler assumere oggi, in primis, nei confronti di coloro che sono già parte della platea degli iscritti e, poi, nei confronti dei giovani che si affacciano alla professione, magari con tante competenze, ma ancora poche certezze sul proprio futuro?
Il mio impegno è rendere l’Ordine sempre più utile nella vita professionale di ogni giorno: nella formazione, nel confronto con gli enti, nell’accompagnare i cambiamenti che stanno interessando i nostri studi.
Ai giovani vorrei offrire soprattutto un punto di riferimento. All’inizio si può essere preparati e sentirsi comunque disorientati. Sapere di poter chiedere un consiglio, incontrare colleghi disponibili e trovare occasioni per crescere può fare la differenza. Vorrei che sentissero l’Ordine come una comunità alla quale partecipare, nella quale anche le loro idee possano incidere.
2) Ai giovani si chiede continuamente di essere competenti, flessibili, resilienti. Ma siamo sicuri che il mondo del lavoro sia altrettanto pronto ad accoglierli? Che cosa dovrebbe cambiare, concretamente, nel rapporto tra imprese, professionisti e nuove generazioni?
Non sempre. A volte chiediamo ai giovani di essere già esperti, autonomi e capaci di adattarsi a tutto, senza dare loro il tempo e gli strumenti per diventarlo. Dobbiamo essere più disponibili a investire sulla loro crescita.
Concretamente significa affiancamento, compensi adeguati, obiettivi chiari e prospettive credibili. Vale per le imprese, ma anche per noi professionisti: chi entra in uno studio deve poter imparare e assumere gradualmente responsabilità.
Dobbiamo anche ascoltare ciò che i giovani ci chiedono. Il desiderio di conciliare lavoro e vita personale non può essere liquidato come scarsa voglia di impegnarsi. Ci invita a ripensare l’organizzazione del lavoro. L’incontro funziona quando entrambe le parti sono disposte a mettersi in discussione.
3) Francesco, lei, possiamo dirlo, “è figlio d’arte”. Suo padre era Consulente del Lavoro, è stato per tanti anni Presidente, ha contribuito alla nascita, costruzione e crescita dell’Ordine. Lei, nonostante la giovane età, ha una grandissima esperienza del “dietro le quinte” di questa professione, dei cambiamenti avvenuti, della sua evoluzione.
C’è qualcosa che il tempo dei cambiamenti ha cancellato che secondo lei andrebbe ripreso, ripristinato?
C’è una ricchezza che ci stiamo facendo sfuggire magari complici della velocità del tempo?
Ho avuto il privilegio di vedere ogni giorno, fin da piccolo, come si comporta un professionista vero e quanto spirito di servizio debba avere chi guida un’istituzione pubblica. Mio padre me lo ha insegnato soprattutto con l’esempio, attraverso il suo modo di lavorare e di assumersi le responsabilità.
Ai miei occhi era una figura imponente, di un livello che mi sembrava irraggiungibile. E, proprio per questo, anche “ingombrante” per il mio percorso. Stagli troppo vicino significava, nel mio timore, rischiare di vivere alla sua ombra, di essere sempre misurato attraverso un paragone nel quale mi sarei sentito inevitabilmente inadeguato.
La fiducia l’ho trovata nella mia determinazione, ma soprattutto negli altri: nelle persone che hanno riconosciuto in me qualità che io stesso faticavo a vedere. È stata la loro stima ad aiutarmi a prendere coscienza delle mie capacità e della maturità raggiunta, fino a convincermi di poter vivere di luce propria, portando con me il suo insegnamento.
Se penso a ciò che dovremmo recuperare del passato, penso proprio a questo valore dell’esempio e alla disponibilità a dedicare tempo agli altri. Nella velocità di oggi rischiamo di perdere l’ascolto, il confronto, la pazienza di accompagnare un giovane mentre cresce. Eppure, a volte, è proprio qualcuno che crede in noi prima ancora che ci crediamo noi stessi a fare la differenza.
4) Nel suo lavoro incontra persone, imprese e storie professionali diverse. Quanto contano oggi le soft skills — ascolto, empatia, intelligenza emotiva, capacità di comunicare — rispetto alle competenze tecniche?
E quale di queste abilità vorrebbe vedere più spesso nei giovani professionisti?
Le competenze tecniche sono indispensabili: chi si affida a noi ha diritto a risposte corrette. Ma per dare una risposta utile dobbiamo prima comprendere bene la domanda, e spesso il problema reale non emerge nelle prime parole.
Un imprenditore può esprimere una preoccupazione economica che riguarda anche il futuro della sua famiglia. Un lavoratore può avere difficoltà a spiegare una situazione che lo mette a disagio. Ascoltare ci aiuta a capire e, quindi, a lavorare meglio.
Se dovessi scegliere una qualità da incoraggiare nei giovani, sceglierei proprio l’ascolto, insieme alla capacità di spiegarsi con chiarezza. Rendere comprensibile una questione complessa è una parte importante della nostra competenza.

5) Se il curriculum racconta quello che sappiamo fare, il carattere racconta come lo facciamo. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale può già svolgere molte attività tecniche, quali qualità umane renderanno davvero insostituibile un giovane Consulente del Lavoro?
Credo che faranno la differenza il giudizio, il senso di responsabilità e la capacità di costruire fiducia. L’intelligenza artificiale può aiutarci in molte attività, ma i suoi risultati devono essere verificati e interpretati alla luce del caso concreto.
Il nostro lavoro comporta scelte che incidono sulle imprese e sulla vita delle persone. Bisogna comprendere le conseguenze di una soluzione, riconoscere quando servono approfondimenti e assumersi la responsabilità del consiglio che si dà.
