Cronaca di un pomeriggio di ordinaria follia a Napoli…
Stamattina sognavo il mare. Sentivo la risacca e la voce dei gabbiani… Che bello!
Poi mi sono svegliato, ma il sogno non svaniva. Continuavo a sentirli e, pur abitando in una provincia distante dal mare, li vedevo volteggiare liberi sulla campagna circostante. Si stavano radunando nei pressi di un ristorante che deposita gli scarti di sushi, dove loro si servono generosamente ogni mattina, prima che vengano rimossi.
«Povero gabbiano», ho pensato guardandone uno in particolare. «Hai perduto la rotta del mare, oltre che la compagna», come recita una nota canzone.
Questa scena ha rinvigorito il ricordo di un incontro fatto #PerStradaPerCaso in città, poche settimane prima, che avevo intitolato: “Gabbiani in paradiso, in un mare di monnezza”.
Infatti, l’indiscriminato accumulo di rifiuti, depositati in alcune strade della città in orari non consentiti, tra disservizi, mancati accordi e inciviltà, ci condanna ancora oggi a vivere, a differenza loro, in un nauseabondo inferno.
Gli unici a spassarsela, ormai, sono ratti, gatti e gabbiani, che indisturbati si sono adattati a questo che, per loro, è diventato un paradiso infernale.
La visione di questo scempio urbano fa correre la fantasia e, al tempo stesso, provoca disagio e rabbia, sentimenti difficili da accettare. Così, per sdrammatizzare, ho voluto ironizzare su una storia realmente vissuta.
La scena
Affacciato alla finestra dello studio del mio dentista, in una zona mercatale della Napoli turistica, ho notato un grosso gabbiano — ma bello grosso — intento a banchettare.
Svolazzava indisturbato tra il tetto blu metallizzato di un’auto in sosta e un cassonetto dei rifiuti, color argento satinato, stracolmo fino all’inverosimile.
«Sta facenn ’a spesa», ho pensato.
Perché, proprio come si usa fare in certi mercati, il volatile si è messo a scegliere con calma il rifiuto più vistoso. Poi ha puntato deciso un pannolone, evidentemente scambiato per una succulenta scella di baccalà.
«Dicimmo ’o meglio articolo!»
Certo è che vederli oggi non è più una novità. Avremmo immaginato i gabbiani in una discarica, non certo in un borgo cittadino, tra il via vai di auto e persone.
Indifferente a tutto e a tutti, il gabbiano ha letteralmente «inchiavicato» il tetto dell’auto e ha sparso in strada gli scarti di seconda scelta, riuscendo persino ad allontanare i naturali rappresentanti della fauna territoriale: ’e palumme, che se ne stavano prudentemente in disparte, quasi a non voler avere nulla a che fare con quel concorrente così agguerrito.
Mah… ho pensato: è proprio cambiato il mondo!
Ho visto gatti rincorrere cani, sorci enormi scacciare gatti, esseri umani litigare per il contenuto di un contenitore della spazzatura e, ora, un gabbiano reale fare da padrone nel centro storico della città, ’ncopp’ a nu cuofano ’e munnezza.
Dietro questa istantanea, ahimè, si nasconde la triade del nostro malessere: degrado, inciviltà e mala amministrazione.
Non bastano gli sforzi, spesso insufficienti, degli addetti ai lavori e non basta il senso civico di quella scarna fetta di popolazione che ancora rispetta le regole. L’inciviltà persiste e il degrado, giorno dopo giorno, continua ad alimentarsi.
Purtroppo, il paradiso dei gabbiani lo abbiamo creato noi, costruendo il nostro inferno.
E i gabbiani, evidentemente, non sono fessi.
Forse questa, alla fine, è diventata la loro morale:
> **«’O mare ’ntempesta è nu ricordo luntano…
> meglio nu pannulino dint’ ’a munnezza abbandunato…
> ca n’alice fresca mmiez’ ’o mare, friddo e agitato.»**
E mentre noi continuiamo a discutere, lamentarci e cercare spiegazioni, loro hanno semplicemente imparato ad adattarsi.
In fondo, per un gabbiano, anche un pannolone può diventare una scella di baccalà.
Per il progetto #Legatialfilo2026
Ciro NOTARO
Autore solidale #PerStradaPerCaso
Il Mediano.it
