Un’installazione in progress sulla memoria, la trasmissione orale e la natura frammentaria del racconto archeologico.
> Opening 11.10.2026 ore 9:00
> Ore 11:00 visita guidata alla Villa Augustea condotta dall’artista insieme ai curatori
SOMMA VESUVIANA – Nella Villa Augustea di Somma Vesuviana la ricerca dell’artista Roberto Maria Lino si confronta con un luogo in cui la memoria è ancora materia di ricerca, interpretazione e confronto. A partire da domenica 11 ottobre, dalle ore 9:00, il sito archeologico accoglierà Le parole che si intrecciano tra i ricordi i ricordi che si intrecciano tra le parole, un progetto nato durante la residenza Art Summit – Vesuvio Contemporary Experience and Residency e concepito per svilupparsi progressivamente all’interno dell’area archeologica, fino al 15 dicembre.
L’opening si terrà l’11 ottobre alle ore 9:00.
Alle ore 11:00 seguirà la visita guidata alla Villa Augustea condotta dall’artista insieme ai curatori del progetto, offrendo al pubblico un primo momento di incontro con l’opera e con il percorso di ricerca che ne ha accompagnato la realizzazione.
Il lavoro prende le mosse dalla trasmissione orale del racconto della Villa Augustea: nel passaggio da una persona all’altra, infatti, una storia può mantenere una struttura comune e, allo stesso tempo, perdere alcuni dettagli, acquisirne di nuovi, modificarne altri. La memoria non è una registrazione immobile del passato: è un processo che si trasforma ogni volta che viene raccontato e ascoltato.
È proprio questa condizione a interessare Lino, che individua nella Villa Augustea un contesto particolarmente significativo per riflettere sulla natura della memoria. Il sito porta con sé stratificazioni, scavi e interpretazioni, ma anche interrogativi ancora aperti sulla sua origine, sulle sue funzioni e sul rapporto con la tradizione che lo identifica come possibile luogo legato alla morte dell’imperatore Augusto.
La presenza di Dioniso nell’apparato figurativo della Villa introduce inoltre un richiamo al mondo dei culti misterici, nei quali la conoscenza passava attraverso un’esperienza iniziatica e non tutto poteva essere rivelato. Nella lettura dell’opera, questo riferimento risuona nella tensione tra ciò che affiora e ciò che rimane nascosto, tra il frammento visibile e un significato ancora da ricercare.
L’opera nasce da questa zona di incertezza, senza cercare di risolverla. Al contrario, la assume come principio compositivo. L’installazione è costituita da una serie di fasce tessili rettangolari, realizzate dall’artista attraverso materiali recuperati nel territorio campano. Alcune riportano le lettere che compongono il titolo dell’opera, mentre altre ne sono prive. Le lettere sono distribuite nello spazio senza seguire un ordine immediatamente riconoscibile. Il visitatore si trova così davanti a una sorta di paesaggio di frammenti: le singole lettere sono presenti, ma la frase non si offre subito alla lettura. Per comprenderla occorre cercare, collegare, ricomporre. Esattamente come accade davanti a un reperto frammentario, nel quale un elemento isolato acquista significato soltanto quando viene messo in relazione con gli altri.
La confusione visiva non è quindi un effetto secondario, ma costituisce il dispositivo attraverso cui l’opera prende forma. Le parole sono state scomposte come possono esserlo i frammenti di una memoria o i cocci restituiti da uno scavo. Occorre riconoscerli, documentarli, studiarli, verificarne le relazioni e tentare una ricomposizione, sapendo che ogni ricostruzione è anche un’interpretazione.
Le fasce sono collocate sulle impalcature presenti nell’area dello scavo, stabilendo una relazione diretta con la struttura fisica del sito senza sovrapporsi ai resti archeologici. Il tessuto introduce una presenza contemporanea all’interno di uno spazio già profondamente stratificato, ma lo fa attraverso una materia fragile, mobile e quotidiana, lontana dalla monumentalità della pietra.
Anche la scelta dei materiali è legata al territorio. I tessuti sono stati recuperati attraverso mercatini, donazioni e passaparola e successivamente sottoposti a differenti processi di tintura naturale, utilizzando elementi come curcuma, vino e terra. La materia dell’opera porta così con sé una traccia concreta dei luoghi e delle relazioni attraverso cui il progetto si è sviluppato.
Il titolo stesso descrive il movimento alla base dell’intero lavoro: le parole si intrecciano ai ricordi e i ricordi alle parole. Non esiste una memoria separata dal linguaggio attraverso cui viene trasmessa, così come non esiste un racconto indipendente da chi lo pronuncia, lo ascolta e lo restituisce.
«Il titolo nasce proprio dalla residenza a Somma Vesuviana e da quello che ho incontrato lavorando intorno alla Villa Augustea», racconta Roberto Maria Lino. «La storia viene tramandata e conserva una struttura comune, ma nel passaggio da una persona all’altra può perdere dei particolari, aggiungerne altri, modificarli. È un po’ quello che succede anche con i frammenti archeologici: bisogna raccoglierli, studiarli, verificarli e provare a ricomporli.»
L’installazione è concepita come un processo in divenire. La configurazione iniziale rappresenta il primo livello del progetto: nel corso dei mesi l’opera potrà accogliere ulteriori elementi, tra cui una componente sonora, costruendo progressivamente una nuova stratificazione della ricerca.
Il tempo, in questo caso, non è soltanto la durata della mostra, ma diventa una componente dell’opera. Ogni nuovo passaggio aggiunge un livello di lettura e modifica la percezione di ciò che era già presente, proprio come un nuovo frammento può modificare l’interpretazione di quelli precedentemente raccolti.
La progressione dell’installazione stabilisce così un rapporto particolarmente stretto con il carattere del sito archeologico. Scavare significa procedere per strati; ricordare significa procedere per frammenti. In entrambi i casi, il passato viene recuperato e ricostruito attraverso ciò che rimane, ciò che viene trasmesso e ciò che può essere interpretato.
La Villa Augustea diventa il luogo stesso in cui il lavoro trova la propria ragione. L’opera si inserisce in uno spazio ancora attraversato dalla ricerca e ne assume il metodo: osservare, raccogliere, mettere in relazione, formulare ipotesi e lasciare aperta la possibilità che una nuova traccia possa modificare ciò che si credeva già acquisito.
Le parole che si intrecciano tra i ricordi i ricordi che si intrecciano tra le parole riflette sui meccanismi attraverso cui le narrazioni si costruiscono. Le lettere disperse sulle fasce chiedono al visitatore di ricomporre una frase; i frammenti archeologici chiedono di essere ricondotti a una storia; i racconti delle persone chiedono di essere ascoltati e messi in relazione.
L’opera di Lino avvicina così due forme di trasmissione apparentemente distanti – quella materiale dell’archeologia e quella orale del racconto – mostrando quanto entrambe siano fondate sulla stessa condizione: la necessità di ricomporre ciò che il tempo ha separato.
E proprio nella distanza fra il frammento e la sua possibile ricostruzione si apre lo spazio dell’interpretazione, quello spazio nel quale una memoria può continuare a essere raccontata, modificata e nuovamente intrecciata alle parole.
