Il sindaco di Thizy le Bourgs si è esposto imprudentemente a una risposta sonora come una scudisciata. A replicare al sindaco francese è stato l’assessore all’Immagine Carlo Puca, che ha affidato ai social una risposta dai toni ironici, senza però rinunciare alla critica. “Caro sindaco Berthoux, ha ragione: a Thizy-les-Bourgs non siete a Napoli. E glielo dico con sincero dispiacere, perché si perde parecchio”, ha scritto Puca. Introduce l’articolo l’immagine di un quadro di Attilio Pratella, in cui sono presenti tre punti fermi dell’immagine storica di Napoli: i panni stesi, il golfo, il Vesuvio.In appendice l’immagine di un quadro di Consalvo Carelli: ma non c’è pittore napoletano dell’800 che non abbia rappresentato i panni stesi sul balcone.
Secondo Luciano De Crescenzo I panni stesi sono una connessione, uniscono due famiglie che si trovano in due palazzi diversi e se i portoni sono sfalsati anche in due indirizzi diversi, due strade diverse, eppure sono unite dalla comune gestione dei famosi panni stesi, che sono una bandiera, sono uno striscione, un inno alla vita, all’amicizia, all’unione. Napoli ha moltissime realtà che parlano di unione, di solidarietà e di accoglienza. Unione, solidarietà e accoglienza sono tre elementi che purtroppo scarseggiano molto a livello mondiale, quindi direi che ancora una volta Napoli si propone come un laboratorio di civiltà per il resto del pianeta. Io invito personalmente il sindaco della cittadina francese, se gradisce, a venire a Napoli qualche giorno e gli facciamo capire che Napoli è un modello da imitare, non da condannare
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Questa Napoli da cartolina rappresentata dal sindaco francese, in realtà, non fotografa la vera anima della città…
Napoli non è una, Napoli è una molteplicità, Napoli è un sostantivo plurale, questo va capito una volta per tutte.
Napoli è l’area più densamente popolata del continente, in Europa non c’è un luogo più densamente popolato di Napoli, sono 3 milioni e mezzo di persone che abitano la città metropolitana, senza soluzione di continuità, non c’è un pezzo di campagna, lei può girare per un luogo dove abitano 3 milioni e mezzo di persone senza mai uscire dall’area urbana, è una grande capitale del sud del mondo, è come Istanbul, come Atene, come Rio, come Buenos Aires, non è possibile interpretare Napoli da un unico punto di vista, nessuno può dire ti faccio vedere la vera Napoli, anzi tutti lo possono dire: qualsiasi Napoli ti facciano vedere è un luogo dove tu trovi tutte le luci e tutte le ombre possibili, quindi pensare di ridurla a un paradigma, pensare di ridurla a un’unica declinazione è folle, è facilissimo dimostrare il contrario, per quanto bella o brutta lei mi definisca la città, io le faccio vedere il suo opposto in mezz’ora, questo è il bello, per chi viene a vedere da fuori, questo è il bello di Napoli, tanto che io trovo piatta e noiosa qualsiasi altra città. Indubbiamente, ci sono in ogni città tante bellezze, tante bruttezze, ma tutte insieme, così come a Napoli da nessuna parte. celebre pensiero di Luciano De Crescenzo sui panni stesi a Napoli proviene dal libro e film Così parlò Bellavista (1977).
Nel brano, il personaggio di Luigino esprime la gioia e il senso di festa trasmessi dal bucato steso al sole, paragonandolo a delle bandiere e criticando il divieto di farlo nei quartieri signorili. De Crescenzo sviluppa poi una poetica metafora sui vicoli di Napoli, descrivendo le corde del bucato come legami invisibili tra le case, così uniti che se il Padreterno decidesse di sollevare una casa in cielo, tutte le altre la seguirebbero come un enorme gran-pavese.
I panni stesi ai balconi rappresentano uno dei simboli visivi e antropologici più potenti della letteratura napoletana, trasformandosi da semplice gesto domestico a metafora di comunità,
Nelle pagine degli scrittori partenopei, questa abitudine assume diverse sfumature poetiche e narrative: I giornalisti e i titolari dei siti più importanti che si sono interessati del problema posto dall’ingenuo sindaco francese non hanno potuto fare a meno di citare De Crescenzo, la Ortese e Domenico Rea
1. Luciano De Crescenzo e l’unione dei vicoli
Nel suo celebre stile ironico e filosofico, Luciano De Crescenzo trasforma i fili dei panni in un elemento strutturale di solidarietà sociale. Nel suo immaginario, i panni stesi al sole evocano l’allegria delle bandiere di una festa perenne.
