Ed eccoci qui al nostro stupendo e strabiliante Trentaquattresimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro” dove racconteremo del nostro magico Charlie Chaplin e dell’industria cinematografica hollywoodiana.
Negli anni Venti l’industria cinematografica hollywoodiana registra una crescita straordinaria grazie all’affermazione dell’integrazione verticale, modello in cui le grandi società controllano contemporaneamente le tre fasi chiave: produzione, distribuzione ed esercizio. Per garantirsi profitti elevati e costanti, i principali studios acquistano e realizzano lussuose catene di sale cinematografiche, note come “palazzi del cinema”. Questi edifìci monumentali, caratterizzati da un’architettura sfarzosa ed eclettica, offrono spettacoli complessi che affiancano alla proiezione dei film orchestra dal vivo, numeri di varietà e servizi esclusivi per il pubblico. In questo contesto si definiscono le gerarchie del mercato industriale, dominato dalle “Tre Grandi” (Paramount-Publix, Metro-Goldwyn-Mayer e First National) e completato dalle “Cinque Piccole” (Universal, Fox, Producers Distributing Corporation, Film Booking Offices e Warner Bros.), affiancate dalla United Artists, attiva principalmente nella distribuzione delle produzioni indipendenti dei suoi soci fondatori.
Di fronte al dilagare di scandali pubblici che coinvolgono famose star di Hollywood e alla minaccia d’introduzione di forme di censura statale o locale, le principali case di produzione decidono di unire le forze fondando, nel 1922, la Motion Picture Producers and Distributors Association (MPPDA). Alla guida della nuova associazione viene posto Will Hays, con il compito di tutelare l’immagine pubblica dell’industria cinematografica, gestire le relazioni pubbliche, evitare la censura governativa e promuovere forme di regolamentazione interna e di autocensura preventive che condurranno poi, negli anni successivi, alla stesura del Codice di produzione.
Il periodo è segnato da un perfezionamento del sistema di produzione noto come studio system, fondato su una rigorosa divisione del lavoro, sulla centralità della figura del produttore esecutivo e sull’impiego di dettagliate sceneggiature di ferro. Sul piano tecnologico e formale si assiste a importanti innovazioni: viene introdotta la pellicola pancromatica, si diffonde l’illuminazione a incandescenza e si afferma uno stile di ripresa e montaggio sofisticato, basato su chiaroscuri morbidi, effetti sfumati (soft focus) e sull’uso sistematico di tre punti di luce per valorizzare i primi piani degli attori.
Per quanto riguarda i contenuti, i primi anni Venti vedono l’affermazione di opere ad alto budget e kolossal storici o biblici, a cui seguono ingenti investimenti in film campioni d’incasso che spaziano attraverso svariati generi cinematografici. Si consolidano i grandi filoni narrativi del periodo: il western, il film bellico, la commedia sofisticata, i melodrammi e le produzioni di avventura. Parallelamente emergono o si affermano registi chiave come Cecil B. DeMille, Erich von Stroheim, King Vidor, Frank Borzage, Fred Niblo ed Ernst Lubitsch.
Attirati dalle ingenti risorse economiche, dall’avanzata tecnologia degli studios e dal prestigio internazionale di Hollywood, numerosi cineasti, attori e tecnici europei vengono messi sotto contratto e si trasferiscono negli Stati Uniti. Tra i registi di maggiore impatto spiccano i tedeschi e gli scandinavi: Ernst Lubitsch porta a Hollywood la sua celebre commedia d’allusioni e di tocco elegante (Lubitsch touch); Friedrich Wilhelm Murnau realizza Aurora (Sunrise), capolavoro che fonde la sensibilità espressionista e la mobilità della macchina da presa tedesca con le strutture narrative classiche americane; Victor Sjöström e Mauritz Stiller portano una raffinata sensibilità drammatica e visiva. Questo continuo flusso di talenti internazionali arricchisce in modo determinante il linguaggio visivo del cinema americano alla vigilia della rivoluzione del sonoro.
L’Angolo dell’Esperto: La febbre dell’oro e Charlie Chaplin al vertice della storia del cinema muto
La febbre dell’oro rappresenta uno dei vertici assoluti della storia del cinema muto hollywoodiano. La pellicola vede protagonista l’iconica maschera del Vagabondo (Charlot), inserito all’interno di un racconto che unisce il registro comico al melodramma e all’avventura. Il film fu prodotto attraverso la United Artists, la casa automobilistica fondata anni prima da Chaplin stesso insieme a Mary Pickford, Douglas Fairbanks e David W. Griffith per garantire la totale indipendenza artistica ed economica.
Per la stesura della trama, Chaplin attinse a due drammatici fatti storici legati all’epopea americana. Da un lato la corsa all’oro nel Klondike del 1896, ripresa dalle celebri fotografie dei cercatori incolonnati sui valichi innevati; dall’altro la tragedia della spedizione Donner del 1846, in cui un gruppo di pionieri rimase bloccato sulle montagne della Sierra Nevada e fu spinto alla fame estrema e al cannibalismo. L’intuito poetico dell’autore consistette nel trasformare una materia tragica, fatta di privazione, avidità e lotta per la sopravvivenza, nel motore propulsore di una commedia umana di straordinaria delicatezza.
Al centro dell’opera si colloca il tema della fame, intesa sia come bisogno fisico primario sia come metafora della solitudine dell’emarginato. Chaplin risolve la drammaticità delle situazioni attraverso rovesciamenti poetici indimenticabili: nella celebre scena del pasto, la scarpa bollita viene consumata come una pietanza prelibata, dove i chiodi diventano ossicini da succhiare e le stringhe si trasformano in spaghetti da arrotolare alla forchetta. Allo stesso modo, l’allucinazione di Big Jim, che vede Charlot trasformato in un pollo gigante, affronta il tema dell’incubo cannibalico con un registro grottesco e visivamente perfetto.
La ricerca di affetto e il desiderio di riscatto sociale emergono con forza nel segmento dedicato al cenone di Capodanno. L’attesa vana delle invitate nella capanna allestita a festa diventa il momento di massima tensione patetica del film. È all’interno di questo sogno ad occhi aperti che Chaplin inserisce la celebre Danza dei panini, muovendo due forchette infilzate nella mollica a ritmo di tip-tap per simulare le gambe di un ballerino. Questa sequenza incarna la purezza del ritmo e dell’invenzione visiva del cinema muto, capace di animare gli oggetti quotidiani senza bisogno di parole. La precarietà dell’esistenza trova infine una rappresentazione fisica nella capanna in bilico sul precipizio, mossa dalle raffiche di vento, dove l’equilibrio dei personaggi oscilla letteralmente tra la vita e la morte con una sincronia comica di precisione geometrica.
La febbre dell’oro segna il definitivo passaggio dalla comicità slapstick basata su gag brevi e fisiche a una struttura narrativa complessa, mossa da una profonda psicologia dei personaggi. Il Vagabondo si evolve da semplice monello di strada a figura universale e romantica, capace di attraversare la sofferenza mantenendo la propria dignità ed eleganza morale. Lo stesso Chaplin definì più volte questo film come l’opera per la quale avrebbe desiderato essere ricordato nella storia dell’arte cinematografica.
Ottimo carssimii cinefili/cinefile , se siete giunti fin non c’è altro da aggiungere siete semplicemente stupendi… e come disse Chaplin …..Goodbye… and keep smiling!
Bye Bye!!!! ;^)