A un giovane direi di imparare a utilizzare questi strumenti, mantenendo autonomia di pensiero. La preparazione serve anche a riconoscere una risposta convincente nella forma, ma sbagliata nella sostanza. E poi resta il rapporto personale: la fiducia si costruisce nel tempo, con la serietà e la coerenza dei comportamenti.
6) Se lei fosse un influencer e dovesse fare una – cosiddetta – “sponsorizzata marketing”, come porterebbe noi lettori ad essere attratti da questa libera professione e questo Ordine napoletano?
Direi: se vi interessa capire come funzionano le imprese e contribuire a migliorare il mondo del lavoro, venite a conoscere questa professione.
Dietro una busta paga, o uno dei mille altri adempimenti, ci sono una persona, una famiglia, un’organizzazione aziendale. Il Consulente del Lavoro entra in queste realtà e accompagna decisioni importanti: un’assunzione, un percorso di crescita, una riorganizzazione, talvolta una difficoltà da affrontare.
È una professione impegnativa, che richiede studio continuo, ma offre la soddisfazione di vedere l’utilità concreta del proprio lavoro.
Quanto al nostro Ordine, l’invito sarebbe molto semplice: venite a incontrarci, partecipate alla formazione, conoscete i colleghi. Vorrei che fossero soprattutto queste esperienze a convincere un giovane del valore della nostra comunità professionale.
7) Restiamo qui, a Napoli, una città di straordinario talento, creatività e capacità di reinventarsi, ma anche di sfide occupazionali importanti.
Come possiamo trasformare l’energia dei giovani napoletani in opportunità professionali concrete, evitando che il talento continui a cercare altrove il proprio futuro?
Il talento ha bisogno di condizioni nelle quali esprimersi. A un giovane non possiamo chiedere di restare soltanto per amore della propria città: dobbiamo contribuire a costruire occasioni di lavoro e di crescita credibili.
Credo servano rapporti più stretti tra scuole, università, professionisti e imprese. L’orientamento deve iniziare presto e far conoscere anche professioni che molti ragazzi incontrano solo per caso. Ed è perfettamente quello che stiamo facendo con le collaborazioni con le Università e soprattutto con i giovani delle scuole secondarie con il programma Orientalife. Poi servono percorsi formativi collegati al lavoro e realtà disposte a investire sulle persone.
Come categoria possiamo contribuire sia accompagnando i giovani verso la professione, sia aiutando le imprese a valorizzare le competenze.
Fare un’esperienza altrove può essere una grande opportunità. L’obiettivo dovrebbe essere rendere possibile anche la scelta di restare o di tornare a Napoli, con prospettive all’altezza delle proprie aspirazioni.
8) Spesso ai giovani viene detto di avere coraggio, di sbagliare, di mettersi in gioco. Ma poi l’errore viene vissuto come un fallimento.
Da Presidente e da professionista, quale spazio vorrebbe dare alla cultura dell’errore, del confronto e dell’apprendimento?
E qual è l’errore che un giovane non dovrebbe avere paura di commettere?
Vorrei che nei nostri studi e nei luoghi di formazione si potesse dire «non ho capito» oppure «credo di aver sbagliato» senza sentirsi sminuiti. È una condizione importante per imparare e anche per prevenire problemi più seri.
Naturalmente il nostro lavoro richiede attenzione, perché un errore può avere conseguenze per altre persone. Per questo servono affiancamento, verifiche e confronto. Quando qualcosa non funziona, bisogna intervenire e comprenderne le cause.
Un giovane non dovrebbe avere paura di proporre un’idea che poi si rivela poco efficace, o di fare una domanda apparentemente elementare. Io mi preoccuperei molto di più di chi, per timore di fare brutta figura, nasconde un dubbio e procede da solo. Chiedere aiuto è un comportamento responsabile.
9) Viaggiamo nel tempo. Immaginiamo di essere nel 2029, alla fine di questo nuovo mandato triennale. Se un giovane professionista potesse dire: «Grazie a questo Ordine, oggi mi sento più preparato, ascoltato e capace di costruire il mio futuro», che cosa dovrebbe essere successo nel frattempo? E quale messaggio vorrebbe lasciare oggi a chi sta ancora cercando il proprio posto nel mondo del lavoro?
Dovrebbe poter riconoscere un aiuto concreto ricevuto dall’Ordine: una formazione che gli è servita nel lavoro, un confronto che gli ha consentito di affrontare una difficoltà, un’occasione per partecipare e far valere una propria proposta.
Mi piacerebbe che alla fine del mandato ci fossero più giovani coinvolti nella vita della categoria e che il rapporto tra generazioni fosse diventato più forte. L’esperienza dei colleghi e lo sguardo di chi comincia possono arricchirsi reciprocamente, se creiamo occasioni vere di incontro.
A chi sta cercando il proprio posto direi di non aspettare di avere tutte le certezze per iniziare. Preparatevi, frequentate persone dalle quali poter imparare e concedetevi il tempo di crescere. Non è necessario avere già tutto il percorso davanti agli occhi: bisogna cominciare a costruirlo con serietà, un passo alla volta.
Ringraziamo Francesco Duraccio per averci permesso di farsi condurre in una narrazione che ci racconta un Presidente non soltanto come rappresentante istituzionale, ma come interprete del cambiamento generazionale: una figura chiamata a costruire ponti tra competenze tecniche e umane, formazione e lavoro, territorio e nuove opportunità.
È di grande valore, oggi, parlare e lavorare a responsabilità, cambiamento, soft skills, intelligenza artificiale, territorio, errore e crescita, visione futura.
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