Riceviamo e pubblichiamo
Oggi si parla sempre più spesso di concentrazione del potere, di arroganza politica e istituzioni piegate alla volontà di chi governa.
Le leggi diventano ostacoli da aggirare, le regole vincoli fastidiosi, la Costituzione un argine da forzare. E tutto sembra normalizzarsi: le forzature diventano prassi, le prepotenze metodo di governo, l’indifferenza una forma di assoluzione.
La capocrazia: uno al comando, gli altri a obbedire
È in questo clima che prende forma la parola provocatoria, ma efficace: capocrazia.
Un sistema nel quale uno solo decide e gli altri si riducono a comprimari, fedelissimi e, talvolta, a mezze figure o mezze cartucce.
Non necessariamente per mancanza di capacità, ma perché vengono premiate la fedeltà più del merito, l’obbedienza più dell’autonomia, il silenzio più del coraggio.
Il capo pretende di decidere tutto, sceglie collaboratori che non gli facciano ombra e confonde il consenso con l’assenso, l’autorevolezza con il potere personale.
Ma la responsabilità è anche di chi tace per convenienza, rinuncia a dissentire o scambia la subordinazione per una carriera.
E i cittadini?
Qui il problema si fa ancora più inquietante.
Stanchi, disillusi, rassegnati, sembrano avere smarrito la capacità di indignarsi. Assistono a fatti che dovrebbero suscitare sdegno e reagiscono troppo spesso con un’alzata di spalle, una battuta, un commento destinato a svanire il giorno dopo. La mancata indignazione è il terreno sul quale prospera l’arroganza del potere. Quando lo scandalo diventa abitudine e l’abuso normalità, il problema non è più soltanto chi comanda, ma anche una società che sembra non trovare più la forza di reagire.
Non è necessariamente stupidità. È anche paura, impotenza, sfiducia, convinzione che protestare sia inutile.
Ma il risultato non cambia: meno partecipazione significa meno controllo; meno controllo significa più spazio per un potere che si considera senza limiti.
La capocrazia non è il segno di una leadership forte, ma spesso di un’organizzazione debole, incapace di valorizzare competenze autonome e di funzionare senza il proprio capo.
La domanda, allora, è inevitabile: come può diventare tanto arrogante chi comanda, se nessuno intorno trova più la forza di contraddirlo e nessuno fuori trova più la voglia di indignarsi?
Attenzione, quindi, una democrazia non si impoverisce soltanto quando il potere pretende troppo. Si impoverisce anche quando chi dovrebbe controllarlo rinuncia a farlo.
In questo caso, i cittadini finiscono per considerare inutile persino la protesta.
Il pericolo più grande, quindi, non è che uno solo voglia comandare.
È che tutti gli altri si abituino a lasciarglielo fare.
fAvv. Vincenzo Nocerino
FONTE FOTO: RETE INTERNET