De Crescenzo scriveva che se il Padreterno decidesse di tirare in cielo una sola casa di Napoli, grazie alle corde del bucato che legano i palazzi l’uno all’altro, tutta la città verrebbe tirata su insieme, come un enorme e indivisibile “gran-pavese”
2. Anna Maria Ortese e il realismo del dolore
In netto contrasto con l’oleografia da cartolina, Anna Maria Ortese in Il mare non bagna Napoli spoglia questo simbolo di ogni retorica folkloristica per restituirne la cruda realtà sociale. Nelle sue descrizioni dei terrazzini e dei vicoli, il gocciolamento dell’acqua della biancheria stesa diventa una pioggia artificiale e malinconica che bagna chi cammina sotto, un riflesso della fatica quotidiana e della densità soffocante degli spazi condivisi.
3. Domenico Rea e l’esplosione dei colori
Per Domenico Rea, i panni sono lo specchio della vitalità e della carnalità del popolo. Nei suoi racconti, la biancheria stesa è un’esplosione di contrasti cromatici, in cui il candore delle lenzuola o la vivacità dei colori stesi al sole forte dei vicoli simboleggiano il riscatto e l’energia vitale di una Napoli profonda che rifiuta di nascondersi.
4 nel Novecento. Il “teatro” dei balconi
Da Eduardo De Filippo fino alla narrativa contemporanea e alla saggistica (come il Manuale di Napoletanità di Amedeo Colella), il balcone con i panni stesi è descritto come un’estensione della casa verso la strada.
- La comunicazione orizzontale: I fili tesi con le carrucole tra palazzi dirimpettai costringono le donne del vicolo a una necessaria e rituale comunicazione (“oggi faccio la lavatrice io, domani tu“).
La decodifica degli stati d’animo: Nella letteratura antropologica napoletana si fa spesso riferimento alla capacità delle “massaie” o di attenti osservatori di capire l’età, l’ordine familiare, la ricchezza o persino l’umore di una famiglia semplicemente guardando l’ordine, la distanza e la tipologia dei panni messi ad asciugare. Insomma, i panni stesi contribuiscono a fare di Napoli la città dai mille colori cantata da Pino Daniele. Nel film musicale “Napoli Na “ Elena Bonelli canta “Tammurriata Nera” all’ingresso di un vicolo in fondo al quale c’è un agitarsi di panni. Napoli manterrà i suoi iconici panni stesi tra i palazzi dei quartieri popolari Nel 1922 il sindaco Manfredi stava per rendere più rigide le regole che deve rispettare chi stende i panni ad asciugare sui balconi. Ma il commento dello scrittore de Giovanni spinse il sindaco a ritirare la proposta Napoli manterrà i suoi iconici panni stesi tra i palazzi dei quartieri popolari. Il divieto di “stendere o appendere biancheria, panni, indumenti e simili alle finestre, sui terrazzi e balconi” per impedire lo “sgocciolamento” sulla testa dei passanti, inserito nella bozza di un’ordinanza comunale sul decoro urbano, è stato subito rimosso da una nota di Palazzo San Giacomo, con il sindaco Gaetano Manfredi costretto a tranquillizzare gli insorti del bucato: “i panni stesi nei vicoli di sono un punto di rappresentatività della città, non un punto di mancanza di decoro, questa ordinanza sui panni stesi non esisterà mai”. . Il “teatro” dei balconi nel Novecento
Da Eduardo De Filippo fino alla narrativa contemporanea e alla saggistica (come il Manuale di Napoletanità di Amedeo Colella), il balcone con i panni stesi è descritto come un’estensione della casa verso la strada.
Tra le testimonianze più celebri ed evocative spicca quella dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, che in un suo testo dedicato alla città esprime una profonda dichiarazione d’amore per questa abitudine:
“Di Napoli amo la turbolenza delle pietre, la follia che plana sui tetti come una nuvola, i panni stesi ad asciugare sulla corda tesa fra due balconi […] l’eccesso di mistero, l’eccesso di evidenza…” Maurizio Di Giovanni ricorda che Eduardo ideò Napoli milionaria sul balcone di un appartamento al Parco Grifeo.
