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Adriana Pincherle, sorella di Alberto Moravia, pittrice, che sapeva aspettare, e interpretare, le voci delle cose…

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Tocca alle donne, di cui oggi si celebra la “Festa”, riproporre e diffondere quella “cultura dell’attesa”, che Adriana Pincherle vedeva nei quadri di Monet, e che diventa indispensabile in un’epoca come questa in cui consumiamo il nostro tempo in vortici di parole e di immagini che si incalzano e si autodistruggono, senza sosta. Le riflessioni della Kohler, e i paradossi di Fred Vargas sull’attesa impaziente.

 

La “Festa della donna” non mi entusiasma, perché riduce a rito un problema drammatico, soprattutto in un momento come questo in cui certi soggetti vorrebbero che le donne si accontentassero di interpretare solo il ruolo di “angelo del focolare”, e, intanto, progettano di riaprire le case chiuse. Di Adriana Pincherle (1905-1996) mi limiterò a dire che, come il fratello Alberto – diventato poi Alberto Moravia – visse serenamente il confronto tra la cultura ebraica del padre, l’ingegnere Carlo, e quella cattolica della madre, Isa De Marsanich. L’amore per la pittura le venne dal padre, che fu anche un valente acquarellista, e che la sollecitò a studiare presso le “botteghe” di Andrea Spadini, di Alfredo Petrucci e di Scipione, e nei corsi dell’Accademia. Le fu possibile conoscere di persona i grandi pittori del suo tempo, i romani, i fiorentini, i “torinesi”  Menzio, Levi e Chessa, i post- impressionisti francesi e i “fauves” e fu tra i primi a parlare, in Italia, della grandezza di Pascin e di Soutine. Ora, però, voglio dire non della sua attività di artista, ma di una “lettura” che lei, la “femminuccia” – così la chiamò, affettuosamente, Roberto Longhi- diede dei quadri di Monet. La sua amica e collega Milena Barilli disse, una volta, di non apprezzare la struttura vorticosa dei quadri di Monet, quella frenesia del movimento che scuoteva spatole e pennelli, e che aveva contaminato – sosteneva la Barilli- tutta la pittura del primo Novecento, a partire dalle opere “esplosive” dei futuristi.

Ma la Pincherle non condivise del tutto questa interpretazione. E’ vero, argomentò, le tele di Monet sono turbinii cromatici, ma in ognuna di esse c’è un punto- un albero, una roccia, una figura, un oggetto – in cui il vortice si placa, il pennello quasi si blocca, e pare che il pittore si fermi nell’attesa che le cose incomincino a parlare, a rivelarsi come sostanza e non più solo come apparenza. Questa “cultura dell’attesa”, che era in contrasto con l’epica del movimento, esaltata dal fascismo, ispira anche l’autoritratto della pittrice, che correda l’articolo: è l’attesa sospettosa, forse teatralmente ironica, di una donna sicura di sé. Ho pensato a questo autoritratto leggendo l’incipit di un vecchio articolo di Marco Belpoliti: “Non sappiamo più attendere. Tutto è diventato istantaneo, in “tempo reale”. La parola chiave è “simultaneo””. E invece sarebbe facile dimostrare che la filosofia dell’Ottocento e del Novecento illustra il valore dell’attesa, del momento cruciale in cui ci fermiamo ad ascoltare le voci delle cose, e a interrogare noi stessi, liberati da ogni maschera in quegli attimi di vuoto. Scriveva Roland Barthes:” Sono innamorato?.Sì, perché sto aspettando”.

Credo che oggi tocchi proprio alle donne il difficile compito di riproporre e di diffondere quell’arte dell’attesa a cui la giornalista tedesca Andrea Kohler ha dedicato uno splendido libro: “ Amo le fasi di passaggio, i tempi di transizione, quando le cose ancora sono indefinite. Amo l’”ora blu” che già promette l’arrivo della notte, anche questa molto più di un passaggio verso un mattino che ritorna fedele. Chi è capace di aspettare sa cosa significa vivere nella prospettiva della possibilità. Ma ogni attesa diventa un’occasione persa, se rimane soltanto una possibilità. La vita ci sfugge per via delle false speranze che ci fanno ignorare i dati di fatto…”. Nella sapienza dell’attesa si incontrano la voluttà del sogno e la durezza del realismo: solo le donne, che conoscono i sentieri dell’idealismo e le strade pericolose della verità oggettiva, possono fare in modo che questo incontro non degeneri in scontro, ma si trasformi in un connubio. Noi tutti, ridotti ad essere nomi, numeri e maschere dei “social”, dobbiamo riprendere il discorso della nostra identità. Giorno verrà, e le donne faranno in modo che questo giorno venga al più presto. Ma le persone e le cose vogliono che la nostra attesa sia un esercizio di pazienza. Lo dice Fred Vargas, la grande scrittrice francese, a suo figlio: se aspetti l’autobus alla fermata, e l’autobus non arriva, è in ritardo, non incominciare a guardare con insistenza nella direzione da cui l’autobus dovrebbe arrivare. Più guardi e più il veicolo accumula ritardo, poiché vuole essere libero, non vuole essere schiavo della tua impazienza; “invece, chiudi gli occhi, comportati con disinvoltura, e l’autobus arriverà. Ma ti avverto: la finta disinvoltura, per quanto allettante, viene subito decifrata come “vera attesa” e non funziona.”.

Le cose sono intelligenti.